Mulholland Drive: la storia del film (postato sul forum Pigrecoemme.com)
Una sensibile
ragazza di provincia che crede nel sogno americano va a Hollywood. Ma in seguito
a pesanti delusioni professionali e personali (un fallito rapporto lesbico con
una collega attrice e la discesa nell'inferno della droga) si suicida.
La trama del film
c'è, è semplice, ed è allo stesso tempo interpretabile in vari modi. Ma solo
dentro i limiti della storia di cui sopra. Cioè solo in base alle diverse
sensibilità di chi vede il film. Non credo che un film così complesso possa
essere piacuto così tanto a chi l'ha apprezzato (o lo si ama o lo si odia, non
c'è via di mezzo, vedi uno dei primi messaggi di questo topic) solo per le sue
qualità visive o pseudo-filosofiche. E' piaciuto perché - più o meno
inconsciamente - abbiamo tutti compreso di cosa parla. In OGNI buon film c'è una
storia precisa che viene narrata. L'unico meccanismo veramente funzionante in
ogni narrazione (letteraria, teatrale, poetica, anche musicale) è quello
dell'immedesimazione. E non è possibile immedesimarsi in una a-narrazione.
L'uomo cerca sempre un gancio narrativo in qualunque esperienza faccia. I grandi
registi l'hanno capito. Non esistono grandi film, secondo me, dietro i quali non
si intraveda (anche con difficoltà) o vagamente percepisca una solida storia.
Più la storia si eleva ad essere universale poi, più l'immedesimazione è forte.
E più il film funziona. Vedi tutto il cinema di Kubrick.
Dunque la Watts è una giovane, bella, ingenua, idiota ragazzina della provincia
americana. La vittima perfetta dello spietato ingranaggio dello showbiz. Così
giovane e ingenua che viene accompagnata all'aeroporto dai genitori,
altrettanto, se non più, idioti di lei e speranzosi che la propria figlia
sfondi. Come ogni buona mamma italiana che manda la propria figlia ai concorsi
per le Veline (vedi "Bellissima" di Visconti). Tanta buona volontà e tante
speranze (e tante tette) sono purtroppo le motivazioni e il carburante di tante
aspiranti attrici in tutto il mondo. Ma se sei a Hollywood - la patria per
eccellenza dello showbusiness - automaticamente la faccenda acquista un livello
universale. Ecco il primo elemento di immedesimazione. La Watts è "tutte" le
ragazzotte ingenue di provincia del mondo innamorate dello showbusiness in
"tutte" le parti del mondo. Hollywood (cioè Mulholland Drive, una famosa via di
Beverly Hills) ne è solo la metafora spietata. Ecco tra l'altro, il motivo della
scelta proprio di questo titolo. Il film avrebbe potuto chiamarsi benissimo
"Hollywood".
(Mi chiedo però se glielo avrebbero mai distribuito, visto quello che gli è
successo con i dirigenti tv).
Secondo elemento narrativo che fa scattare l'immedesimazione: dopo tanto penare
e una storia d'amore lesbica che sembra renderla felice, la giovane tettuta (non
così tettuta come l'amante mora in effetti, ma probabilmente quella è una
proiezione dei desideri della ragazza, tant'è che la mora lavora e lei no,
altrimenti su quelle tette COSI' GRANDI Lynch non ci si sarebbe soffermato COSI'
TANTO), dicevo la giovane tettuta inizia una discesa all'inferno.
E', anche qui, la discesa all'inferno di "tutte" le ragazze (ma anche ragazzi)
del mondo delusi dopo grandi speranze.
Terzo e ultimo elemento: alla fine, tale è la sua ingenuità (quella di tutte le
ragazze del mondo che vogliono fare quel lavoro, ma a questo punto la metafora
comprende qualunque altro tipo di lavoro e di persona, anche se la critica
terrificante proprio dello showbiz è molto chiara nel film) e tale è il divario
tra aspettative e realtà, che la ragazza non regge, cade in depressione e si
suicida.
Ora... a questo punto mi sembra che quasi tutti gli elementi poco comprensibili
del film abbiano acquistato una motivazione d'esistere e un posto preciso nella
storia. In particolare quello che io trovo l'elemento più poeticamente
terrificante dell'intera faccenda. I titoli di testa. Con una musica tanto
terrificante, quanto è terrificante (guarda caso) il "divario" tra la tragedia
che si compirà e il motivetto diabolicamente allegro e orecchiabile della stessa
musica. Un po' come il finale de Il Dottor Stranamore, dove su immagini della
fine del mondo parte "We shall meet again", canzone romantica e totalmente
"inadatta" (ammetto che nel caso di Mulholland Drive è tutto più terribilmente
bello che in Kubrick).
Per finire, e provare a mettere tutti i puntini sulle "i", tocca spiegare tutto
il resto.
Ma qui me la cavo, forse un po' troppo facilmente, dicendo che basta ragionare
su "chi" sta raccontando la storia. In ogni narrazione il produttore - dopo che
gli hai raccontato la trama del tuo film in 30 secondi e ha alzato il
sopracciglio senza farti volutamente capire se gli è piaciuta o no - chiede:
"Ok. Ma da che punto di vista è raccontata la storia?". Intende dire: la
macchina da presa dove sta? Negli occhi della ragazzotta di provincia (la
Watts)? In quelli dei genitori? In quelli della mora tettuta? In quelli del
regista? In quelli di un narratore "terzo" onnisciente? Vecchio problema di ogni
romanziere. Dopo aver deciso cosa raccontare, il secondo problema da affrontare
è appunto, CHI la racconta la storia?
Lynch avrebbe risposto, secondo me: "Dal punto di vista della ragazzotta di
provincia. Però non come la racconterebbe lei, ma come la racconterei io. Visto,
tra l'altro, che la Watts è morta".
Dunque il film è la rappresentazione cinematografica (e solo il cinema lo
permette, anche per questo è un film straordinario) delle percezioni confuse di
una ragazzotta di provincia che si infila in un meccanismo più grande di lei. E
lo percepisce come un unico grande incubo in cui la realtà non assume i
connotati razionali che le sono propri ma viene sublimata in una confusa (ma
vera!) visione di dettagli, rumori, ricordi, odori, parole, musiche sparse.
Dunque la storia della Watts è raccontata da Lynch che a sua volta cerca di
raccontarla come crede che gli occhi della confusa e sbigottita Watts l'abbiano
percepita. Avendo Lynch una sensibilità che dire visionaria è dire poco, il
risultato è Mulholland Drive.
Ne deriva che, vista l'immensità di Lynch, MD si avvicina molto (sogno di
qualunque regista) ad un brano musicale. Una forte componente narrativa di fondo
(la storia di Guglielmo Tell in Rossini come quella di semplici pastori in
Beethoven...) e un'amplissima possibilità di adattare quella storia alle singole
sensibilità che la fruiscono. Cioè un'opera dalle molteplici interpretazioni,
che però ha solidissime basi narrative, e dunque di immedesimazione. Per questo
ci prende alla gola in quel modo.
Personalmente quando ho visto il film la prima volta ho avuto il culo di capire
quello che poi ho capito tutte le altre volte che l'ho visto. E ho provato una
pietà infinita per lei. Cosa che credo sia il fine ultimo di Lynch, visto che
anche lui è un semplice uomo come noi. Oltre che un genio.
22 2 2005
Il mistero di Lovecraft - Road To L.
Fuori Fuoco - Cinema, ribelli e rivoluzionari