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"Stanley and Us" di Mauro Di Flaviano, Federico Greco, Stefano Landini
Giacomo Caruso
Nel 1999, tre ragazzi italiani con mezzi
pionieristici ed amatoriali si sono messi sulle tracce del Maestro con
l’intenzione di incontrarlo e intervistarlo mentre girava quello che,
inaspettatamente, sarebbe stato l’ultimo suo film.
Nessuno si era mai addentrato nell’arduo
compito di scandagliare per immagini l’opera di Stanley Kubrick se non Paul
Joyce, un inglese che realizzò un documentario dall’emblematico titolo
"The Invisibile Man". Nel 1999, tre ragazzi italiani con mezzi
pionieristici ed amatoriali si sono messi sulle tracce del Maestro con
l’intenzione di incontrarlo e intervistarlo mentre girava quello che,
inaspettatamente, sarebbe stato l’ultimo suo film. Mauro Di Flaviano,
Federico Greco e Stefano Landini erano certo consapevoli della difficoltà
enorme di avvicinarlo, ma non hanno per questo rinunciato. Non hanno
conosciuto Kubrick per la sua morte improvvisa e da ciò il loro lavoro ha
preso la piega che oggi possiamo finalmente vedere in videocassetta. Lindau
ha, infatti, pubblicato il documentario "Stanley and Us" insieme a
un libro omonimo (L. 40.000), dopo che il filmato, a tutt’oggi ancora un
work in progress, ha girato qualche festival ed è stato trasmesso da RaiSat
cinema.
I protagonisti sono loro tre nella parte di sé stessi che ripercorrono le
proprie tracce in un misto di fiction (la parte più debole, in verità) e
documentazione. Mentre "A Life in Pictures" di Jan Harlan, edito in
occasione dell’uscita in videocassetta e DVD di otto film restaurati di
Kubrick, è un filmato che osannava Kubrick senza dubbi, qui, pur
nell’ammirazione più totale, si cerca di gettare anche qualche ombra.
Diviso in capitoli che si rifanno alle vicende di "Barry Lyndon" e
accompagnato dai suoni di Ligeti, Bartók, Penderecki e altri che sono ormai
imprescindibilmente legati alle opere del loro (e nostro) mentore, il film
consiste in 26 interviste che riservano qualche sorpresa. Mentre si rivedono
facce note e si risentono gli stessi aneddoti (sembra quasi che Malcolm
McDowell ormai appaia solo per raccontare le cattiverie che Kubrick gli
avrebbe inflitto), oltre ai critici e a chi lo ha conosciuto bene, il trio è
andato anche alla ricerca delle facce di quei caratteristi che restano
imprescindibilmente legate ai film. Si pensi a Murray Melvin, cioè il
Reverendo Runt di "Barry Lyndon" o a Philip Stone che è stato Mr
DeLarge, il padre di Alex, in "A Clockwork Orange", Graham in
"Barry Lyndon" e l’indimenticabile Grady in "The
Shining".
Sono queste le schegge migliori che rendono
questo documentario una pietra preziosa nella critica kubrickiana.
(28/11/2001)