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Ancora in fase embrionale il nuovo progetto italiano LA CASA DAL GIARDINO DI PIETRA, vede riunirsi sei registi (Federico Greco, Domiziano Cristopharo, Luciano Melchionna, Alessandro Giordani, Alessio De Leonardis, Roberto Palma) per altrettanti episodi in cui la casa diventa un luogo dove ancestrali paure si raccolgono ed echi di urla disperate rendono gelidi i corridoi senza fine. In controtendensa lasciamo la presentazione del lavoro alle parole dei registi Giordani, Cristopharo, Greco e degli attori Giovanni Lombardo Radice (Cannibal Ferox, Il nascondiglio, Omen 666) e Maria Rosaria Omaggio (Roma a mano armata, Giocare d’azzardo), per poi pubblicare uno speciale approfondito sui singoli episodi.
Partiamo
dall’idea di base: “La casa dal giardino di pietra” è un film diviso in sei
episodi, diretti da altrettanti registi; cosa vi ha spinto ad unire le forze
per realizzare un progetto del genere?
A.Giordani: Penso che
uno dei segni distintivi del vero cinema indipendente sia proprio quello di
“unire le forze”. Purtroppo in Italia, essendo ormai sparito il cinema
indipendente, si è perso anche questo importante valore di collaborazione
per una giusta causa. In questo caso è stato più che altro un intento di
ribellione a unirci verso un cinema nostrano di cassetta che non offre più
nulla di nuovo e, allo stesso tempo, verso un movimento indipendente che si
è chiuso in se stesso sancendo la morte di una presenza “forte” all’interno
del cinema italiano.D.Cristopharo:
l’idea è venuta a me e ad alessandro giordani durante un pranzo… doveva
partire come un trash horror tra amici a bassissimo costo… ma poi ci siamo
detti: “conosciamo tantissima gente in gamba, perché non farne uscire fuori
qualcosa di piu serio?”
F.Greco: E’ da molto che rifletto sull’ipotesi di un film a episodi come quello dei “tempi eroici” in cui il cinema italiano di genere veniva esportato all’estero molto più di oggi. E quando Domiziano mi ha proposto la cosa ho pensato che si trattava di una sfida niente male.
La scelta dei nomi che avrebbero dovuto dedicarsi ad ogni singolo
segmento del film è partita da uno di voi che ha riunito il gruppo oppure è
stato una congiunzione “astrale” a raccogliervi intorno alla stesso pianeta?
A.Giordani: In parte
è stata la congiunzione astrale a unirci, ovvero una serie di eventi che
naturalmente ci ha avvicinato l’un l’altro. Ovviamente ci vuole anche fiuto
a coinvolgere le persone giuste e questo Domiziano Cristopharo ne ha da
vendere… effettivamente è lui che poi alla fine ha unito i pezzi.
D.Cristopharo: La combinazione dei nomi è stata astralmente favorevole… eravamo tutti in connessione al momento giusto!
A tal proposito, vi state ripartendo
equamente i compiti oppure uno di voi ha afferrato le redini, centralizzando
lavoro ed idee?
A.Giordani: Molta
libertà è lasciata ai singoli, soprattutto ora che stiamo in fase di ricerca
di fondi, ma un film non si può basare sull’iniziativa personale: serve
comunque una guida, e anche qui Domiziano Cristopharo è il protagonista
D.Cristopharo: Ogniuno di noi sta apportando il suo contributo al progetto, ma diciamo che io e giordani come parte produttiva tendiamo a mantenere una supervisione…
La presenza di Giovanni Lombardo
Radice, Gian Marco Tognazzi, Valentina Lodovini e Giorgio Colangeli assicura
un cast dalle solide spalle capace di fare la differenza. Visto che ognuno
di loro dovrà presentarsi sotto luci diverse (in base al taglio che
impartisce ogni singolo regista al proprio episodio), avete scelto gli
attori fidandovi delle loro esperienze passate? Avendo un cast unico per
tutti e sei le parti penso sia stato difficile associare un viso ad una
parte (data l’intrinseca diversità), e l’unico metodo era puntare tutto
sulla versatilità.
A.Giordani: In parte
la scelta degli attori è stata fatta dai singoli registi, in parte invece
funzionerà come gli scambi delle figurine: abbiamo voluto prima di tutto
coinvolgere attori veramente interessati al progetto e alla sua causa,
tralasciando il ruolo, in seconda battuta si deciderà insieme la parte.
D.Cristopharo:
no no il cast TECNICO sarà lo stesso per tutti e 6 i registi così come la
location…
Ma il cast ARTISTICO cioè gli attori no. Ogni regista ha il compito di
portare dalla parte dell’horror un attore di qualità, quindi ogniuno di noi
avrà un attore differente.
F.Greco: La scelta di
Fausto Sciarappa è stata d’obbligo per vari motivi: primo perché ho già
lavorato con lui ne Il mistero di Lovecraft ed è andata benissimo. E’ un
attore molto rigoroso e concentrato, con un carisma naturale e una bella
voce. In più assomiglia al personaggio che interpreta nel mio episodio,
anzi, diciamo che l’ho scritto pensando a lui. Il fatto poi che abbia
lavorato ne La ragazza del lago accanto a Servillo, con Ron Howard (Il
codice Da Vinci) e nella versione televisiva di Romanzo criminale, come
regista mi dà una sicurezza in più. Di cui non c’era neppure bisogno.
Eleonora Bolla è un giovanissima attrice, che ho scoperto nell’ultimo corto
di Michele Pastrello, 32. E’ perfetta per la parte perché ha una fisicità
immediata e un volto con un’ottima resa sullo schermo. E’ molto preparata
nonostante l’età e soprattutto molto molto motivata. Anche in questo caso ho
scritto la parte su di lei.
Per quanto riguarda Gianmarco Tognazzi: l’ho conosciuto in un paio di
occasioni qualche anno fa e l’ho subito trovato molto simpatico. La sua
bravura è indiscussa e nonostante non abbia scritto la parte pensando
immediatamente a lui, quando l’idea di proporgli il film mi è passata per la
testa ho percepito la classica sensazione del cerchio che si chiude. Con un
cast del genere il film è in cassaforte.
Pensare solo alle esperienze passate di un attore significa scegliere ad
occhi chiusi senza ragionare sul personaggio: è un errore molto comune.
Gianmarco per esempio mi sembra estremamente adatto alla parte perché è
capace di esprimere al contempo la sua parte scura e quella brillante. Non
solo perché avendolo visto spesso, a cinema e a teatro, sono convinto che
sia strordinariamente bravo.
Il giardino di pietra evoca una cupa
e fredda immagine, annientando il cromatismo acceso del verde (associato al
comune giardino) ed affogando in un glaciale grigio. Quali sono le atmosfere
ed i “toni” che state cesellando intorno alle diverse storie?
A.Giordani: In
generale i toni saranno cupi, ma credo che ogni regista darà una tinta
diversa a ogni episodio, una gradazione diversa di grigio
D.Cristopharo: ogni
regista è autore della sua storia. La mia, scritta assieme ad elio mancuso,
affronta proprio la superflua vivace arroganza della cultura occidentale,
che si stempera nell’essenziale e delicata cultura orientale.
La donna protagonista del mio episodio (di cui per ora non posso fare il
nome), fanatica ed austera si troverà suo malgrado a trasformarsi in una
concubina dapprima, poi in un guerriero assetato di vendetta, il tutto
scandito dalla musica classica italiana.
F.Greco: Il mio episodio è un tentativo di fare un horror comico, evitando però accuratamente di ripercorrere la strada dei vari Scary Movie, che non reputo neppure lontanamente degni di essere considerati prodotti cinematografici. Se dovessi fare un esempio, sceglierei piuttosto il primo cinema di Raimi e le atmosfere di Landis (Un lupo mannro americano a Londra). Inoltre l’episodio è un modo per ridere degli sforzi che noi registi “de paura” facciamo in Italia contro tutto e contro tutti, inevitabilmente indipendenti e arrabbiati e a volte anche straordinariamente incapaci e presuntuosi.
La casa, invece, è sempre stata un
contenitore di ancestrali paure e rancori che riecheggiano urlando vendetta
o semplice desiderio di non essere dimenticati. Anche ne “La casa dal
giardino di pietra” la dimora contiene un significato intrinseco,
inscindibile dalle trame dipanate nei frammenti?
