Questa è la recenzione di Francesco Lomuscio, apparsa su Cinebazar.it
pochi giorni dopo l'anteprima del film "Il mistero di Lovecraft" il 5 luglio 2005 a Roma.
Federico Greco e Roberto Leggio,
già responsabili del breve documentario H.P. Lovecraft-Ipotesi di un viaggio
in Italia (2004), tornano ad occuparsi del solitario di Providence, dalle
cui opere il mondo della celluloide ha non poche volte attinto, dirigendo ed
interpretando Il mistero di Lovecraft, girato in digitale e prodotto
dalla Digital Desk e dalla Minerva Pictures.
Il film vede protagonisti, accanto ai due autori, Roberto Purvis, già nel
cast di horror a basso costo come Red riding hood (2003) e The mark (2003),
l’esordiente Simonetta Solder, il direttore della fotografia Fabrizio
La Palombara (direttore anche di "Private" di Saverio Costanzo) e
Fausto Sciarappa. Narrato nella versione per l’estero da Robert ”Freddy
Krueger” Englund, il film di Greco e Leggio parte da un’idea
originale ed inquietante, ipotizzando che l’autore de La maschera di
Innsmouth, nel lontano 1926, abbia effettuato un misterioso viaggio nel
Polesine, entrando in contatto diretto con creature soprannaturali, le quali, in
maniera fondamentale, potrebbero averlo ispirato.
Ottimi presupposti per raccontare in un horror la vicenda di una piccola troupe
che, ottanta anni dopo, cerca di ricostruire le motivazioni che portarono lo
scrittore ai confini dell’Italia. Invece, a causa della solita mancanza di
capitali o, meglio ancora, di quelli che spesso non vengono concessi, i due
registi prendono la strada più economica ed apparentemente semplice del
documentario, confezionando un prodotto che richiama inevitabilmente alla
memoria The Blair witch project - Il mistero della strega di Blair
(2000), titolo già fin troppo abusato dalla cinematografia mondiale, tra cloni,
sequels, parodie e perfino versioni hardcore.
La differenza, però, sta nel fatto che, mentre il sopravvalutato esordio
cinematografico di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez ha finito per
trasformarsi in cult-movie spacciando per autentici i fasulli residui visivi di
una tragedia (mai) avvenuta, ne Il mistero di Lovecraft, a detta degli
stessi autori, tutto ciò che vediamo è assoluta verità.
Ma lo spettatore, purtroppo, non riesce ad accorgersene, in quanto, a reali
testimonianze e documenti ritrovati, vanno ad aggiungersi momenti di finzione
che dovrebbero contribuire a far salire la tensione, i quali, invece, per
rimanere nell’ambito della messa in scena tipica del genere documentaristico,
propongono la realtà così come la si vede ad occhio nudo, fornendo comicità
involontaria e, contemporaneamente, facendo credere che ciò che stiamo guardando
sia l’ennesima, falsa ricostruzione di una tragedia in realtà inventata.
Alla fine, quel che rimane non sembra altro che il lungo (circa novanta minuti)
e noioso resoconto di una gita turistica, il quale, però, ci fornisce lo spunto
per ricordare ad una certa critica snob e bacchettona che il cinema dell’orrore,
a dispetto di ciò che si dice, è probabilmente quello più difficile da portare
sullo schermo, in quanto il sentimento della paura, per essere suscitato nel
cuore e nel cervello di chi guarda, necessita di un’accuratissima
rappresentazione tecnico-artistica, la quale prevede, tra l’altro, un ragionato
uso del montaggio, della fotografia e, soprattutto, della colonna sonora, ancor
prima che dell’effetto speciale, il quale, senza gli elementi elencati, finisce
per non essere altro che uno spauracchio privo di anima.
Questo è il profilo di Francesco Lomuscio, tratto da www.cineclick.it,
prestigiosa rivista di cinema con la quale collabora.
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