Quilty
Il nuovo film di Federico Greco recensito per voi da Alessio Gradogna


2005 Regia di Federico Greco, Produzione di Filippo Massi per MetaMultiMedia e Andrea Marotti per Digital Desk, sceneggiatura degli allievi del corso di cinema Metaciak 2005, con Alessandra Chieli, Valeria Gnemmi, Mirco Olivieri e Giacomo Ortu.

Ancora con noi Federico Greco, già recensito in questa sede per Road To L, questa volta alle prese con un lavoro di pura fiction. Quilty è un corto/mediometraggio (circa 40 minuti) realizzato con gli allievi del corso di teoria e pratica cinematografica Metaciak 2005. Un bell’esempio di studio/lavoro, di sperimentazione volta a trasferire l’insegnamento nelle difficoltà della pratica, in modo da formare futuri autori che sappiano fin da subito applicare le modalità di scrittura e realizzazione di un prodotto per il cinema.
Storia di sentimenti e rapporti poco chiari, di difficoltà lavorative e dubbie personalità, Quilty vede protagoniste due coppie di personaggi, Carlo e Linda (lei giovane attrice in cerca d’affermazione e lui montatore insoddisfatto di fiction televisive) da una parte, e Anna e Riccardo (lei violinista di successo sposata con un violento regista inglese e lui liutaio) dall’altra. Coppie accomunate dall’amore rispettivamente per il cinema e la musica, coppie che coltivano le loro storie in due percorsi paralleli snodati in montaggio alternato fino a fondersi gradualmente nel misterioso finale.
Quattro personaggi, o forse solo due, perché in realtà lo sviluppo narrativo di Quilty mette in mostra sdoppiamenti di personalità che vanno a fondersi nell’inconoscibilità del vero senso del reale, in molteplici soluzioni di cui forse nessuna rispecchia appieno la verità. A condurre i fili del racconto l’amore esplicito del regista per il cinema di David Lynch (a giudizio di chi scrive il più grande genio vivente del cinema mondiale), con echi evidenti e nemmeno nascosti dello splendido Mulholland Drive, richiamato fortemente sia nello stile narrativo che lavora per ellissi, sovrapposizioni, ripetizioni, e un non senso di fondo che trascina lo spettatore in una dimensione onirica e nebulosa, sia nell’utilizzo delle musiche (la commovente Llorando, la stessa canzone che dipinge fiumi di lacrime sui volti di Naomi Watts e Laura Elena Harring nel capolavoro lynchiano).

Tra thriller, dramma e un pizzico di horror, Quilty vive di un clima ovattato e incerto, trattenuto e potenzialmente pronto a deflagrare in qualsiasi momento, e ci conduce in una spirale incerta capace di portarci (letteralmente) fuoristrada; un film sicuramente interessante e discretamente scritto che lascia, com’è giusto che sia, la porta aperta a molteplici soluzioni.
 

29 09 2005
Alessio Gradogna

 

 

NOCTURNO

Dopo un notevole esordio nel lungometraggio con il mockumentary Road to L. – Il mistero di Lovecraft (2005, distribuito in Dvd da 01 e Minerva Pictures), horror adulto e di un certo fascino che prende le mosse da un ipotetico viaggio in Italia dello scrittore americano autore dei miti di Cthulhu, Federico Greco ha girato alcuni lavori molto interessanti che stanno ottenendo un certo riscontro nei festival internazionali. Tra questi, Liver, cortometraggio nato come show-reel per l’attore Ottaviano Blitch, è un noir cupo e malsano, che parte da una storia vera – quella di Harry Brompton, soprannominato dai giornalisti “Liver” per aver mangiato il fegato delle sue vittime – per tracciare le linee essenziali di un atipico rape&revenge-movie, dove l’omicida vendicativo, una volta uscito di prigione, sequestra la giovane figlia del procuratore che l’aveva condannato per  sottoporla ad una serie di violenze protratte per ore, tra classici intonati mentre abbatte su di lei i colpi di una mazza da golf, stupri e deliranti divagazioni su alti concetti filosofici.

L’omaggio ai classici come Pulp Fiction o Arancia Meccanica è dichiarato sia dai dialoghi che dalla gestualità di Blitch, emule in più di un’occasione di Malcom McDowell. Ma l’aderenza dell’attore al ruolo, come la sua abilità e presenza scenica, sono indiscutibili, mentre risulta totalmente originale lo stile di ripresa secco e deciso, o il montaggio estremamente curato, che nella seconda parte scopre possibilità espressive inedite e viaggia libero da costrizioni narrative inventandosi un rendez-vous con la morte deflagrante nell’insolita veste musical.

Anche il precedente lavoro del regista, Quilty, poggia su precise coordinate cinefile: la sua realizzazione, maturata all’interno di un laboratorio di cinema (Metaciak 2005) di cui Greco è docente, è stata ispirata esplicitamente dalla visione di Mulholland Drive. Ma il rischio, evidente, di affastellare citazioni e riprodurre un cinema manierista come omaggio appassionato a un autore come Lynch è stato ancora una volta sgombrato dai modi assolutamente originali e personali di trattare la materia.

Le storie parallele di due coppie di amanti, l’una accomunata dalla passione per il cinema (lui montatore di fiction, lei attrice in cerca di visibilità), l’altra stretta dall’amore per la musica (lui liutaio artigiano, lei celebre violinista), procedono per ellissi temporali, ripetizioni, minacce imminenti ed enigmi appena sbozzati, finché nel finale non si congiungono in un unico assurdo maelstrom capace di ingoiare tutto. E se il travaso di identità tra le due rispettive coppie non può non far venire in mente, complicandola ulteriormente, la fitta rete di rapporti che allaccia le esistenze delle due eroine lynchane, mentre la straordinaria Llorando, track portante del capolavoro in questione, sta lì a siglare, nei bellissimi e chiarificatori titoli di coda, i debiti che Greco dichiara di avere nei confronti del Maestro, la trama visiva di Quilty e le forme narrative del suo intreccio sono suggestive e avvolgenti dimostrazioni di una rielaborazione tutta personale eseguita alla perfezione.

Certo, se il mediometraggio avesse avuto dalla sua un parterre di attori professionisti, anziché i pur volenterosi allievi della Scuola di cinema (ma il progetto è partito da lì e questa non è una colpa) il risultato sarebbe stato davvero pienamente coinvolgente. Ma anche così, la sensazione è quella di una liberissima e piacevole sperimentazione creativa, tecnicamente impeccabile. Un modello di fiction che vorremmo vedere più spesso nel cinema che esce in sala.

Pierpaolo De Sanctis

 

 

 

 

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