“Inquietante, surreale, accattivante, perturbante e
disturbante di cui, alla maniera della mistica, non si può dire ma
esclusivamente sperimentare sui propri sensi anche grazie alla musica che rende
abisso il sottile confine tra bene e male. Il microcosmo di Harry è sottoposto
non solo alla violenza del crimine perché la pazzia, l’anormalità, l’ambiguo
fanno saltare le cerniere che tengono apparentemente integro il mondo.
Il reale nasconde il mostruoso, dunque il mostruoso illumina le radici del
reale. È il tempo in cui l’uomo non genera più stelle!”
Alessia Tomasini
LIAN CORTO FESTIVAL NEW!
Ideato, scritto e prodotto dall’attore Ottaviano
Blitch, che di fatto lo ha cucito totalmente addosso alla sua performance, Liver
è un cortometraggio che trova nella regia di Federico Greco il viatico per
elevarsi dalla massa
e risaltare come opera potente e intrigante. Il bravo director romano,
distintosi con l’ottimo dittico dedicato al presunto viaggio italiano dello
scrittore Howard Phillips Lovecraft (Ipotesi di un viaggio in Italia e Road to
L., realizzati entrambi con il collega Roberto Leggio), prende in consegna il
materiale proposto da Blitch e ne fa un ennesimo tassello di un percorso
artistico che, fra documentario e fiction, riflette sul labile confine tra
realtà e sua rappresentazione,
sugli inganni del reale e sulla funzionalità dell’opera cinematografica.
Ci fa piacere oggi parlare di un cortometraggio italiano di notevole spessore visivo e linguistico, che ormai da un paio d’anni sta giustamente ottenendo consensi in tutti i festival a cui partecipa.
Parliamo di Liver, di Federico Greco (già co-autore dell’ottimo Road to L - Il Mistero di Lovecraft), realizzato nel 2007, e interpretato (molto bene) da Ottaviano Blitch.
La sinossi recita: Harry Brompton a quindici anni massacra con una mazza da golf una giovane coppia e ne mangia il fegato, da qui il soprannome affibbiatogli dalla stampa: “Liver”. Viene condannato a restare chiuso in un istituto di igiene mentale di massima sicurezza nello Yorkshire ma dopo diciotto anni viene liberato per buona condotta. Lo stesso giorno in cui esce dall’istituto si reca a casa del procuratore Mc Williams, che lo aveva condannato, e trova la figlia, la quale patirà la vendetta di Harry.
Venti minuti scarsi, ma di buonissimo livello, con chiari rimandi ad Arancia Meccanica ma anche una convincente dose di originalità, violenza non fine a se stessa, brillanti soluzioni oniriche, ottimo uso delle musiche, inventiva e sagacia stilistica.
Il film, dopo essere già stato premiato in varie manifestazioni (PesarHorrorFest, ToHorror, Cinesogni Ravenna, Margherita Short Film Festival), sarà proiettato domenica 18 ottobre, alle ore 22.45, nell’ambito del Lian Corto Festival, in Via degli Enotri a Roma.
Per chi vivesse o si trovasse da quelle parti, ne vale certamente la pena.
Alessio Gradogna (Supereva)
Ideato, scritto e prodotto dall’attore Ottaviano Blitch, che di fatto lo ha cucito totalmente addosso alla sua performance, Liver è un cortometraggio che trova nella regia di Federico Greco il viatico per elevarsi dalla massa e risaltare come opera potente e intrigante. Il bravo director romano, distintosi con l’ottimo dittico dedicato al presunto viaggio italiano dello scrittore Howard Phillips Lovecraft (Ipotesi di un viaggio in Italia e Road to L., realizzati entrambi con il collega Roberto Leggio), prende in consegna il materiale proposto da Blitch e ne fa un ennesimo tassello di un percorso artistico che, fra documentario e fiction, riflette sul labile confine tra realtà e sua rappresentazione, sugli inganni del reale e sulla finzionalità dell’opera cinematografica.