A.Giordani: La
“paura”, come tutte le cose inventate dall’uomo, è testimone dell’era in cui
viviamo. Come nel ‘600 l’uomo aveva paura delle streghe, o i primitivi
avevano terrore delle calamità naturali, oppure ancora come nel 1999 il
mondo era impaurito dal “millennium bug”, oggi la nostra società credo sia
impaurita dalla quotidianità: è per questo che spopolano i reality, come al
solito per esorcizzare una paura. Quindi “La Casa” diventa il simbolo
paradossale di sicurezza e paura allo stesso tempo: l’essere umano è strano,
cerca sicurezza, ma poi quando ne ha troppa ha paura. Non a caso, leggendo
le cronache di questi giorni, la proprietà privata è diventata ormai il
tempio dei più atroci episodi… come se il male si fosse impossessato di
essa.
D.Cristopharo: la casa è uno dei personaggi del film… è la bellezza della casa e del giardino che, come in una sorta di sindrome di stendhal, fa emergere le brutture dell’individuo moderno che si trova schiacciato quando è solo di fronte alla maestosità bellezza della natura. Non siamo piu abituati a stare soli e ad essere naturali. Non siamo piu abituatio al bello e al confronto con noi stessi.
F.Greco: Il concetto di “familiarità” che esprime la casa è esattamente quello che - ribaltato - genera il sentimento della paura. La paura è tutto ciò che, da familiare si trasforma improvvisamente - o contemporaneamente, che è peggio! - in non familiare. Tutti voi conoscerete il saggio di Freud sul “Perturbante” (tra l’altro utilizzato da Kubrick per la scrittura di Shining). In tedesco il termine “Unheimlich” contiene la parola “casa” preceduta da una particella di negazione. E’ su questo che ho riflettuto quando scrivevo la sceneggiatura, visto che il tema portante di ogni episodio è proprio la casa, il luogo dove per definizione dovremmo sentirci più sicuri ma che, proprio per questo, può diventare origine dei peggiori incubi.
Avete intenzione di utilizzare uno
stile comune a livello di fotografia, montaggio, musiche, etc.
diversificando la regia, oppure ognuno di voi imporrà un proprio stile
rendendo unici e completamente personali gli episodi?
A.Giordani: Il cast
tecnico sarà lo stesso, soprattutto il direttore della fotografia, il
montatore e il tecnico del suono. Anche le musiche saranno supervisionate
per garantire una omogeneità. Daltronde ogni regista imporrà comunque uno
stile: come in un’arena post-atomica le armi sono uguali per tutti, starà a
ognuno di noi usarle come meglio crede.
D.Cristopharo: come dicevamo prima, l’autore delle musiche, dei costumi, della fotografia sarà lo stesso per tutti!
F.Greco: Direi che è inevitabile che gli episodi denuncino ognuno lo stile dei singoli registi. E’ esattamente una delle sfide più interessanti del progetto. Se a cose fatte fosse impossibile riconoscerci, nel bene o nel male, riterrei il film non riuscito. Ciò non toglie che ci saranno comunque numerosi elementi di congiunzione tra le sei storie, non solo l’ambientazione nella stessa casa.
Qual è l’ultimo film che avete
realizzato e quali sono stati i feedback ricevuti in Italia e all’estero?
A.Giordani: Io ho
diretto cortometraggi che hanno avuto un ottimo feedback partecipando anche
a concorsi internazionali. Inoltre sono anche un montatore e ho avuto la
possibilità di lavorare a ottimi film indipendenti (come per esempio “House
of Flesh Mannequins”) e anche qui i feedback sono stati entusiasmanti.
Purtroppo stiamo parlando solo di feedback, in Italia sembra impossibile
veicolare film indipendenti attraverso i normali media di diffusione come la
TV, il cinema i DVD… in questi casi la fortuna, o il caso, conta molto.
Bisogna saper aspettare.
D.Cristopharo: il mio
HOUSE OF FLESH MANNEQUINS … non è ancora uscito e ha fatto parlare di se piu
del dovuto… come molti lettori di questo ito sapranno.
La presenza di una nota pornostar accanto alla mia amica Yvonne Sciò ha
suscitato le ire dell’ex marito trasformando il lancio del film in un vero
reality show (o sciò!) io spero che i feedback veri e propri incomincino
dopo la visione del film e non con il gossip.
Di base ci tengo a dire che riuscire a vedere dei riscontri anche in italia
per progetti così anticommerciali mi fa sperare in un mondo
(cinematografico) migliore.
F.Greco: Il mistero di Lovecraft - Road To L., co-diretto con Roberto Leggio. Oltre che in Italia con la Rarovideo e la 01 Distribution, il film è uscito a dicembre in Spagna con la Paramount ed è stato invitato nei concorsi ufficiali dei più prestigiosi festival internazionali di cinema fantastico (compreso Sitges), aggiudicandosi il Méliès d’argento e il Fantfestival. Non dovrei essere io a dire come è stato accolto, potrei peccare di ottimismo. Dirò invece più modestamente che la media delle recensioni della critica e della stampa ha fatto andare me e Roberto Leggio, il co-regista, a letto soddisfatti.
Come pensate di lanciare il film (rumors
su internet, pubblicità su giornali, passaparola …)? Anche se probabilmente
è presto, avete idee sulla possibile data di uscita?
A.Giordani: Io penso
che questo film abbia buone possibilità distributive, soprattutto perchè,
contrariamente da molte altre distribuzioni, vogliamo contare molto sul
passaparola, sui rumors e tutti quei modi alternativi per far sentire la
propria voce: nei periodi di crisi le iniziative importanti vengono alla
luce dal “basso”, da chi non comanda.
D.Cristopharo: sebbene il film non è del tutto ironico, abbiamo pensato di fare delle piccole pubblicità progresso da disseminare su net come un virus!
Leggendo il plot, gli attori avranno
già iniziato a tratteggiare i caratteri dei personaggi che impersoneranno.
Qualche anticipazione a riguardo?
G.L.Radice: Il
progetto è ancora in fieri, per il momento c’è solo un trattamento. Il mio
personaggio è un antiquario ebreo, ambiguo, mellifluo. Credo che sarà
divertente interpretarlo e dato che Domiziano Cristopharo lo ha scritto
pensando a me (visto che abbiamo già lavorato insieme in House Of Flesh
Mannequins) non credo che avrò problemi. E’ sicuramente nelle mie corde e
nel precedente film con Domiziano mi sono trovato molto bene.
M. R. Omaggio: “Madame”, anche quando sorride, ha negli occhi la profonda tristezza del “perduto amore”, in ogni senso della vita. Si legge da subito quel guizzo nel vuoto, che precede la follia. Così come austero e vuoto, solido ma fragile, magnifico ma misterioso è l’ambiente scelto dove si muove.
Uno dei grandi problemi del cinema
indipendente italiano (e non) è sempre stato quello della recitazione:
essendo presenti attori dal grande carisma, come pensano di aiutare i volti
giovani a calarsi nei panni assegnati loro?
G.L.Radice: In gran
parte questo è compito dei registi. D’altra parte posso dire che quando ero
giovane, recitare con persone più esperte o addirittura miti, come
Mastroianni, mi ha aiutato molto e insegnato ancora di più. Recitare non è
un’attività solipsistica. Si recita sempre “con” qualcuno e se quel qualcuno
ti dà quelle che gli anglosassoni definiscono “good vibes” è tutto più
facile. Ricordo che in un film di Deodato (credo fosse “Un delitto poco
comune”) recitai una scena con Michael York. Ebbi la sensazione di ricevere
energia allo stato puro. Spero che questo accada anche ai giovani che
reciteranno nel film.
M. R. Omaggio: L’interpretazione, persino nei monologhi, è come una partita di tennis: migliore è l’avversario, più facilmente è alto l’impegno del rilancio e così anche lo stimolo dell’arbitro-regista, che dirige il “gioco”.
Quanto effettivamente un attore
riesce a modificare le linee generali dell’ alter-ego che lo sceneggiatore
ha scritto per lui? Pensate di essere affini ai caratteri suggeriti ne “La
casa dal giardino di pietra” o immaginate stravolgimenti?
G.L.Radice: Perché
bisognerebbe modificare? Se il copione è ben scritto bisogna casomai
adeguarsi, mettendoci in più (questo è ovvio) la propria personalità. E
l’affinità, nella recitazione è l’ultimo dei problemi, anzi, si recita quasi
sempre meglio personaggi in gran parte dissimili da noi. Bisogna capirli,
certo, ma non è necessario condividere le loro caratteristiche. Altrimenti
tutti gli Otello dovrebbero aver strangolato la moglie e tutti i Dracula
essere vampiri. Sarebbe un bel disastro!
