di Michele Mari
Il sottoscritto considera Michele Mari uno dei migliori scrittori italiani in
assoluto, e un critico tra i più colti e raffinati. Apprezza anche il suo
temperamento schivo, che lo tiene lontano da palcoscenici letterari troppo
illuminati. Il testo che segue vuole portare, anche se un po’ tardivamente,
l’attenzione sullo straordinario lavoro recente di Mari da cui è tratto: I
demoni e la pasta sfoglia, ed. Quiritta, Roma, 2004, pp. 482, € 19,00: una
rassegna di brevi commenti ad alcune decine di autori di varia levatura, scritti
all’insegna dell’intelligenza, non di rado dell’eccellenza. Chi abbia buon
palato può ancora trovare nelle librerie il bellissimo romanzo di Mari Tutto
il ferro della torre Eiffel, pubblicato da Einaudi nel 2002: quanto di meglio
uscì in Italia quell’anno. (V.E.)
Il mio primo incontro con Lovecraft risale al 1963, quando (non avevo ancora otto anni) mi cadde lo sguardo sull'ultimo «Urania» comperato da mio nonno: era il numero 310, e recava, sopra l'illustrazione di Karel Thole (un vecchio vagamente somigliante a Dante Alighieri, avvolto in una purpurea veste da camera; tre misteriosi cilindri d'acciaio; un gigantesco pipistrello dal volto deforme e sanguinolento), l'inquietantissimo titolo Colui che sussurrava nel buio.
Mi spaventai talmente che pur di non prendere in mano il volumetto rinunciai
perfino, contro le mie abitudini, a leggere le strisce di B.C. poste in
appendice: da allora Lovecraft sarebbe stato per me quel sussurro e quel buio, e
le sillabe stesse del suo nome avrebbero evocato ogni tipo di larva e di
gorgogliante presenza. Così, quando pochi anni dopo mi imbattei nell'antologia
Un secolo di terrore, edita da Sugar nel 1960, fu inevitabile associare
al solo Lovecraft, presente con il racconto I topi nel muro, il celebre
Urlo di Munch riprodotto in entrambi i fogli di guardia di quel volume.
Venne poi la stagione del disordine editoriale e del dispregio di ogni
filologia, ma la suggestione esercitata dallo scrittore di Providence era ormai
garantita. Anzi, avendo la predilezione per un autore estremo come Lovecraft
tutti i caratteri della devozione, e ponendosi i suoi estimatori nelle vesti di
adepti, si può dire che l'assenza di consapevolezza filologica abbia semmai
giovato al successo di Lovecraft, facilitando la sua trasfigurazione in
sacerdote della religione dell'orrore, e di conseguenza assimilando la sua opera
a testo sacro.
Gli antichi fedeli di Lovecraft, così, si considerano prescelti, e guardano con
sospetto ai neofiti; pensano al corpus lovecraftiano come a qualcosa di
metastorico e di sovraindividuale, senza manoscritti e redazioni, senza date e
senza svolgimento, e parlano del ciclo di Cthulhu come del Pentateuco; le
Montagne della Follia sono per loro un luogo reale, di difficile ubicazione
(come dire l'Ultima Thule o Hic sunt leones) ma reale. Sentir parlare di
note al testo, dunque, provoca loro lo stesso disagio che a cavallo fra
Settecento e Ottocento dovette procurare la questione omerica agli adoratori del
"divino" Omero. Tuttavia, poiché la fase della riflessione critica è un momento
inevitabile, la forza di una fede consisterà nella capacità di attraversare
vittoriosamente questa fase, assorbendo in sé tutti gli elementi che non è
altrimenti in grado di rigettare (forse che dopo Lutero il cristianesimo non
prese nuovo vigore nei paesi protestanti, e così il culto dei santi dopo i
rigorosi Acta Sanctorum dei Bollandisti?).