La messinscena di stampo teatrale ad ambiente unico, con due soli attori, si completa quindi attraverso un sapiente lavoro sul montaggio e sul sonoro, utile sicuramente a conferire pathos alla vicenda (in particolare nella scena che vede sofferente lo stesso Brompton), ma anche a sancire allo stesso tempo la realisticità dell’evento e il suo essere null’altro che una rappresentazione. L’assassino infatti è un istrione, pare rivolgersi a un ipotetico pubblico in un numero a metà strada fra il grand guignol e il cabaret (e in sottofondo lo scrosciare degli applausi accompagna effettivamente alcuni passaggi del “numero”), e il tutto crea un effetto molto straniante, per come stride con la crudezza delle scene di stupro e le torture inflitte alla sfortunata Rachel McWilliams. Allo stesso tempo alcune isolate inquadrature sgranate e imprecise, come fossero riprese da una videocamera che spia da chissà quale angolo della casa, spezzano la staticità dei punti di vista introducendo un ulteriore elemento di instabilità che amplifica l’idea della rappresentazione, della storia messa in scena per essere soltanto raccontata.
Il gioco di Harry “Liver” Brompton con la sua realtà è quindi orientato al possesso del comando su quanto accade: egli della scena è padrone e artefice, dopo anni passati in detenzione è finalmente libero di dare sfogo alla propria ira repressa e al proprio desiderio di controllare il mondo. Esemplare in questo senso il momento in cui zittisce con foga il telefono che aveva preso a squillare, simbolo molto chiaro del controllo che ormai detiene su quello scampolo di realtà. Il rovesciamento di prospettiva del finale in questo senso rappresenta ancora di più una sorpresa e un atto di forza che la realtà compie su di lui, per riappropriarsi del potere momentaneamente sottrattole dall’assassino.
Il film si costruisce inoltre attraverso un preciso percorso citazionista che vede Harry Brompton declamare dialoghi che riprendono famosi film, da Arancia Meccanica a The Snatch fino al celebre passo di “Ezechiele 25:17” da Pulp Fiction di Quentin Tarantino: film evocati non soltanto allo scopo di stabilire una sorta di ipotetico legame con un cinema dedicatosi nel tempo a una rappresentazione “artistica” della violenza, ma anche per stabilire una volta di più la teatralità della messinscena, l’esubero di brutalità che diviene grottesca rappresentazione di un universo mentale (quello dello stesso Liver) deviato, ma anche affascinato da se stesso e, per certi versi, pure affascinante agli occhi dello spettatore.
Il tutto confluisce nel visionario (e per certi versi anche enigmatico, visto il dubbio sollevato dalla didascalia finale) finale, dove Harry si ritrova faccia a faccia con i diversi lati della sua personalità, nell’attimo dell’agonia, mentre la splendida canzone “Signal to Noise”, nell’incisione originale di Peter Gabriel e Nusrat Fateh Ali Khan, commenta in sottofondo il dolore del momento e al contempo la sua massima glorificazione per un attore che arriva a morire in scena, massima aspirazione possibile per il proprio narcisismo. Per questo Harry si confronta con una rappresentazione oscenamente grottesca della morte e con un possibile se stesso che nel declamare i versi vede il suo viso rigato da una lacrima - i credits finali lo indicano come “Peter”, forse a suggerire un ulteriore rimando allo stesso Peter Gabriel, che amplia il gioco di riferimenti dell’intera opera, come in un gioco di scatole cinesi.
L’uso delle musiche diviene quindi fondamentale tanto quanto lo sono la messinscena, le inquadrature e il sonoro, e permette di stabilire il tono del racconto, modulando i vari passaggi fino al raggiungimento del climax finale. In questo senso va segnalata anche la scelta parimenti originale di affidare invece alla voce soave di Dalida (e al suo brano “Une femme à quarante ans”, del 1981) l’apertura sui titoli di testa, utili a stabilire immediatamente la natura di fiction, ma egualmente emotivamente incandescente, della storia: una trovata che sicuramente sarebbe apprezzata dal Quentin Tarantino di Kill Bill (la mente, infatti, corre subito al Bang Bang di Nancy Sinatra che apriva il film del regista americano).
