
John Baxter
Kubrick era affascinato dalle macchine. Secondo lui un film usciva fuori dalle apparecchiature, che avevano una vita indipendente. Il contrario del rapporto tra uno scrittore e la sua penna. Sua moglie ripeteva che gli bastavano otto registratori e un paio di pantaloni per essere felice. Amava tutto ciò che era meccanico. La macchina fotografica Graflex ebbe perciò un’enorme influenza sul suo modo di vedere il mondo. Soprattutto perché ciò che si vede nell’obiettivo è esattamente ciò che appare sulla pellicola. Non si tratta solo di riprendere un’immagine, è come fare un dipinto e fissare momenti di vita reale. Odiava l’idea della cinepresa a mano[1] usata dalla Nouvelle Vague. La trovava un’idea assurda, perché ricordava troppo i cinegiornali. Amava invece molto la macchina da presa fissa dove l’immagine ottenuta risultava sempre perfetta. Quando arrivò la steadicam la trovò perfetta perché riusciva a riprodurre quello che si vedeva nell’obiettivo senza variazioni, offrendo la possibilità di controllare esattamente ciò che si inquadra.
[1] A parte, ovviamente, contesti specifici come per esempio la rissa tra soldati in Barry Lyndon e l’omicidio della «signora dei gatti» in Arancia meccanica.
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