Accostarsi al cinema solo con gli strumenti della passione non è reato, però quasi mai l’approccio si rivela produttivo. Regola contraddetta dal progetto Stanley and Us recentemente ridotto, dalla sua misura debordante, ad una confezione editoriale ormai piuttosto diffusa, cassetta più libro. E’ un modo per “fermare” una ricerca potenzialmente infinita e inesauribile e per diffonderla, ma in una cassetta non potevano certo entrare i trenta episodi realizzati da Mauro Di Flaviano, Federico Greco e Stefano Landini per Raisat, tappe di un documentario in divenire che testimoniano l’arditezza dell’impresa: tre sconosciuti italiani hanno tentato di “violare” il muro dietro al quale Stanley Kubrick si è riparato proteggendo il proprio lavoro, la propria famiglia e la propria quotidianità per tutta la vita, e perfino dopo la morte.

“Noi” si intitola la prima parte del libro in cui gli autori raccontano la storia di una follia e di un sogno usciti vittoriosi dal confronto con la realtà: dalla primavera del 1997 all’ottobre del 2000 (fra le due date si colloca la morte del regista) i tre giovani cineasti non hanno fatto altro che investire i loro scarsi mezzi e lavorare indefessamente per avvicinare Kubrick il grande artista, l’uomo di genio, la persona comune. Il resoconto si legge bene e volentieri, parla allo spettatore di cinema del valore aggiunto costituito dall’approccio in stile “fans” all’oggetto di culto. Solo la profonda conoscenza dell’autore e il rispetto per la sua personalità hanno infatti permesso ai tre “inseguitori” di arrivare là dove perfino i più grandi giornalisti, critici e studiosi non sono stati ammessi, cioè al cospetto della famiglia e dei collaboratori più stretti di Kubrick, con il solo fine di osservare a distanza ravvicinata il maestro di cinema e di addentrarsi nella sua opera.

“Stanley” è il fulcro dell’operazione: una serie di interviste sui vari aspetti dell’arte e della vita mettono a fuoco l’obiettivo. La lista dei “testimoni” è lunga (ognuno è “costato” una serie di telefonate, pedinamenti, presentazioni, appuntamenti, etc.): scenografi, direttori della fotografia, sceneggiatori, attori, traduttori, critici, consulenti musicali, perfino maestri di scacchi, tappezzieri e autisti (più i familiari) parlano di Kubrick con la familiarità che può vantare solo chi ha vissuto con l’artefice di alcuni grandi eventi artistici del Novecento quali Arancia meccanica, 2001 e Barry Lyndon.

La cassetta non è la parafrasi audiovisiva del volume ma il momento centrale dell’operazione di avvicinamento costituita dal documentario “in presa diretta”. Fra Nouvelle Vague e Dogma, un bel saggio di cinema verità a basso costo, divertente e istruttivo. Solo la lista dei ringraziamenti riporta lo spettatore-lettore alla dimensione effettiva dell’impresa. Titanica e avvincente.

Cristina Jandelli

 

 

 

 

 

 


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