Stanley Kubrick: A Life in Pictures

 

Compito arduo quello di un documentario su Kubrick, anche se a realizzarlo è uno dei suoi familiari (insieme con il figlio Manuel, fotografo di scena di Eyes wide shut), per di più con una decennale esperienza di cinema: fotografare  colui che per cinquant’anni ha fotografato la fotografia della realtà. Guarda caso questa riflessione sul cinema di Kubrick fatta dallo stesso Kubrick l’ha riportata proprio l’attore che Stanley ha trasformato in una fotografia, nell’ambiguo finale di Shining: Jack Nicholson.
E bisogna dire che tra tutte le cose mai dette su Stanley questa è una delle più interessanti. Innanzitutto perché ha la forza dell’ambiguità, non cerca di spiegare che cosa sia stato il cinema di Kubrick ma lo evoca per paradosso. Poi perché trascina nel discorso la fotografia, tra gli aspetti più importanti per un regista che a soli sedici anni inizia a lavorare per “Look”, tra le riviste fotografiche più prestigiose dell’America degli anni ’20. E infine perché a dirla è proprio un attore, che come tutti gli attori di Kubrick escono dall’esperienza di un suo film come se fossero tornati agli esordi e fossero appena stati dal fotografo per farsi fare il book di presentazione. Che tu sia già famoso o meno, un film con Kubrick ti fotografa e ti sbatte sulle prime pagine di tutti i giornali come fossi un ricercato da dieci milioni di dollari. Dopo intere generazioni non ti scorderanno più, che tu sia Jack Nicholson, o Keir Dullea.

Non è facile – dicevamo – fotografare chi fotografa la fotografia della realtà. E il film di Jan Harlan, che non a caso si intitola Stanley Kubrick: a Life in pictures (Stanley Kubrick: una vita nelle immagini/fotografie), sceglie la strada meno impervia, quella del biopic cronologico, non uscendo praticamente mai dai binari di una stretta ricostruzione filologica, ma soprattutto di immagine. Stavolta intendendo per immagine lo stile della vita del maestro. L’intenzione è chiara fin dall’inizio, e in linea con quanto dichiarato dalla famiglia fin dal festival di Venezia 1999: l’icona del mostro cinico e misantropo è falsa, parto di una stampa malnutrita di quei gossip che Stanley le negava, perché non apriva bocca sulla sua vita privata, spesso tanto meno sui film che stava facendo.
Insomma il documentario presentato a Berlino e qualche giorno fa anche a Roma in una proiezione per pochi fortunati vuole ri-costruire punto per punto l’immagine nera e deformata del mito per addolcirla, dipingerla di bianco, restituendole le dovute proporzioni. E per farlo non può che cercare la via dell’umanizzazione. Ecco allora una valanga di fotografie di Kubrick bambino, di filmini che lo mostrano mentre gioca, ride, suona la batteria, scherza con i figli e la moglie, balla. Oppure alle prese con i suoi film, sui set insieme agli attori, alla madre, ai collaboratori, all’onnipresente Christiane. Quello che stupisce chi si è sempre fidato delle descrizioni fuorvianti della stampa è scoprire un Kubrick quasi sempre sorridente, allegro, disponibile, spesso addirittura simpatico.  Tra le montagne di storie raccontate sul genio del Bronx una in particolare sembra qui trovare conferma: che Stanley fosse affascinante (c’è chi ha anche detto che spesso per lui gli amici o collaboratori provavano qualcosa di molto vicino ad un legame omosessuale…).

Non vogliamo dire che tutto questo non sia vero, anzi, per quello che a noi dello Stanley and us Project è stato dato di capire, Kubrick era un family man, attento alle figlie e innamorato della moglie – umanamente e artisticamente –, disposto ad aiutare giovani volenterosi (primo fra tutti Andrew Birkin, che all’epoca di 2001 era un giovanissimo e volenteroso porta-caffè, e oggi è un regista piuttosto interessante - Il giardino di cemento).
Il problema di questa ricostruzione è che l’operazione di restyling, peraltro a nostro avviso giustissima, omette volutamente tutta una serie di circostanze e dettagli che hanno fatto di Kubrick quello che Kubrick è stato veramente. Dal punto di vista umano, ma soprattutto professionale. Perché un regista come lui, determinato, meticoloso, indipendente, energico e soprattutto consapevole del suo potere, non è sempre stato rose e fiori con i colleghi e i collaboratori. Lo stesso Jan Harlan ha dichiarato in Stanley and us che Kubrick "was not a saint", non era un santo, ma che sopportare lo stress era il suo compito di produttore esecutivo e lo faceva volentieri.