Presentato in diversi festival di settore, Liver è stato premiato al PesarHorroFest 2007 con una menzione speciale della Giuria a Ottaviano Blitch e al ToHorrorFestival 2007.
Cortometraggio molto valido e degno della massima
attenzione, che narra la vicenda di un maniaco liberato dopo anni di reclusione,
e che appena uscito decide subito di vendicarsi della giovane figlia del giudice
che lo ha messo in carcere.
La scena comincia immediatamente con vittima e carnefice dentro la casa di
quest'ultima, lei legata ed inerme e lui che si 'diverte' con le sevizie e le
violenze (sessuali e non) più atroci che si possano immaginare, fino ad arrivare
ad un passo dall'omicidio della ragazza. Ma non tutto è come sembra, ed i piani
del pazzo criminale sono stravolti da un evento non pianificato dalla sua mente
malata.
Note positive principali di questo corto (della durata di 15 min. ca.) sono
innanzitutto le capacità interpretative fuori dal comune del bravo Ottaviano
Blitch, le citazioni a varie pellicole famose, su tutte Arancia Meccanica e Pulp
Fiction (ma a detta di alcuni forse un po' troppo 'forzate', però - dico io -
pur sempre contestuali alla trama), e la splendida colonna sonora, che spazia da
Beethoven ad un brano dell'eterea Dalida, dal virtuoso Peter Gabriel agli Art of
Noise, tutti azzeccatissimi e perfettamente 'incastrati' nelle sequenze.
Alla prima visione mi è venuto quasi naturale immaginare un lungometraggio con
gli stessi interpreti e lo stesso stile di regia, e la cosa mi è sembrata, se
non fattibile, perlomeno verosimile. La sensazione di dolore, psichico e fisico,
di angosciante soppraffazione e claustrofobia che si avvertono durante e a
seguito della visione di questo DVD, diventando passivi ed impotenti spettatori
dell'incapacita della povera ragazza di difendersi è molto forte...una
'pesantezza' d'animo che non si risolve nemmeno di fronte al tranquillizzante
espediente narrativo nel finale. L'ambientazione minimale ed una fotografia
scarna rendono infine credibile la situazione nella sua interezza.
CRISTIANO DI GIOVANNI
Viene condannato a restare
chiuso in un istituto di igiene mentale di massima sicurezza nello Yorkshire ma
dopo diciotto anni viene liberato per buona condotta. Lo stesso giorno in cui
esce dall’istituto si reca a casa del procuratore Mc Williams, che lo aveva
condannato, e trova la figlia la quale patirà la vendetta di Harry.
Cortometraggio interamente centrato sul protagonista, Ottaviano Blitch, che si
presenta novello Frank-N-Furter dalla galassia Transilvania (direttamente da The
Rocky Horror Picture Show), capace di arti amatorie che sposano i gusti malsani
di Alex (Arancia Meccanica). Una sorta di show dove l’attore può mostrare
istrionicamente la sua capacità di confrontarsi con le diverse angolature del
volto umano, mutandone i tratti come un camaleonte che si difende nel suo
habitat. Ecco quindi sagomare i lineamenti di Blitch sino a plasmare l’assassino
soprannominato “Liver” e accanirsi su una donna legata e imbavagliata (Natasha
Czertok), per poi dissolversi e ricomporsi nel volto di un anziano che canta
seduto su una poltrona mentre il viso di un essere demoniaco sbuca
dall’oscurità, illuminato da lingue di fuoco.
Ogni scansione spazio-temporale
è accompagnata da un sagace uso della colonna sonora che, partendo da brani di
musica classica (“Coriolan” e “Egmont” di Beethoven), vira verso il vero e
proprio video-clip (sulla musica di Peter Gabriel Signal to Noise), culmine
artistico del cortometraggio. Grazie ad un buon montaggio, alla interpretazione
di Blitch ed all’oculato uso delle luci (che enfatizzano determinati colori), il
regista riesce ad erigere una sorta di video-clip onirico e sfuggente che
coinvolge ed avvolge nonostante il resto della pellicola sembri solo un pretesto
per arrivare a questa sezione finale.