Per Lovecraft il momento della filologia è venuto con la monumentale edizione
Fanucci e con i quattro volumi mondadoriani curati da Giuseppe Lippi sulla
falsariga dell'edizione Arkham. Confesso di essermi accostato a queste edizioni
con animo incerto, conscio dei rischi a cui sarebbe stata sottoposta l'aura di
Lovecraft, ma anche fiducioso che, una volta superata la prova, il mio autore ne
sarebbe stato "confermato". Così è stato, naturalmente, e basti a persuaderlo il
confronto fra l'incompleta versione vulgata del Colore venuto dallo spazio
(racconto che Stephen King ha giudicato il migliore di Lovecraft, e per il quale
l'autore stesso non nascose la propria predilezione) e la nuova versione
integrale, la cui ultima frase («Sarebbe orribile dover pensare a lui come a una
delle grigie, contorte, scarne mostruosità che non cessano di turbare i miei
sonni») non fa rimpiangere il più goffo «Dio solo sa di che cosa si tratta!» che
chiudeva il testo finora conosciuto.
È facile prevedere che questi volumi allargheranno la fortuna di Lovecraft in
Italia, ma è anche probabile che dopo qualche anno di entusiasmo debba
subentrare in molti lettori, per la soddisfazione dei più gelosi, una fase di
disamoramento e di distacco. Come Borges o Poe, Lovecraft appartiene infatti
alla schiera degli autori che per definizione si rileggono e si ricordano per
citazioni («Cthulhu» o «Necronomicon» come «Aleph» o «Ammontillado»), e che solo
una buona dose di fanatismo, più ancora che una fatale consonanza, può
continuare a far amare di un amore indiscutibile. Siamo davvero molto lontani
dal successo di uno scrittore come King, nei cui romanzi la rappresentazione
dell'orrore si coniuga, reificandosi, con la critica alla società americana e
(donde spesso un inopportuno lieto fine) con un gusto classico dell'avventura:
in Lovecraft, diversamente, l'orrore ha la presunzione di essere la sola
materia, ed è per questo che i suoi lettori avvertono prima o poi una specie di
patto: questo è il mio tempio sembra dir loro l'autore, e può entrarvi solo chi
adora. Uno dei fascini maggiori di questo scrittore è proprio l'ossessiva
serietà, l'assoluta mancanza di ironia e di ludicità, la ripugnanza per ogni
intervento dissacrante o straniante. Con questo stesso metro, del resto, egli
tracciò una non banale storia della narrativa nera nel saggio L'orrore
soprannaturale in letteratura, dove si censurano le «storie di spettri
tradizionali o anche stravaganti o umoristiche in cui il formalismo, o il
furbesco ammiccare dell'autore, allontana la vera e propria sensazione di una
morbosa anormalità» e ogni forma di contaminazione sentimentale o moraleggiante;
sono svalutate anche le opzioni del macabro e del raccapriccio fisico, come
scorciatoie inadeguate a rendere la dimensione metafisica e assoluta
dell'orrore. L'aggettivo più frequentemente usato da Lovecraft per indicare tale
purezza è «cosmico»: dove non sfugga il sottinteso etimologico e leopardiano
della legalità o normalità dell'orrore come dimensione non eludibile, e dove
soprattutto si fa apprezzare l'assenza di ogni antropocentrismo. L'orrore
lovecraftiano è letteralmente "alieno", viene dagli spazi profondi e non ha
nulla a che fare con l'uomo; e il segreto di Lovecraft consiste nel
rappresentare questa intrinseca orrorosità a prescindere da categorie umane,
quasi prestando la propria penna a un dio che detti la propria biografia. Si
tratti delle «cieche, mute, stolide abominazioni la cui anima è Nyarlathotep» o
dell'intuibilità della Cosa sulla soglia, l'orrore assurge nella sua
pagina (in virtù di una mitopoiesi tutta mentale, tutta al di qua della
scrittura) ad oggettivo personaggio. Solo comportandosi nei suoi confronti «in
veste di cronista», si legge nell'Orrore soprannaturale in letteratura,
si potrà conseguire «un tipo di realismo inedito», con una fiducia che fece dire
a Manganelli: «sgomenta non la concretezza dell'apparizione, ma la sua sacrilega
aspirazione ad esìstere».
links | chisono | email | credits | ilmisterodilovecraft | HOME | fuorifuoco | stanleyandus | neverland | quilty | borderlands |