M. R. Omaggio: Lo stravolgimento è negli occhi di chi assiste. L’artista che esegue, sia esso musicista che attore, lo esegue, lo interpreta! Sarà per questo che, dopo centinaia d’anni, si rappresenta ancora Euripide, Shakespeare o si dirige l’antica musica di Xi’an o Mozart. Ed è sempre diverso. In questo caso specifico, ammetto di poter avere il vantaggio di uno script che Domiziano Cristopharo ha concepito sull’ispirazione di una mia foto mentre pratico l’arte marziale del Taijiquan, disciplina alla quale mi dedico da molti anni per merito dell’incontro con il Gran Maestro e pluri campionessa del mondo Li Rong Mei.
Lascio a voi quest’ultimo spazio per
salutare i lettori di IndieHorror ed esprimervi in totale libertà.
A.Giordani: È ora che
iniziamo a riappropriarci di quello che ci hanno levato, la libertà di
comunicare. Il cinema non deve essere comunicazione unidirezionale, come
accade oggi, dovrebbe essere invece un oggetto d’arte complesso che traccia
e forgia la cultura di un popolo. Finchè al cinema usciranno solo film che
nascono dallo stesso ceppo non ci sarà crescita per nessuno. Un saluto a
tutti i lettori di IndieHorror, speriamo di risentirci presto con buone
notizie.
D.Cristopharo: Sostenete assieme a noi il cinema italiano di genere e tutti gli autori emergenti che non han i mezzi dei più grandi per farsi vedere ed arrivare al pubblico. È facile criticare, è facile scegliere i filmoni americani, ma una volta l’america del cinema eravamo noi… aiutiamo l’italia a rinascere anche se partendo dal basso!
F.Greco: Combatterò fino a quando potrò per convincere stampa e pubblico che il cinema di genere, tra cui l’horror, può non essere fine a se stesso ma essere scelto consapevolmente come strumento tra i più efficaci per raccontare (come dice Valerio Evangelisti) “la parte in ombra della società”, che è sempre stata più estesa di quella in luce. Ma l’unico modo per essere convincenti non è parlare del buon cinema possibile. E’ farlo, il buon cinema. “La casa dal giardino di pietra” mi sembra un’ottima occasione.
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Di rito devo farti la fatidica domanda (quella per cui
ogni bravo autore opta per un sagace copia/incolla dalla propria biografia),
presentati descrivendo principalmente come sei arrivato dietro la macchina da
presa e quali sensazioni ti hanno destabilizzato al punto tale da trascinarti
sino alle terre desolate dell’horror-movie e derivati.
Ho iniziato come operatore di macchina e poi, molto dopo, come regista. Il
progetto che mi aiutato a "sdoganarmi" in questo senso è stato il documentario
su Kubrick del 1999, "Stanley and Us", che è stato venduto in tutto il mondo
oltre che in Italia. Di lì ho capito che la strada era leggermente meno in
salita e che qualcuno avrebbe preso in considerazione i miei progetti. Cinque
anni dopo infatti il produttore di "Road To L." ha letto il soggetto del film e
l'ha prodotto. Non so bene perché il mio esordio sia stato proprio un horror. So
solo che - come dice Valerio Evangelisti - la letteratura e il cinema di genere
sono uno straordinario grimaldello per raccontare la parte in ombra della
società. E l'ombra mi piace più della luce... D'altronde tra i miei film
preferiti ci sono "Shining", "Alien" e "Poltergeist". Anche il progetto sul
quale sto lavorando adesso è un horror. E anche qui è un caso (?), perché
l'horror mi sembrava l'unico modo interessante per affrontare un tema molto
controverso di politica internazionale, quello delle extraordinary renditions.
Mi hanno sempre affascinato le tradizioni popolari e ho trovato particolarmente
evocativi “I racconti del filò” (presenti in Road To L.); nelle fresche nottate
estive siciliane capitava di sedersi di fronte ad un falò sulla spiaggia
raccontandosi storie “vere” (dette in via confidenziale da un caro amico/a del
fratello di solito!), anche tu avevi (o magari hai) l’abitudine di incontrarti
con amici spaventandovi a vicenda con leggende metropolitane o simili? Qual’era
il vostro luogo preferito di incontro?
No, purtroppo non ho avuto questa fortuna. Ma non dimenticherò mai i racconti
che mia nonna faceva a noi nipoti sulle doti paranormali di sua madre...
Probabilmente parte del mio interesse verso la parte "oscura" deriva anche da
questo. Mia nonna era una persona molto razionale e sentirla parlare così mi
colpì molto. E forse, incosciamente, col mio film ho cercato di riprodurre la
dinamica di quelle sensazioni: trovarsi di fronte a storie paurose raccontate da
una persona in assoluta buona fede e nota per la sua serietà è un po' lo stesso
meccanismo di un mockumentary.
“La maschera di Innsmouth” è il principale ispiratore sia delle citazioni tra un
capitolo e l’altro sia a livello di trama. Immagino la scelta sia dovuta alla
apparente somiglianza tra zone dell’Inghilterra note a Lovecraft e quelle delle
Polesine; conoscevi già le location usate oppure c’è stato un periodo iniziale
esplorativo?
In realtà le zone di Lovecraft sono quelle del New England negli Stati Uniti. E
sì, la somiglianza con la costa e l'entroterra del delta del Po è inquietante.
Quei luoghi li conosceva bene Roberto, il coregista del film, che mi ha portato
ad esplorarle qualche mese prima di girare. Da questo sopralluogo è poi nata
gran parte dell'idea definitiva, che all'inizio era una grande mole di appunti,
ricerche e idee senza una forma precisa. Che è venuta in seguito, anche grazie
all'apporto di un amico sceneggiatore, Igor Maltagliati.
La scelta di girare in lingua inglese sicuramente permette una meno laboriosa
visibilità all’estero, ma come mai non hai pensato di ridoppiare il lavoro anche
in italiano? Oltretutto l’uso del dialetto, senza traduzione, restringe il campo
della comprensione di una considerevole fetta del pubblico (a meno di abilitare
i sottotitoli in inglese), come mai questa scelta anticonvenzionale?
Scelta non da botteghino, sono d'accordo. Ma un film del genere, che ha
l'aspetto di un documentario, in cui i personaggi parlano 3 lingue (inglese,
italiano e veneto) e in cui la comunicazione tra di loro - o la sua mancanza - è
un elemento importante della storia, non poteva essere doppiato. Pena la perdita
d'efficacia del film. Sono sicuro che molti la pensano diversamente, affermando
che per il pubblico italiano un film è più efficace se doppiato. Non sono
d'accordo: se facessimo uno forzo e ci abituassimo a vedere i film in lingua
originale scopriremmo che sono molto più efficaci.
Di questo perciò sono felice, anche se sicuramente ha selezionato e limitato il
pubblico. In Spagna invece il film è uscito doppiato, ma non conosco ancora il
risultato. Sono curioso, e molto preoccupato...
Ho trovato difficoltà nel comprendere il dialetto veneto, tuttavia sono curioso
di conoscere l’interesse delle persone del luogo (il pescatore per esempio) nei
confronti del vostro lavoro visto che non solo utilizzavate le loro lande, ma
anche le loro tradizioni.
Contraddittorio. Da una parte si sono dimostrate persone straordinariamente
cortesi e disponibili. Dall'altra, qualcuna di loro è stata scettica e a volte
ostile. Soprattutto quando parlavamo di cose che loro reputavano non gradite,
come la confraternita dei "fradei" di Loreo.
Come mai la scelta di un finale palesemente paragonabile a The Blair witch
project, il film ti aveva influenzato positivamente o si è trattato di una sorta
di unica “soluzione” dell’enigma?
Come ho detto spesso, TBWP mi colpì molto quando uscì, ma oggi è un film datato.
In realtà è stata la storia che avevamo in mente a dettarci lo stile del film.
Con quell'idea legata a Lovecraft - autore del più famoso falso libro di tutti i
tempi, il Necronomicon - non potevamo che scegliere il mockumentary.
Come è nato l’interesse verso la figura del Mostro Palmato? Dove ne hai sentito
parlare la prima volta?
Leggendo alcuni racconti del 'filò' raccolti in libri di antropologia. Ricordo
che la prima volta che ci rivolgemmo ad un'esperta del luogo molto seria, lei
accolse le nostre domande con ironia e scetticimo. Più tardi tornò da noi,
sorpresa, perchè alcuni suoi allievi avevano chiesto del cosiddetto 'uomo pesce'
ai loro nonni ed avevano scoperto che questi ultimi ne avevano sentito parlare
in antichissime leggende che neppure lei conosceva.