Citazionismo (The snatch, Pulp Fiction, Arancia Meccanica sono menzionati nei
titoli di coda) e violenza a go-go, musica e teatralità sono ben miscelati in
questi diciassette minuti da visionare con un volume delle casse
obbligatoriamente alto. Premiato al Pesaro HorrorFest 2007.
Liver è frutto
della mente artistica (genialmente disturbata) del musicista/attore
Ottaviano
Blitch che ha scritto e prodotto questa sorta di videoclip, o
meglio di broshure delle sue capacità istrioniche al quale il regista romano
Federico Greco ha cercato di dare dignità di fiction.
Liver è più un esercizio di videoarte che un cortometraggio.
Ottimamente girato e montato (l'uso delle musiche è di grande impatto),
Liver è volutamente un'opera citazionista. La trama, basata su una
storia vera, ci racconta di uno psicopatico assassino inizialmente
condannato all'ergastolo per l'omicidio di una coppia alla quale ha mangiato
il fegato, che graziato dopo 18 anni di carcere per prima cosa va a fare
visita alla figlia del procuratore che lo condannò per compiere la sua
Nemesi.
Tutto questo lo apprendiamo da una eloquente scritta ad inizio film,
dopodicchè piombiamo in una atmosfera surreale e ambigua che inizialmente ci
ricorda Rocky Horror, per via del look e le movenze del
protagonista, per poi approdare ad una catena di citazioni (dichiarate) di
classici della violenza come Snatch, Pulp Fiction e
Arancia Meccanica.
La deriva lynchiana si compie quando il delirio di Liver (non vi sveliamo da
cosa causato) ci mostra Blitch in veste di maturo signore che intona un
canto propiziatorio alternato a scene infernali con primi piani del suo
volto segnato dai tratti del male ormai del tutto liberato.
Breve al punto giusto, il corto finisce proprio quando la vista di Ottaviano
Blitch - talmente sopra le righe quasi da non vederlo più - comincia a
mettere a dura prova il nostro fegato (liver).
Volutamente disturbante, il cortometraggio diretto da Federico Greco (grande
autore del ben più ispirato e originale "Il
mistero di Lovecraft") è un prodotto per il quale non si immagina
una destinazione che non sia quella del "fuori concorso" festivaliero.
Il cortometraggio è stato recentemente premiato al PesaroHorrorfest 2007,
e quindi in qualche modo ufficialmente categorizzato come Horror, anche se
una categoria videoclip musicale sarebbe stata più opportuna.
Il lavoro registico, nonostante tutto, è comunque notevole e curato in ogni
dettaglio (ecco spiegati i premi ricevuti), soprattutto nella improvvisa e
raffinata virata musicale con atmosfere pinkfloydiane del The Wall
di Alan Parker.
di Ferdinando Carcavallo
"Dopo il successo di Il mistero di Lovecraft – Road to L., torna un talento autentico del cinema italiano, con il suo più recente cortometraggio, premiato al PesarHorrorFest 2007, al ToHorror Film Festival e Evento Speciale al NoirInFestival di Courmayeur. Le ultime ore di vita del serial killer Harry Brompton detto "Liver" (fegato), uscito di prigione per buona condotta con l'intenzione di vendicarsi della figlia del procuratore che gli aveva dato l'ergastolo. Costruito sulla mimica dell'attore Ottaviano Blitch e su un percorso citazionista e visivo, un lavoro cupo e d'impatto".
(Taranto Film Festival)
TOHORROR FILM FESTIVAL
L’elevata qualità formale, la cura compositiva e fotografica dell’inquadratura, l’ottima prova attoriale ed un crescendo di originalità conferiscono pathos all’adattamento di un fatto di cronaca nera. Diretto come un noir in stile britannico e monopolizzato dalla presenza scenica del protagonista/carnefice (che si scopre vittima e riconosce nella morte il proprio volto), il film svela la propria catarsi in un efficace epilogo che ben rappresenta il delirio del personaggio, facendo vibrare le corde emotive dello spettatore, obbligato a riflettere sulle criptiche sfumature dell’animo umano.
