Italiani ai margini  (articolo apparso su Cineforum n° 386)

 

Il 1999 sta venendo su bene. E' un anno di esordi interessanti nel cinema indipendente. L'esperimento della Pablo/Axelotil (la nuova casa di distribuzione di Gianluca Arcopinto - Il caricatore, Portami via...) è un indizio di come qualcuno cominci ad intravedere possibilità redditizie nel finanziare giovani autori esordienti, per farli crescere investendo sul loro talento.

 

I film della 'Pablo'.

Il termine marginalità ha un'etimologia interessante. Proviene dal sanscrito <marg'ati> che significa pulire, da cui il senso di strisciare e quindi segnare linee. Beh insomma, se c'è una realtà artistica che traccia una linea ben definita tra sé e tutto quanto siamo abituati a vedere, questa è quella del cinema indipendente. Italiano? Anche. Nomen est omen: il cinema marginale parla di ciò che è marginale, come se la sua stessa natura produttiva fosse legata per un destino non chiaro alle storie che sente di dover raccontare. O forse perché non può far altro che raccontare di sé, da angolazioni apparentemente lontane eppure così simbolicamente vicine e intense: piccole quantità di denaro per storie piccole? In certi casi queste storie non sono poi così piccole, a cominciare da quella che racconta Davide Manuli.

Il suo film è la punta di diamante senza riserve dell'esperimento della Pablo: Girotondo, giro intorno al mondo, premiato con il Solinas nel 1995 e costato intorno ai 100 milioni (''Manuli è il Rodriguez del cinema italiano?'' Roberto Silvestri su Il Manifesto). Marginalità qui è parola d'ordine in tutti i sensi. Nella storia come nelle vicende produttive. Ma dalla marginalità sicuramente Manuli uscirà dopo questa prima prova d'autore. Bisogna vedere se gli farà bene. Sarà un ottimo esempio per un osservatore attento. Quello che è certo è che le premesse non solo sono superiori a quelle dei 'miracoli' Kevin Smith (Clerks) e Robert Rodriguez (El mariachi) - Manuli ha un occhio almeno più 'raffinato' - ma si fondano su un paio di questioni produttive e di contesto che hanno 'perduto' i due giovani hollywoodiani. Diciamocela tutta: è vero, in Italia ci sono meno possibilità di trovare i soldi anche dopo un esordio così accattivante (Gianni Zanasi dopo Nella mischia ha dovuto aspettare almeno tre anni; Matteo Garrone è riuscito a girare Ospiti subito dopo il film d'esordio, ma forse con ancora meno soldi). Ma è anche vero che la mancanza di tanti soldi da subito, anche per il secondo lungometraggio, potrebbe diventare un argine contro fuorvianti velleità 'pieraccioniane'. Non vogliamo assolutamente fare il solito discorso sui vantaggi che i limiti economici possono rappresentare per l'ispirazione (Giacomo Campiotti e Leone Pompucci potrebbero dirvi la loro a proposito degli splendidi e relativamente 'ricchi' Come due coccodrilli e Camerieri). Però è sicuramente più facile, vista la situazione di immobilità e di vigliaccheria dei nostri produttori, che registi come Manuli rimangano proprietà di scuderie alternative alle 'major' di casa nostra. E quindi più liberi di sperimentare (la sperimentazione è un'altra caratteristica della marginalità). O magari è facile che acquisiscano una totale indipendenza produttiva.

Il bianco e nero rende Girotondo ancora più 'caldo' (nel senso di MacLuhan) di quanto non sia già la storia in sé. Per quanto il gelo tagliente della marginalità - psicologica, sociale e urbana - sia protagonista assoluto. L'empatia per Angelo (un eccezionale seppur alterno Luciano Curreli) e le sue vicende, raccontate quasi in tempo reale, sgorga fortissima dal potente realismo con cui il regista tratta la materia narrativa. E dall'alternarsi attento e mai di maniera di ricordi e vita reale, simulazione filmica dei percorsi non lineari del pensiero, insieme all'aprirsi di pause nella narrazione destinate alla pura e semplice descrizione di personaggi importanti (indimenticabile la sequenza nella toilette del bar di periferia dove la puttana Serena, di cui Angelo si innamora pur non potendole offrire una vita sessuale, si muove al ritmo di musica hard: il suo ballo sprigiona un'attraente e decisa sensualità, e questo basta a Manuli per decidere di tenere la scena per circa dieci minuti). Non è cinema a tesi, eppure sotto le maglie di una veste di forte partecipazione emotiva si intravede la forza di un discorso chiaro sulle drammatiche e insieme limpide contraddizioni delle piccole vite che percorrono le periferie metropolitane. Vite sfortunate, fatte di orfani adottati da famiglie di Rom; esistenze votate alla prostituzione fuori, dentro al romanticismo e alla dolcezza; decessi per overdose e turbe psicosessuali. Con l'intrusione, ogni tanto, dei rappresentanti della vita 'ufficiale', travet puttanieri, squallidi e senza nulla da perdere: anche loro però 'salvati' dalla semplicità totale e pura della povertà con cui stanno avendo a che fare per caso o per divertimento.