Come è nata la collaborazione con Ottaviano Blitch? Il cortometraggio “Liver” mi
è sembrato funzionale al brano finale Signal to Noise di Peter Gabriel,
realizzato (a livello di regia e montaggio) come un videoclip. Questa non è una
critica intendiamoci, ma l’idea principale da dove è nata?
Con Ottaviano ci siamo conosciuti sul set di un cortometraggio noir, "Il
capomastro", di cui ho curato la regia. Era il protagonista. Poi mi ha proposto
di dirigere "Liver", nato da una ua idea. Il progetto mi è piaciuto - anche
perché leggermente diverso dalle cose che sono abituato a fare perché appunto
molto incentrato sull'elemento musicale - e l'abbiamo realizzato insieme. Lui
l'ha anche prodotto.
Ti lascio le ultime righe per lasciare una citazione a tua scelta (bandita la
possibilità di utilizzare “La maschera di Innsmouth” come fonte!).
“Noi siamo ciò che tutti noi temiamo, un labirinto senza centro”. (Chesterton)
Ha ispirato uno degli ultimi progetti che sto scrivendo.
Giulio De Gaetano (giugno 2008)
Qual è il percorso formativo che hai seguito per diventare
regista?
Ho iniziato a vent'anni seguendo per un anno un corso di operatore
cinetelevisivo. Di lì ho iniziato a lavorare come assistente operatore e poi è
venuto il resto. Quello che reputo il mio vero esordio come regista è stato, nel
1999, "Stanley and Us", un documentario su Stanley Kubrick, venduto a RAISAT,
distribuito in DVD in tutto il mondo e infine allegato al libro omonimo.
Ho seguito diversi corsi legati a vari ambiti professionali interni al mondo del
cinema e della tv, ma mai un corso di regia, perché ho sempre avuto il sospetto
che mi avrebbe indirizzato in una direzione che non sarebbe stata del tutto
personale. Contemporaneamente però sapevo che dovevo acquisire strumenti,
seppure indiretti, che mi consentissero di conoscere il mestiere a livello
professionale.
La professionalità, nel nostro campo, è vista con sospetto perché premia i più
capaci. Per questo nascono ogni giorno nuovi registi un po' naif che credono di
poter fare cinema o televisione senza preparazione.
Preparazione può anche semplicemente voler dire esercizio, dieci ore al giorno,
per anni. Ma il digitale ha aperto false speranze di democratizzazione: ha fatto
credere che tutti possano fare questo mestiere perché ormai girare un film può
costare anche solo 10.000 euro. Girare un film costa invece anni di impegno ed
esperienza. Come accadeva infatti ai nostri più importanti autori, che
giovanissimi hanno fatto gavetta per anni sui set o nelle riunioni di
sceneggiatura dei grandi senza guadagnare o firmare per molto tempo.
Qual è il tuo regista preferito o quello a cui ti ispiri maggiormente?
Ho sempre fatto riferimento a Stanley Kubrick, ma solo dal punto di vista
dell'indipendenza produttiva e delle modalità di set. Ovviamente invano. David
Lynch e Jaco Van Dormael mi sembrano i registi più capaci di mostrare una
visione personalissima e indipendente di cinema che a me prende molto. Sono i
due registi che oggi mi emozionano di più. Forse non è un caso che il primo
faccia film sempre con maggiore difficoltà, e il secondo ne abbia fatti, per sua
scelta, solo tre (il terzo uscirà nel 2009). Ovviamente, solo per parlare di
cinema italiano, ci sono molti altri registi che amo (Petri, Leone, Germi,
Leone, Fellini, Pasolini...).
E adesso qualche domanda su "Road to L.". Cosa ti ha spinto a girare un film
in lingua inglese?
Nel 2004 ragionammo che un horror, nel mare chiuso del cinema italiano in crisi,
non avrebbe avuto presa, e così decidemmo di rischiare e provare ad affrontare
anche l'oceano aperto: il mercato internazionale. La storia era comunque
perfetta già in partenza per accogliere personaggi non italiani, pur mantenendo
l'italianità di contesto, ambientazione, cultura e narrazione. Alla fine la
scelta, dovuta inizialmente non a dinamiche creative, ha secondo me regalato
alla storia una marcia in più. E' il solito discorso, sempre valido, sulle
difficoltà: se riconosciute in quanto tali e considerate opportunità e non
problemi aiutano la scrittura e la realizzazione di un'opera d'arte. Ci sono
manuali di sceneggiatura che propongono esattamente questo agli scrittori
esordienti: mettetevi in difficoltà con l'intreccio e provate ad uscirne, ne
verrà fuori qualcosa di inevitabilmente originale.
Perchè hai scelto il Polesine come location?
Il Polesine si è scelto da solo, appena abbiamo deciso di raccontare Lovecraft.
Ci pareva l'unica ambientazione italiana che potesse restituire le atmosfere
ambigue e angosciose dello scrittore del New England. La sua cultura millenaria
ancora non del tutto disintegrata, le modalità di vita isolate, e inoltre una
certa persistenza nell'immaginario collettivo come terra cupa, misteriosa (vedi
per esempio il film di Avati "La casa dalla finestre che ridono").
Molti ritengono che il finale di "Road to L." sia veramente terrorizzante
anche se può essere interpretato in molti modi. Puoi dirci la tua personale
interpretazione?
Beh, no. Non è un caso che il finale sia ambiguo. Abbiamo preferito lasciare lo
spettatore nel dubbio. D'altronde un finale del genere è parte integrante del
meccanismo del film, costruito su un continuo alternarsi di momenti in cui la
storia e i personaggi sembrano reali e momenti in cui ne viene svelata
l'artificiosità. Un indizio posso darlo però: Lovecraft raccontava storie in cui
alcuni pezzi del puzzle della realtà venivano scambiati, e ciò al fine di
generare angoscia per l'incapacità di comprendere questa realtà ambigua, che non
si lascia cogliere...
Durante le riprese è capitato qualche fatto insolito? Raccontaci qualche
curiosità "dietro le quinte"...
Il lavoro con gli attori è stato molto particolare. Io e Roberto, l'altro
regista, abbiamo chiesto a tutti di non uscire mai dalla parte, durante le tre
settimane di riprese del film, neppure a fine giornata. Questo ha generato in
alcuni momenti degli equivoci al di là delle nostre intenzioni. Equivoci
spiacevoli a livello personale, ma straordinariamente utili all'atmosfera cupa e
malsana del film. In alcune sequenze infatti ciò che avveniva davanti alla
telecamera era reale, non scritto. E questo è accaduto più spesso di quanto
avessimo previsto. In particolare in merito ai rapporti tra noi, che eravamo
persone e personaggi nello stesso tempo, entrambi in balia degli eventi. Come
nel caso della scoperta dell'esistenza reale della Confraternita dei Fradei di
Loreo e dell'imbarazzo da parte della gente del luogo a parlarne.
Quanto "The Blair witch project" ha influenzato la creazione di "Road to L."?
Durante scrittura e riprese eravamo ossessionati dal fatto che TBWP potesse
diventare per la stampa un punto di riferimento del nostro film. Il problema
reale era che però, una volta scelta la strada del mockumentary horror (scelta
non per emulare TBWP ma perché le stesse dinamiche lovecraftiane la
richiedevano), era difficile forzare un allontanamento dallo stile di quel film.
Che io reputo, a scanso di equivoci, uno straordinario prodotto dell'industria
hollywoodiana, ma che ad una seconda visione perde tutto il suo appeal. Mentre
sono abbastanza convinto che "Road To L." acquisti proprio ad una seconda o
terza visione.
Ultimamente i mockumentary vanno molto di moda, vedi "Rec", "Cloverfield" o
l'imminente "Diary of the dead" di Romero. Ce n'è qualcuno che apprezzi in modo
particolare?
Amo "Il cameraman e l'assassino", "Redacted" di De Palma e "Forgotten Silver" di
Peter Jackson. E "Wild Blue Yonder" di Herzog.
Con "Diary of the Dead" (che ho visto al Noir In Festival di Courmayeur nel
dicembre scorso) credo che Romero sia riuscito a rinvigorire il meccanismo dello
zombie movie - ormai datato - proprio grazie alla scelta del falso documentario.
Con il mock ha aderito ad un linguaggio capace di aggiungere un elemento in più
alla paura: la sensazione (dichiarata in quanto "solo" sensazione) di realtà.