Probabilmente l’indizio più evidente del fatto che in questo documentario la ristrutturazione della leggenda Kubrick sia stata studiata a tavolino, anche con gli intervistati, è la testimonianza di Malcolm McDowell, che alle nostre e altrui telecamere (di Paul Joyce per esempio, il primo a realizzare un documentario sul regista) aveva parlato di Kubrick sempre con un sentimento vicino al disprezzo, e che invece ora dice: "Tutte le volte che ho parlato male di Stanley era il mio modo di esorcizzare la delusione per il fatto che dopo Arancia meccanica non mi ha più cercato. Speravo che le mie dichiarazioni lo smuovessero e mi telefonasse".
E in effetti ci sarebbe quasi da credergli, vista la facilità con cui al nostro microfono lo chiamava cocksucker (c’è bisogno di tradurre?).
Christiane, in una chiacchierata che si è svolta a Roma giovedì 1° marzo, ci ha detto che Malcolm in realtà ha avuto per trent’anni il forte sospetto di essere stato truffato dalla Warner Bros. e da Stanley sui soldi del suo compenso di attore. Ma è anche vero che avrebbe desiderato diventare amico del suo odiato regista preferito.
Christiane ci ha anche confermato quanto sia stato difficile riuscire ad essere obbiettivi, evitare di cadere troppo sul personale. E forse questo in fin dei conti è l’unico problema del film.

Ma Stanley Kubrick: a life in pictures non perde per questo il fascino di un approfondimento accurato, capace di riflettere in più di due ore su moltissimi aspetti dell’arte e della vita del genio. Per esempio, sapevate dell’esistenza del backstage di Full Metal Jacket? Sinceramente neppure noi, anche se si è parlato a lungo dell’ipotesi che qualcuno l’avesse realizzato.  Ora lo sappiamo: è il secondo documentario-backstage di Vivian, la figlia di Stanley, che aveva già firmato quello di Shining. E nel doc di Harlan se ne vedono per la prima volta numerosi estratti.
Il regista Alex Cox dice un’altra cosa interessante, che se da un lato ha il sapore di una boutade dall’altro potrebbe risolvere molte questioni esegetiche sull’opera di Stanley: "Ad un certo punto, dopo 2001: Odissea nello spazio, l’unico riferimento di Kubrick era… lui stesso, si autocitava".
Questo è il modo in cui Jan Harlan, cognato di Stanley, risolve la questione sul fotografare chi fotografava. Scendendo molto nel personale e realizzando un ritratto il più possibile tradizionale. Cioè evitando di affrontare il problema. Sembra un destino inevitabile che uno dei personaggi più massmedializzati della storia della comunicazione del ‘900 non riesca a trovare il giusto equilibrio agli occhi del suo pubblico. Se sempre si è esagerato da una parte, demonizzandolo, ora la famiglia esagera (e, continuo a dire, per alcuni versi giustamente) santificandolo.

Un modo alternativo, cioè analizzare il suo cinema per evocazione, cogliendone le ferite sui volti di chi ha contribuito a farlo, gli attori meno famosi, i più o meno oscuri collaboratori, acchiappando di riflesso brandelli di immagini della sua vita e del suo lavoro bevendo le parole e i racconti di chi l’ha conosciuto, magari anche poco, ma non solo; l’altro modo di risolvere la questione su come fare un film su Kubrick è stato il nostro, diametralmente opposto a quello di Harlan.
Kubrick è il regista più innavicinabile della storia del cinema e i suoi film sono i più ambigui? Bene, senza avere nulla a che fare con lui, tre appassionati si mettono sulle sue tracce e dimostrano che così inavvicinabile non era (solo la morte l’ha reso tale, per sempre) e che i suoi film in fondo, come per tutti i registi, erano il risultato di una voglia ancestrale che accomuna tutta l’umanità da quando il pollice è diventato opponibile e le corde vocali si sono raffinate: sorprendere raccontando storie.  Una cosa, in parte, accomuna i due documentari. Un desiderio che nessuno, crediamo, riuscirebbe a vincere: la ri-creazione delle atmosfere dei suoi film, tentare di recuperarne la potenza e l’ironia. Così, le tre parti in cui è diviso Stanley Kubrick: a life in pictures iniziano con un balletto sulla musica di Arancia Meccanica che richiama esplicitamente quello indimenticabile composto dai dettagli della statuetta pop art di Cristo che Alex tiene nella sua stanza. In Stanley and us invece questo desiderio è il documentario, che viaggia sui set dei suoi film, cita e ricostruisce continuamente, consapevole che solo con l’evocazione è possibile avvicinarsi a comprendere l’essenza di un uomo e della sua arte. Senza programmatiche dichiarazioni d’intenti e giudizi definitivi. D’altronde anche la descrizione della vita di ciascuno di noi risentirebbe di questo rigido approccio. Figuriamoci quella di Stanley. Figuriamoci l’arte.

Stanley Kubrick: a life in pictures uscirà in DVD il 18 settembre 2001, insieme al cofanetto tanto atteso dei sette film di Stanley Kubrick della Warner Bros.
Anche se il cofanetto costerà molto varrà la pena comprarlo, anche e soprattutto per questo documentario. Nonostante l’inevitabile parzialità, chi saprà coglierla e darle la giusta importanza assisterà ad una delle più interessanti riflessioni che siano mai state fatte sul secolo delle immagini e dell’immagine.

 

6 3 2001

 

 

 

 

links  |  chisono  email  |  credits  |  ilmisterodilovecraft  |     HOME    |  fuorifuoco  |  stanleyandus  |  neverland  |  quilty  |  borderlands  |