Premiato solo con riconoscimenti minori al
Pesarhorrorfest, ma a giudizio di chi scrive nettamente sopra a tutti gli altri
per qualità e professionalità, Liver, di Federico Greco, scritto e interpretato
da Ottaviano Blitch. La storia di Harry Brompton, serial killer condannato
all’ergastolo per aver ucciso una giovane coppia di amanti e aver mangiato loro
il fegato, che anni dopo esce di prigione per buona condotta e il giorno stesso
si reca a casa di Rachel McWilliams, la figlia del procuratore che l’aveva
condannato, per espletare la sua vendetta, diventa un folgorante e delizioso
saggio di cinema puro. Il film è costruito sul corpo e sul volto dell’ottimo
Blitch, che esagera un po’ inizialmente nell’accostarsi alla kubrickiana Arancia
Meccanica, per poi però trovare la giusta identità di ruolo e dare vita a un
personaggio solido e perversamente efficace. Attorno a lui si muove un insieme
di elementi (regia, fotografia, montaggio, scelte musicali) che rasentano la
perfezione, e che danno vita a un prodotto sicuramente ostico e sconvolgente,
ebbro com’è di crudeltà e abiezione, ma realmente di grandissimo livello
tecnico, fino al visionario finale in cui Brompton guarda in faccia la morte e
l’Inferno che germoglia dentro di lui.
Con questo scintillante Liver Federico Greco conferma appieno quanto di buono aveva già messo in mostra in Road To L – Il mistero di Lovecraft, e negli altri suoi lavori; Greco, insieme ad autori di cristallino talento come Lorenzo Bianchini, e a qualche giovane molto promettente come Michele Pastrello o lo stesso Visani, rappresenta il futuro dell’horror italiano. Nella speranza che qualcuno, ai “piani alti” del cosiddetto cinema di serie A, prima o poi se ne accorga.
Alessio Gradogna
Il famoso assassino Harry Brompton,
soprannominato dai giornalisti “Liver”, a soli 15 anni uccise una giovane
coppia, mangiando poi il fegato di entrambe le vittime (in inglese “liver”
significa appunto “fegato”). Quando Liver fu incarcerato si scatenò una dura
lotta, poiché molte persone gli volevano dare l’ergastolo, ma quando egli uscì
per buona condotta, dopo 18 anni, andò a casa di una delle persone che volevano
vederlo dietro le sbarre a vita per vendicarsi.
Questo corto traccia le sue ultime ore di vita!
Cortometraggio dell’italiano Federico Greco ( regista del buon docu-fiction
“Road to L. – Il mistero di Lovecraft”, risposta italiana al film “The Blair
witch project” ) dalla durata di circa 17 minuti che ripercorre dettagliatamente
soltanto le ultime ore del killer “Liver”.
All’inizio del film, nella scena dove il protagonista “mette qualcosa sotto i
denti”, si intuisce chiaramente che c’è una citazione al film cult di Kubrik
“Arancia meccanica”( nello specifico, “Liver” omaggia questo film quando il
protagonista Alex DeLange è nelle condizione di farsi imboccare il cibo stando
comodamente nel letto e mastica facendo delle smorfie irritanti!).
Davvero convincente Ottavio Blitch, l’attore che interpreta il protagonista, il
quale riesce assolutamente ad entrare nei panni del famigerato assassino. Nel
film non c’è presenza di splatter, ma c’è comunque molta violenza suggerita e
diverse scene disturbanti ( proprio come in “Arancia meccanica”! ).
Bella la scena finale, quella del delirio, con sottofondo musicale che ricorda
molto da vicino un videoclip musicale!
Questo “Liver”, nel complesso, risulta essere un buon cortometraggio che riesce
a divertire molto lo spettatore per la buona dose di violenza presente e per il
citazionismo di cui è infarcito.