Noi abbiamo scelto il mockumentary per lo stesso motivo, perché costruisce un
patto diverso tra pubblico e film rispetto a quello tradizionale del cinema
horror, nel quale ormai si è costretti ad alzare il tiro dell'effettistica e
dello splatter, spesso gratuiti. Un patto in cui, sempre sotto il cappello della
sospensione dell'incredulità, si offre al pubblico un terreno sul quale anche
un'ombra dietro un angolo può fare paura, o un semplice topolino in un tunnel
sotterraneo. Un patto insomma, in cui la sensazione di realtà è forte, e non c'è
bisogno di alzare il volume degli effetti sonori o far schizzare sangue per
spaventare, ma si può creare un nuovo sistema di suspance fondato su una forte
immedesimazione nell'intreccio, nei personaggi, negli ambienti e soprattutto nel
punto di vista. E' quest'ultimo meccanismo la vera novità del mockumentary
horror: chi è dietro alla macchina da presa diventa personaggio a tutti gli
effetti e non più testimone invisibile e oggettivo. In questo modo lo stesso
spettatore diventa con forza personaggio insieme esterno ed esterno al film. Con
effetti a volte stupefacenti.
E ora la nota dolente. Cosa ne pensi dell'attuale situazione del cinema fanta/horror
italiano? Qual è il suo stato di salute?
Pessimo, perché ancora non riesce ad essere considerato cinema di primo livello,
e dunque ad essere distribuito come merita. La colpa è della stampa
cinematografica generalista che non si impegna in una indagine articolata sul
mondo underground, che rivelerebbe molte sorprese. Ma anche dell'ignoranza dei
produttori, che non se la sentono di rischiare su un terreno che per loro è
"sperimentale" mentre invece è notoriamente, almeno a livello internazionale,
vincente al botteghino.
E degli autori, che sono incapaci di concepire la possibilità di fare "cinema
medio", cioè di buon livello ma non necessariamente autoriale. Purtroppo poi c'è
un'amatorialità tecnica troppo diffusa, anche in coloro che dimostrano ottime
idee e una visione personale e affascinante. E di quest'ultimo tipo di registi
ne stanno nascendo molti.
Rischio l'impopolarità: anche la critica specializzata non fa il suo dovere.
Sento spesso dire da giovani recensori che capolavori come "Shining" non hanno
dignità di horror se paragonati all'ultimo "Saw". Francamente è deprimente.
Diamo per scontato che ti piaccia Lovecraft, tra tutte le sue opere qual è
racconto che preferisci?
E' molto difficile scegliere, ma direi che amo molto tutto il ciclo di Cthulhu.
"Alle montagne della follia" forse è il mio preferito.
Ci sono altri scrittori che apprezzi in modo particolare?
Matheson, Campbell, Silverberg, Dick, Lansdale e Vonnegut. Ovviamente restando
solo nell'ambito del fantastico. Ne avrò sicuramente dimenticati molti.
Che consigli puoi dare ad un giovane che vuole diventare regista?
Sbagliare. Perché è l'unico modo per imparare davvero e soprattutto per capire
se questo è veramente il mestiere che vuole fare. E siccome l'unico modo per
sbagliare è fare, allora fare. Nella mia prima risposta c'è tutto quello che
penso al riguardo.
Che progetti hai per il futuro?
Ora sto facendo televisione. E mi hanno offerto la regia per una fiction sul
canale Fox di SKY. Sto chiudendo un paio di documentari importanti e cercando di
fare il secondo film. Per i primi due anni dopo "Road To L." ho pensato che
sarebbe stato facile fare un secondo lungometraggio. Poi mi sono dovuto
scontrare a muso duro con la situazione italiana, sia produttiva che
distributiva, ma soprattutto culturale. E ho capito che avrei dovuto
ridimensionare le mie aspettative. Ovviamente ho nel cassetto diversi progetti
di film (thriller, fantastici, horror) di cui solo due possono essere realizzati
con un budget ridotto, e dunque a breve termine. Uno di questi è un thriller
commerciale, un altro molto personale, anche se sto cercando di trovare una
chiave universale che gli assicuri vendibilità. Se dovessi trovarmi nelle
condizioni di girare un secondo film con un budget inferiore al primo non mi
spaventerei. La voglia di essere di nuovo sul set e provare l'entusiasmo della
regia, della direzione degli attori e della consapevolezza che sto di nuovo
raccontando per immagini una storia che amo mi toglierebbe qualunque dubbio.
(APRILE 2008)
APERTAMENTE
Documentarista, critico cinematografico, regista, direttore di festival… chi è Federico Greco?
Uno che ha sempre voluto fare cinema e che, grazie a questa passione, ci è riuscito. Per il momento. Niente altro che la passione, e un bel po’ di fortuna. Ma la fortuna senza diciotto ore al giorno di lavoro, studio e sperimentazione non è nulla. In effetti ancora non ho capito se ho talento oppure se ho semplicemente lavorato tanto.
Il tuo modello: Stanley Kubrick… e hai realizzato “Stanley and Us”. Tu non lavori su “richiesta”. Quando hai qualcosa da dire lo dici a dispetto di tutto, e comunque riesci ad interessare il pubblico … sembra che tu sia “partito da te”, da quello che sentivi, da quello che volevi trasmettere..
Kubrick è un’immagine consolatoria stampata sul muro del mio ufficio da anni. Sotto c’è scritto pressappoco questo: “S.K. aveva lavorato a film da milioni di dollari, ma a 30 anni non aveva ancora guadagnato nulla perché i suoi compensi erano legati agli introiti. E i suoi primi 4 film non hanno avuto successo al botteghino”.
E comunque è vero: raramente ho lavorato su commissione. Anche il film del mio esordio è stata un’idea che siamo riusciti a far accettare a due produttori brillanti del cinema italiano, Pier Giorgio Bellocchio e Andrea Marotti.
I tuoi lavori “Nonostante Labaro", "Fuori fuoco", "Quilty" “Il capomastro”, “Liver” e molti altri, fino ad arrivare a “Road to L.” ideato e realizzato da te e da Roberto Leggio. Sembra tu sia partito dal documentario ma ti stia dirigendo sempre più verso il thriller-horror e il noir: un caso o una scelta?
Semplicemente è accaduto che col tempo mi sono lasciato guidare da ciò che mi era più congeniale. E mi è più congeniale raccontare la parte in ombra delle cose. Quella illuminata mi sembra banale. E se una cosa illuminata attrae la mia curiosità, allora la faccenda si fa seriamente interessante: dov’è l’ombra? Perché non la vedo? Di solito è da questa riflessione che mi arrivano le idee.
“Road to L.” …da dove è partito e come si è sviluppato?
“Road To L.” è un mockumentary, cioè sia una fiction che un documentario. In entrambi i casi un film. E’ nato dalla necessità di trovare una storia che mi permettesse di esordire nel lungometraggio con un basso budget senza che però questi limiti influenzassero il risultato finale. Oppure da una vecchia passione per Lovecraft e dall’illuminazione del tutto fortuita – e fortunata – che il padre dell’horror moderno potesse essere raccontato con un linguaggio sperimentale come il mockumentary. O forse dallo sviluppo del mio precedente documentario su Kubrick in cui si metteva in scena… la messa in scena, cioè il meccanismo con il quale si realizza un film. E’ certamente nato dalla necessità di farlo nascere a tutti i costi, e da un Grande Pensiero Ingenuo: “L’idea è bella, qualcuno la capirà”. Adesso purtroppo non sono più così ingenuo. E il prossimo film è più difficile da realizzare perché so cosa significa farne uno.
Che fortuna ha avuto?
Con nostra (relativa) sorpresa è stato accolto straordinariamente dalla critica e dal pubblico. L’unico che non l’ha accolto bene è il distributore. Il film infatti è uscito, male, anche in DVD per la 01 Distribution e la Rarovideo.
Il lavoro a cui ti senti più legato
Il prossimo. A prescindere.
Progetti futuri
Evitare Accuratamente Di Fare Certa Televisione. E continuare a promuovere in ogni modo quello che ho già fatto di importante. Per esempio la terzultima domanda di questa intervista me la sono scritta da solo per avere l’occasione di dire ai lettori come si fa a trovare il mio ultimo lavoro, se qualcuno volesse vederlo. E poi sono ovviamente in attesa di arrivare al mio quinto film, per cominciare a guadagnare davvero qualcosa. Cioè la sempre maggiore libertà di fare quello che mi pare. Che non passa però necessariamente attraverso una costante indipendenza. L’unico modo per poter fare ciò che voglio è fare anche ciò che non mi va a genio e farlo bene, usandolo per esercitarmi. Così, poi, il sapore della libertà è più intenso e la soddisfazione più sottile.