Manuli guida il montaggio del film con mano decisa con lo scopo di evitare una troppo eccessiva immedesimazione (stacca sulla scena successiva sempre poco prima che al pubblico si permetta di 'entrare' nella sequenza). Così consente di rimanere alla giusta distanza per poter esprimere un giudizio non troppo contaminato dalle sue sottili e persuasive capacità affabulatorie, e per proiettare la sua storia nel cielo di una metafora superiore.

Piccole anime (di Giacomo Ciarrapico) è l'esordio di un regista teatrale giovanissimo e prolifico, attore prima che autore. L'incapacità di scrollarsi di dosso la staticità del quadro teatrale è forse la pecca più grande del film, scandito un po' ingenuamente da fondu a nero che non servono a segnanare il passare del tempo e da stacchi sull'asse che accorciano i tempi dell'azione. C'è una quasi totale mancanza di movimenti di macchina che però è controbilanciata da un vivace ritmo interno alle inquadrature. E se i problemi dello spettacolo teatrale che il protagonista vuole mettere in scena, in una sorta di 'Effetto notte' romanesco, continuamente si incagliano sul 'messaggio' (''...sì ma qual è il messaggio, Giacomo?''), anche il film lascia con uno strano amaro in bocca, in parte dovuto al cinismo brillante con cui sono descritti i personaggi e il loro ambiente, in parte alla mancanza di una chiara e decisa intenzionalità in fase di sceneggiatura.

Due volte nella vita, di Emanuela Giordano, potrebbe diventare il caso italiano (dal punto di vista tecnico-produttivo), e sinceramente non si capisce come mai non lo sia diventato con la forza che si merita. Girato per tre quarti in digitale (con una telecamera praticamente identica a quella di Buena Vista Social Club) e per il resto in pellicola Super 16mm (il formato più diffuso tra i giovani indipendenti e cortisti), il film emula alla lontana le vicende produttive rivoluzionarie de Le onde del destino, primo lungometraggio per il grande schermo girato con una telecamera semiprofessionale e non con una macchina da presa (se escludiamo le sperimentazioni in video e in HDTV degli anni '80, anche italiane: Antonioni e Del Monte). Per il resto l'impianto di origine teatrale pesa un po' sul risultato cinematografico, anche se i tentativi di rifare una certa, leggera, commedia all'italiana a volte riescono felicemente.

 

Ultra-marginalità.

Oltre il porto riparato della Pablo c'è il mare aperto di Java e in lontananza l'isola del dottor Moreau. Sull'isola crescono strani ibridi cui padri-registi cercano di dare forma di film. Tra questi Medley è l'esperimento forse più interessante, girato in video Hi8 e rielaborato in post-produzione in Digital Betacam Widescreen. Vaga con successo tra i festival non solo italiani su supporto video (1° Premio al Festival del Cinema Trash, Noir in Festival di Courmayeur), e non ha fatto il salto nelle sale cinematografiche (ancora?). Va però segnalato perché rappresenta l'esperienza di punta di tutto un underground 'elettronico' festivaliero in crescita. Inoltre di Medley (70 minuti) vale la pena parlare se non altro per lo scarto tra l'ambizione del progetto e le possibilità economiche per realizzarlo. E perché ci impegna in una sfida inconsueta  mettendo a dura prova gli strumenti di una possibile critica (sempre che 'critica' sia un termine ancora esistente nell'universo trasgressivo e completamente fuori dal tempo del film). Possiamo provare a definirlo un esempio di 'alta professionalità amatoriale', opera del ventenne Gionata Zarantonello, simile in modo impressionante all'esordio nel lungometraggio dell'allora diciannovenne Eros Puglielli (Dorme, forse tra poco in sala per i tipi cinematografici della Lucky Red): folli, violenti, grotteschi e surreali, quasi che Sam Raimi e i carrelli a mano deformati sui volti abbiano fatto proseliti tra gli appartenenti ad un'unica generazione. Da subito il regista mette in chiaro la chiave di volta del film: il contrappunto tra musica e immagini (spesso jazz leggero o rock ballabile accompagna scene al limite dello splatter), per sgonfiare da subito la serietà di un argomento che non può avere nulla di serio - o per sottolineare la serietà di un argomento su cui forse non è il caso di scherzare: questo è da decidere a seconda delle sensibilità... L'ispirazione ai tragici fatti reali della cronaca scolastica non è occultata, anche se per tutto il film si respira un'aria talmente 'pulp' e dissacrante ('Il Mistero della Pubblica Istruzione' ha ufficialmente prodotto il film, nei titoli di testa) che si rischia spesso il gioco fine a se stesso. Morti ammazzati, ventri squarciati, prof sadici assassini e assassinati, teste mozzate e bulbi oculari strappati, Medley sta un po' più sotto di Bad taste e Re-animator, e passa attraverso un cumulo di citazioni più o meno esplicite (Poltergeist, Arancia meccanica, Un lupo mannaro americano a Londra, Strange days, Shining, Non aprite quella porta...). Ogni tanto le ingenuità dell'ispirazione, che non sempre è felice, vengono bilanciate da scene al limite del genio, come quella in cui la soggettiva di una testa mozzata si fa split-screen per contenere nella stessa inquadratura due punti di vista diversi della stessa visuale... perché un occhio, ancora attaccato al cervello da un sottile nervo ottico, si è staccato dall'orbita...