Consigliato soprattutto a persone mature e a chi ha apprezzato il film di Kubrik!
Curiosità. Il regista Federico Greco aveva già omaggiato Stanley Kubrik nel suo
documentario “Stanley and us” nel 1999.
Antonluigi Pecchia aka Pax
Dopo un notevole esordio nel lungometraggio con il mockumentary Road to L. – Il mistero di Lovecraft (2005, distribuito in Dvd da 01 e Minerva Pictures), horror adulto e di un certo fascino che prende le mosse da un ipotetico viaggio in Italia dello scrittore americano autore dei miti di Cthulhu, Federico Greco ha girato alcuni lavori molto interessanti che stanno ottenendo un certo riscontro nei festival internazionali. Tra questi, Liver, cortometraggio nato come show-reel per l’attore Ottaviano Blitch, è un noir cupo e malsano, che parte da una storia vera – quella di Harry Brompton, soprannominato dai giornalisti “Liver” per aver mangiato il fegato delle sue vittime – per tracciare le linee essenziali di un atipico rape&revenge-movie, dove l’omicida vendicativo, una volta uscito di prigione, sequestra la giovane figlia del procuratore che l’aveva condannato per sottoporla ad una serie di violenze protratte per ore, tra classici intonati mentre abbatte su di lei i colpi di una mazza da golf, stupri e deliranti divagazioni su alti concetti filosofici.
L’omaggio ai classici come Pulp Fiction o Arancia Meccanica è dichiarato sia dai dialoghi che dalla gestualità di Blitch, emule in più di un’occasione di Malcom McDowell. Ma l’aderenza dell’attore al ruolo, come la sua abilità e presenza scenica, sono indiscutibili, mentre risulta totalmente originale lo stile di ripresa secco e deciso, o il montaggio estremamente curato, che nella seconda parte scopre possibilità espressive inedite e viaggia libero da costrizioni narrative inventandosi un rendez-vous con la morte deflagrante nell’insolita veste musical.
Anche il precedente lavoro del regista, Quilty, poggia su precise coordinate cinefile: la sua realizzazione, maturata all’interno di un laboratorio di cinema (Metaciak 2005) di cui Greco è docente, è stata ispirata esplicitamente dalla visione di Mulholland Drive. Ma il rischio, evidente, di affastellare citazioni e riprodurre un cinema manierista come omaggio appassionato a un autore come Lynch è stato ancora una volta sgombrato dai modi assolutamente originali e personali di trattare la materia.
Le storie parallele di due coppie di amanti, l’una accomunata dalla passione per il cinema (lui montatore di fiction, lei attrice in cerca di visibilità), l’altra stretta dall’amore per la musica (lui liutaio artigiano, lei celebre violinista), procedono per ellissi temporali, ripetizioni, minacce imminenti ed enigmi appena sbozzati, finché nel finale non si congiungono in un unico assurdo maelstrom capace di ingoiare tutto. E se il travaso di identità tra le due rispettive coppie non può non far venire in mente, complicandola ulteriormente, la fitta rete di rapporti che allaccia le esistenze delle due eroine lynchane, mentre la straordinaria Llorando, track portante del capolavoro in questione, sta lì a siglare, nei bellissimi e chiarificatori titoli di coda, i debiti che Greco dichiara di avere nei confronti del Maestro, la trama visiva di Quilty e le forme narrative del suo intreccio sono suggestive e avvolgenti dimostrazioni di una rielaborazione tutta personale eseguita alla perfezione.
Certo, se il mediometraggio avesse avuto dalla sua un parterre di attori professionisti, anziché i pur volenterosi allievi della Scuola di cinema (ma il progetto è partito da lì e questa non è una colpa) il risultato sarebbe stato davvero pienamente coinvolgente. Ma anche così, la sensazione è quella di una liberissima e piacevole sperimentazione creativa, tecnicamente impeccabile. Un modello di fiction che vorremmo vedere più spesso nel cinema che esce in sala.
Pierpaolo De Sanctis
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