Simona Salta
STUDIOCINEMA.NET
guarda il video della serata dedicata a ROAD TO L.
CINEMAPLUS
Hai detto che un tempo scrivevi di cinema su alcune riviste, (Cineforum), e poi lentamente sei passato a lavorare dietro la macchina da presa, in particolare realizzando Stanley and Us, un documentario su Kubrick, uno sul cinema digitale, un altro su cinema e brigate rosse (Fuori fuoco, con Maya Sansa) fino al film su Lovecraft (per citare i tuoi lavori più conosciuti)… Cosa ti ha spinto a volerti cimentare con il lato pratico dopo aver affrontato per un po’ di tempo quello teorico? Ho visto inoltre dalla tua filmografia che la tua prima opera risale al 1989, poi dopo sei anni di apparente silenzio, sei tornato a girare e da allora non ti sei più fermato, ormai sembra essere il tuo mestiere, quello di girare…
La tua polivalenza comunque si arricchisce anche di diverse collaborazioni… Sei stato direttore della fotografia per alcuni altri corti e documentari, e di solito comunque sembra che tu abbia un controllo “artistico” del tuo lavoro dalla concezione del soggetto, alla realizzazione e quindi anche al controllo della luce. Che tipo di formazione hai avuto? Da cosa sei partito?
Il percorso è sempre stato diviso nella mia testa in due parti apparentemente distanti tra loro. 1) Un modello altissimo di regista; 2) una gavetta molto lenta e progressiva.
Sono il teorico dei piccoli passi. E’ un atteggiamento mentale derivato necessariamente dal fatto che all’inizio non avevo altro che un’enorme passione, nessuna conoscenza pre-acquisita degli strumenti del mestiere (che so, un documentarista in famiglia) e nessun “aggancio” che mi permettesse di bruciare le tappe.
Ma andiamo con ordine. Da quando ho conosciuto il cinema di Stanley Kubrick – ero un adolescente – ho intuito che non potesse esserci modello migliore per me, che cominciavo a percepire che il regista era ciò che volevo fare a tutti i costi. Non so perché abbia iniziato così presto a desiderare questo mestiere, quindi non mi metterò a inventare poetiche motivazioni. Ma quando “incontrai” Stanley sentii di aver trovato una sorta di maestro. Ovviamente non ho mai pensato di emularlo, sarebbe stato un errore gravissimo. Nessuno può essere qualcun altro. Ho pensato però che se tendevo a lui avrei comunque avuto un obiettivo che mi costringeva a non accontentarmi mai. Non sapendo come dare il via all’avventura ho cominciato con corsi di ripresa e sono diventato un operatore video. Poi mi sono iscritto all’Università per formarmi un personale percorso teorico. Talmente personale che l’università non l’ho finita, per un solo esame. Contro tutti. Poi ho deciso che era arrivato il momento di mettere in pratica le conoscenze teoriche e la mia vastissima curiosità per ogni tipo di cinema che mi aveva portato ad avere una buona cultura in questo senso. Era il campo più semplice ed immediato dove cimentarmi. E ho cominciato a scrivere come critico e giornalista. La vera e propria realizzazione delle mie prime regie è arrivata dopo, perché era molto più difficile fare che parlare. Ma era lì che ho sempre voluto arrivare. E’ con Stanley and Us, un documentario-omaggio su Kubrick (ovviamente) che ho capito che avevo qualcosa da dire. E che interessava a qualcuno. Il documentario ha avuto un discreto successo in festival (Torino per esempio), in tantissime proiezioni in giro per l’italia, in libreria (è diventato un cofanetto, libro più film) e nel mondo (è stato venduto dal Giappone all’Australia). Oltre che essere trasmesso su RAISAT CINEMA numerose volte nella sua interezza (film da 60’ più 38 episodi da 15’). A quel punto ho preso il coraggio a due mani e mi sono inventato altri progetti, rigorosamente ideati da me (spesso in collaborazione) e mai su richiesta. Anche perché non so se sarei stato capace di fare un documentario o un film su richiesta. E credimi, non è necessariamente un fatto positivo. Anche Road To L. è stato creato da me (e Roberto, chiaramente, l’altro regista) e poi proposto. Stavolta però ad una casa di produzione vera. Che ha trovato – per la prima volta nella mia vita – dei soldi veri e mi ha permesso di fare un film vero.
E’ un lavoro di una difficoltà immane e oggi guardandomi indietro mi chiedo come ho fatto ad essere così incosciente ad averlo iniziato. E col tempo l’incoscienza si consuma… Al punto che adesso ho accettato un progetto scritto non da me ma da un mio amico sceneggiatore, molto in gamba. Un film noir molto cupo, con un’idea di cast interessantissima e una storia molto suggestiva. Ci credo davvero. Stiamo cercando i soldi proprio in questi giorni.
Per quanto riguarda la “direzione della fotografia”, è un altro discorso. In realtà un po’ mi vergogno molto a usare questo termine. Se lo metto nel mio curriculum è solo perché non ce n’è un altro più adatto che spieghi il mio ruolo la maggior parte delle volte che ho realizzato le mie cose. Direzione della fotografia significa ben altro che quello che faccio io: cioè mettere qualche luce per evitare che l’inquadratura paia amatoriale. Però è un dato di fatto che ho sempre messo io “l’occhio nel buco”, e sono sempre stato dietro la telecamera. Nel caso di Road To L. invece ho preferito che la fotografia la facesse un vero professionista (molto bravo, tra l’altro) e mi sono ritagliato, oltre alla regia, il ruolo per me più congeniale, quello che appunto permette di mettere l’occhio nel buco: il secondo operatore.
E’ col montaggio invece che ho fatto qualche progresso serio. Tutti i miei lavori sono stati montati da professionisti di cui mi fidavo ciecamente. E’ ovvio che la mia supervisione è sempre stata costante e strettissima. Un montatore può stravolgere completamente il senso di un documentario. E questo mi ha concesso di imparare moltissimo, al punto che uno dei miei ultimi documentari, Fuori fuoco – Cinema, ribelli e rivoluzionari l’ho montato materialmente da solo (e artisticamente con Mazzino Montanari, il co-regista). I miei amici montatori mi direbbero: “torna a fare i film e lascia questo lavoro a noi”. E avrebbero ragione. Ma non c’erano soldi, stavolta. Per dire che la collaborazione è un aspetto fondamentale nella realizzazione di un film. Anzi, il principale. Anche se tendi a voler controllare tutto il processo come faccio io.
Tu hai detto:"E’ un lavoro di una difficoltà immane e oggi guardandomi indietro mi chiedo come ho fatto ad essere così incosciente ad averlo iniziato. E col tempo l’incoscienza si consuma”. Interessante questa cosa dell’essere incoscienti. In fondo è vero, bisogna avere molta spregiudicatezza per iniziare a girare. Certo all’inizio un po’ di passione, poi la determinazione del voler fare a tutti i costi almeno qualcosa, poi il salto. Sei regista e nemmeno, magari non è il tuo caso, te lo aspettavi… Per te ora è come respirare. C’è stato un momento in cui hai pensato: “non ce la faccio, mollo tutto, dove sto andando” e cose del genere? Sicuramente ci sono state, ma cosa ti ha spinto davvero a voler continuare. Ci vuole molto coraggio, secondo me, soprattutto in Italia, ad essere così “indipendenti”.
Sì ci sono stati momenti del genere: quasi ogni giorno mi chiedo esattamente “dove sto andando”. Il fatto è che mi sono costruito la barca da solo e l’ho varata nel Mar dei Sargassi, che non so neppure dove si trova (magari solo dentro un libro). Ma insisto sul concetto di “incoscienza”, piuttosto che di coraggio. A meno che non consideriamo il coraggio una forma di incoscienza che fa sospendere il giudizio sulle conseguenze di ciò che si sta per fare. Allora sì. E’ necessario sospendere il giudizio, altrimenti l’enormità e il peso dei ragionamenti, l’eccesso di consapevolezza – come dice Dostoevskji – “ti fa stare a braccia conserte”. In questo lavoro è meglio non abbondare in consapevolezza, a parte quella strettamente legata agli strumenti del linguaggio e della tecnologia.