Con Tanabéss cambiamo completamente registro. Qui si rappresenta la voglia pura e semplice di fare cinema come si faceva vent'anni fa, sotto la guida di un forte spirito di indipendenza, del bisogno di dire le proprie verità denunciando la fallacia di altre, o - semplicemente - di narrare. Il film è autoprodotto da un'associazione culturale (vaca) che ha coagulato intorno a sé le forze di circa 150 persone, quasi tutti alla prima esperienza cinematografica (tra cui il protagonista del film, Umberto Giovannini). Luisa Pretolani e Massimo Valli dirigono con mano felice la storia scritta da Walter Pretolani, un apologo dalla struttura narrativa lineare e fortemente allegorica sulla solitudine come viaggio iniziatico attraverso il quale raggiungere un nuova consapevolezza di sé. Gibo abbandona moglie e figlio e si ritira sulla spiaggia di Ravenna, in un luogo appartato, per racimolare i soldi necessari a partire per la Danimarca, dove l'aspetta una nuova storia d'amore. Il distacco si consuma immediatamente, per sempre, e non solo dalla famiglia. Il vecchio modo di pensare, rappresentato da alcune figure importanti della sua vita, diventa presto desueto e sfocato, e il nuovo - la compagnia della solitudine o del 'matto del fiume', la capacità di entrare in sintonia con la natura, l'aprirsi all'amicizia con un nero, Orcinamum, la cui presenza in quei luoghi e in quei tempi (1972) era assolutamente inconsueta - viene lentamente assimilato. Il 'viaggio' di Gibo resterà interiore, perché l'arrivo in Danimarca e la scoperta della vanità di quell'amore così desiderato lo convinceranno dell'importanza di quanto è accaduto soprattutto fino a lì. La preparazione si rivela più importante del viaggio stesso: la coscienza critica, regola di quell'epoca arrabbiata, impediva di capire ciò che accade nel quotidiano e di imparare a goderne. Per questo apre e chiude il film l'immagine di Gibo che, guidato dal matto del fiume, cerca di scoprire il metodo per memorizzare insieme alle immagini della natura che lo circonda anche le sensazioni che gli hanno lasciato, con un gesto che è la metafora più evidente del film. Usciti dalla sala il pubblico ricorderà la storia, il 'messaggio'; o piuttosto, come suggeriscono gli autori, semplicemente quello che è stato mostrato? Per questo le imperfezioni tecniche del film - che comunque sono legate alla scarsità di soldi - qui non ne impediscono la fruibilità. Anzi...

 

L'isola del dottor Moreau

è sempre più popolata di ibridi cinematografici  - o forse ormai è meglio audiovisivi (film senza soldi, lungometraggi in video, avanguardia per il grande pubblico). E a causa di qualche strano fenomeno di deriva, l'isola si sta avvicinando alle coste del continente. Quando toccherà definitivamente la terra ferma quegli ibridi contamineranno i paesi conosciuti e una nuova razza sorgerà dalle copule. 'Meticci' superiori ai genitori, con un dinamismo genetico più elastico, che dei genitori avranno il linguaggio. E strumenti più sofisticati.

 

(aprile 1999)

 

 

 

 

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