In Italia è più difficile dici? Non ne sono così sicuro. Qui da noi il cinema non è un’industria, non lo è mai stato, neppure negli anni ’50 e ’60 quando esportavamo decine e decine di film all’anno in tutto il mondo. In America invece, dove il fatturato del cinema è secondo solo a quello degli armamenti, è un’industria. Dunque c’è poca competitività sul piano delle raccomandazioni: si devono fare pochissimi film memorabili, e moltissimi film vendibili. Solo questo conta, altrimenti l’industria crollerebbe.
C’è, al contrario, una pesante, ridicola,
squallida e deleteria competitività dal punto di vista “politico” in Italia,
visto che appunto non siamo un’industria. Cioè è difficile fare cinema se non si
è figli di, nipoti di, fratelli di, amanti di, compagni di, camerati di. Ma io
lì neppure ci provo, dunque non subisco affatto questo tipo di delusione. E
comunque l’indipendenza spesso non la scegli, se vogliamo essere onesti fino in
fondo, ma ti sceglie. Ed è tutto da vedere cosa sarà di me se dovesse capitarmi
– facciamo un po’ di fantascienza – una botta di fortuna tale da permettermi di
fare un film da Palma d’Oro. Non siamo tutti Kubrick, appunto, che ha retto fino
alla fine e – con moltissima fatica – è rimasto fedele alla sua idea di cinema.
In Italia insomma essere indipendenti è una condizione normale, visto che agli
esordienti viene metodicamente impedito di essere altrimenti. Negli Stati Uniti
è davvero difficile, perché se dimostri una pur piccola abilità, vieni
immediatamente inglobato e messo al servizio dell’industria. Che paga con
dollari sonanti, capaci di assordare qualunque “anima grande”.
Uno dei tuoi lavori più importanti e conosciuti, che hai già citato, è
Stanley and Us. Paul Joyce, un altro regista che si è dedicato a
Kubrick, ha detto: “Se mi chiedete un consiglio su come fare un documentario su
Kubrick, vi dico: non fatelo, dimenticatevene, tornate sui vostri passi. E vi
dirò perché: la vostra carriera ne soffrirà. La mia ne ha sofferto. Dopo il mio
lavoro su Kubrick sono stato fermo per anni…”. È vera questa cosa? Hai sofferto
tu? E come mai hai deciso di fare un documentario su Kubrick? Come nasce il
progetto?
No, non ho sofferto professionalmente. Anzi, è stato proprio Stanley and Us che mi ha permesso di andare avanti e cominciare ad avere abbastanza credito da vedermi accettate nuove proposte. Joyce stava proiettando alcune sue delusioni professionali e personali su di noi. Questo l’abbiamo scoperto dopo. Però è vero che il suo documentario, The Invisible Man, è stato bloccato. E solo perché parlava di Kubrick senza il suo permesso.
Con queste premesse abbiamo affrontato la preparazione di Stanley and Us: sapevamo che sarebbe stato, semplicemente, impossibile fare un documentario su Kubrick. E se vuoi sapere perché l’abbiamo fatto lo stesso, vedi sopra, al capitolo incoscienza. Va aggiunto però alle motivazioni possibili il capitolo passione. Pura e semplice. Magari un po’ naif. Forse è per questo che preferisco Lorenzo Lotto a Raffaello, o Ligabue a Klimt.
Dunque il progetto nasce perché io Mauro e Stefano ci incontriamo davanti al cinema Greenwich di Roma e ci cominciamo a sentire un po’ idioti di fronte al fatto che ne avevamo parlato tanto ma non avevamo ancora mosso un dito. In più di lì a qualche mese al Festival di Venezia Laudadio avrebbe conferito a Kubrick il Leone d’Oro e c’era la possibilità che qualche suo collaboratore avrebbe potuto farsi vivo. Così è stato; e così abbiamo intervistato, per esempio, Malcolm McDowell. La prima delle 48 interviste di cui è composto l’intero progetto, che ha visto il primo giro di manovella nel settembre 1997 e l’ultimo (per il momento?) a metà del 2001.
L’idea invece di fare di Stanley and Us un piccolo film e 38 episodi è del responsabile di RAISAT CINEMA che ha creduto nel progetto quando era ancora sulla carta, Enzo Sallustro. Mentre la trasformazione di Stanley and Us versione da 58’ da semplice documentario su Kubrick al racconto di un documentario su Kubrick è venuta strada facendo, quando ci siamo resi conto di due cose: non avremmo mai avuto le clip dei suoi film dalla Warner; quello che stava capitando era così interessante che se anche non fossimo arrivati fino a Kubrick sarebbe stato interessante raccontare come e perché. A livello economico abbiamo avuto la fortuna di avere dalla RAI un contratto firmato prima di partire per la parte più corposa delle riprese, con il quale siamo riusciti ad avere un forte prestito bancario e continuare. Dal nulla, davvero dal nulla è cominciato tutto. Ed oggi Stanley and Us è visto in tutto il mondo.
Ma noi non siamo ancora rientrati del tutto delle spese.
Una delle cose più belle è che ci sono ancora delle appendici. Per esempio sto lavorando sulla biografia (libro, non film) di un personaggio straordinario come Emilio D’Alessandro, l’autista e il confidente personale di Stanley negli ultimi 28 anni della sua vita. Si chiamerà Driving Mr. Kubrick e proprio in questi giorni sto facendo tradurre un abstract per sondare il mercato editoriale inglese. Un altro tassello dello Stanley and Us Project, in cui “project” sta per lavoro virtualmente infinito.
Principalmente svolgi un lavoro da documentarista… Il documentario è, di questi tempi, spesso considerato semplicemente come un genere accessorio del vero cinema (così lo chiamano), eppure con Van Der Keuken, Wiseman, Pahn e altri registi contemporanei ormai il documentario dovrebbe essere considerato vero e proprio cinema. E in effetti a tutti gli effetti lo è. Ora, da queste considerazioni (mancanza di nobiltà de documentario e preferenza del pubblico per prodotti di fiction) vorrei chiederti come mai il tuo lavoro si svolge principalmente in questo campo. Credi che ci sia bisogno, attraverso un lavoro assiduo, di sensibilizzare maggiormente il pubblico a questo “genere”? E comunque, sempre ricollegandomi a quanto già chiestoti, ti senti più vicino al documentario, nel senso che lo reputi un approccio più diretto per accostarti alla “realtà “ da filmare piuttosto che la fiction? Poi certo il tuo ultimo lavoro Road to L. è un film con un impianto narrativo più costruito, ma soffermiamoci un attimo sull’aspetto del documentario…
Alla tua lista aggiungerei Joris Ivens e De Seta. Rispondo sì a tutte le tue domande e concordo in pieno con tutte tue affermazioni che riguardano il Documentario. Aggiungerei però che c’è molta molta molta ignoranza oggi sulla parola. I francesi hanno capito che per fare un po’ di chiarezza nel campo c’era bisogno di un nuovo termine e hanno coniato quello di “Documentario di Creazione”. In questo modo giustamente fanno una netta divisione tra i reportage, i documentari naturalistici e i puri e semplici saggi-audiovosivi (distinzione che i dirigenti RAI non fanno da più da trent’anni) – dove la mano del regista non è presente se non come assemblatore di informazioni – e i veri e propri Documentari. Il Documentario di Creazione, quello cui ci stiamo riferendo, è ben altro. E’ un altro modo di fare cinema, ma è sempre cinema. Con la differenza che l’autore decide di raccontare la realtà più o meno senza “ricostruirla”, ma riorganizzandola dopo averla filmata dal vero e dandole un nuovo senso. Quanto più il nuovo senso apre nuove riflessioni e nuovi modi di vedere quella realtà, tanto più il Documentario è riuscito. Per dimostrare che il Documentario è Cinema potremmo affrontare il discorso, lampante, delle contaminazioni che non da oggi il cinema ci ha proposto. Contaminazioni più linguistiche (quasi tutti i film di Cassavetes) oppure più sostanziali (Zelig, Prendi i soldi e scappa e Accordi e disaccordi di Woody Allen). Ma per far capire quale importanza do al Documentario di solito cito una cosa che capitò a Nicholas Philibert (Essere e Avere). Dopo aver visto il suo documentario, una signora volle complimentarsi col regista: “Sa, signor Nicholas. Il suo film è straordinario”: usò proprio la parola film, non aveva la minima idea che si trattasse di un documentario, o meglio, non se ne era accorta. “E lo sa perché?” continuò “Perché è vero”.
Da qui ad aver fatto anche io dei documentari in questo senso, però, purtroppo per me, ce ne corre.
Road To L. non è un lavoro a soggetto. Non esisteva una sceneggiatura, solo una scaletta documentaristica. La “riorganizzazione” della realtà che avevamo filmato è stata così complessa e attenta in fase di post-produzione, che ne è venuto fuori un prodotto con dignità cinematografica. Perché per avere dignità di sala un film deve “sembrare” un film e non un documentario. Nel mio caso ci siamo riusciti, spero, ma senza intaccare la sensazione di verità. Paradossalmente il film è fondamentalmente un lavoro di post-produzione (come mi era già successo con Stanley and Us) talmente approfondito, elaborato e raffinato che alla fine ne esce fuori appunto un film dal sapore fiction. Mentre invece è la documentazione di quanto è successo in quegli undici deliranti giorni di riprese nel Delta del Po sulle tracce di un legame tra Lovecraft la cultura di quei luoghi. Con delle forzature, ovviamente, anche in fase di ripresa… Ma dove sia la finzione e dove sia la realtà è un gioco che lasciamo al pubblico. Fa parte del meccanismo del film, fin dall’inizio. E credo che sia una sua grande forza.
Per quanto riguarda la mia inclinazione per il documentario o la fiction… questa è una domanda molto complessa. Diciamo che mi trovo in una pausa di profonda riflessione riguardo a quale dei due bivi prendere. L’unica risposta sensata che mi do al momento è che le due strade non sono alternative. Ma è un fatto che l’ultimissima cosa che ho fatto è Quilty, un mediometraggio di pura finzione alla Mulholland Drive, di cui sono particolarmente soddisfatto, e che il film che ho in preparazione con Igor Maltagliati è anche questo un noir cupo di fiction.
La “trasformazione” di un documentario in un film di fiction a riprese finite…
Soffermiamoci un attimo su come nasce Road To L. perché trovo sia veramente interessante, nonché estremamente raro, questo modo di fare cinema, ci sarebbe da scrivere un libro su questa “operazione”. In sostanza invece di una sceneggiatura c’era un film come “testo” di partenza, quindi immagini e non indicazioni scritte… Il cinema che nasce direttamente dal suo mezzo e non da un “linguaggio” intermedio…
Esattamente. Come detto, Road To L. è la documentazione di quanto è avvenuto durante le riprese del documentario, poi rielaborata in fase di post-produzione. Non ho dovuto ricreare eventi già successi, bensì “riorganizzare” in montaggio quanto era già capitato. Con le ovvie forzature del caso per rendere la storia cinematograficamente “dignitosa”, qualunque cosa questo significhi. Queste forzature, come accennavo, sono state pensate, a volte, anche sul set, mentre le cose accadevano, e comunque a partire, sempre, da quelle cose. Invito spesso il pubblico a fare un giro in quei luoghi per verificare cosa esiste e cosa no, quali personaggi sono veri e quali non lo sono. E’ un viaggio che riserva molte sorprese.
Devo dire quindi che purtroppo io e Roberto non possiamo attribuirci tutto il merito che vorremmo, se non quello iniziale di aver ideato il documentario e aver voluto a tutti i costi portarlo avanti. E poi aver tenuto duro fino alla realizzazione definitiva sia del documentario che del film.
Quando ci siamo accorti, durante le riprese, che il materiale stava diventando più interessante del previsto, cioè che si stava configurando un'ampiezza narrativa non più solo “saggistica”, classica del documentario, ma dal respiro diegetico molto forte, classico di un film di fiction, abbiamo leggermente cambiato direzione. Nel senso che – come viene anche raccontato nel film – si è deciso di approfondire la descrizione delle dinamiche della troupe.
Probabilmente la mia esperienza con Stanley and Us mi è servita molto durante la realizzazione di questo film. Anche lì è successo che solo durante la fase di ripresa ci siamo accorti che il meccanismo di registrazione della realtà era altrettanto interessante della realtà che stavamo indagando.
Alcune riflessioni sul linguaggio e sulle sue conseguenze cinematografiche sono ovviamente arrivate dopo le riprese. Ma tutte, senza eccezioni, mi hanno convinto che quello che io e Roberto stavamo facendo aveva un senso profondo. Soprattutto se riferito all'oggetto della nostra indagine. Lovecraft in fondo è stato l’autore del più famoso inganno letterario di tutti i tempi, il Necronomicon. Ecco – anche – perché il film è un mockumentary.
Quando all'inizio decidemmo di provare a realizzare un documentario sul ritrovamento del manoscritto, pensammo che era un'ottima idea dal punto di vista del tentativo di portare Lovecraft sullo schermo. Non c'è nessun film tratto dai suoi racconti che secondo me sia riuscito. Capimmo che la forma documentaristica sarebbe stata invece un'occasione unica per sperimentare quello che avevamo sempre pensato. E cioè che Lovecraft, per la natura strettamente letteraria della sua scrittura, era per definizione impossibile da trasporre per lo schermo in maniera tradizionale. La sfida era quella di evitare di visualizzare i 'mostri' di Lovecraft con make-up o effetti visivi. Perchè secondo noi i “mostri” di Lovecraft hanno appunto le virgolette: cioè sono mostri della ragione, pesantissime metafore della complessità delle reazioni della mente umana di fronte all'inconoscibile. Archetipi, insomma, che si materializzano davanti all'uomo. Da un certo punto di vista sono il contrario del sublime kantiano, secondo cui eventi terrificanti (inondazioni, eruzioni vulcaniche...) esperiti dall'uomo in condizioni di sicurezza sono appunto sublimi. Gli eventi terrificanti di cui sono testimoni e “attori” i personaggi di Lovecraft invece sono esperiti senza possibilità di scampo. L'uomo e i suoi mostri (tra cui l'incapacità di sostenere le verità ultime della Vita, l'Universo e Tutto Quanto – per citare il grande Douglas Adams) sono uno accanto agli altri, e l'unico modo per fuggire è decidere di non sapere. Voler approfondire la mostruosità delle rivelazioni sull'esistenza non è alla portata della piccola mente umana.
E tutto ciò è praticamente impossibile da trasportare sullo schermo direttamente. E' possibile invece ricreare le atmosfere inquietanti delle storie di Lovecraft, senza far vedere i mostri. Secondo un meccanismo che – come dice tra le righe anche Rudolph Arnheim – si chiama "evocazione", ed è uno degli strumenti più potenti che il cinema, insieme alle altre arti, ci offre. Oggi purtroppo sempre più in disuso. E un documentario può essere un'ottima strada. Devo dire che chi ha visto Ipotesi di un viaggio in Italia ha avuto molto spesso giudizi lusinghieri a questo proposito. Ed essendo Road To L. una sorta di “esplosione” del genere documentario, ci aspettiamo che accada lo stesso. Anzi di più. E devo dire che, se devo giudicare dagli inviti nei festival internazionali (dagli USA alla Corea, dall’Argentina alla Finlandia), forse ce l’abbiamo fatta.
Questo film è un documentario horror. Avete un po’ voluto emulare lo stile di The Blair Witch Project?
E’ un po’ più complesso. Dopo la scoperta del manoscritto, la possibile attribuzione a Lovecraft e la decisione di trarne un documentario, io e Roberto ci siamo chiesti come avremmo dovuto affrontare l’impresa. E ci siamo messi a rileggere tutto del solitario di Providence. Più leggevamo e facevamo ricerca e più diventava chiaro che l’unico modo per portare Lovecraft su grande o piccolo schermo era proprio provare a raccontare la storia di qualcuno che cerca di capire cosa c’è dietro la scoperta di un libro o di un oggetto misterioso. Cioè esattamente lo schema di una serie di racconti di Lovecraft fra le più importanti. Insomma decidemmo di traslare i meccanismi più frequenti dello scrittore verso un altro linguaggio, non più letterario.
L’approdo finale al cosiddetto “mockumentary” (falso documentario) deriva dalla riflessione immediatamente successiva: Lovecraft è anche l’autore del più terribile e famoso “falso libro” della storia, il “Necronomicon”, uno pseudo-biblium.
Perciò la scelta dello “pseudo-documentario” per affrontare Lovecraft non è gratuita come in The Blair Witch Project (che comunque reputiamo un film straordinario, che però non regge ad una seconda visione), ma nasce dalla stessa natura dell’intera, complessissima opera lovecraftiana. La soluzione era lì, come nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe: non sotto un tappeto, ma nel portacenere sulla mensola di un caminetto, in bella vista.
La vision dell’intero progetto è stata dunque: “Se Lovecraft avesse scritto una storia per il cinema, che storia avrebbe raccontato?”. Secondo noi questa.
Per finire è importante precisare una cosa: preferiamo chiamare Il mistero di Lovecraft – Road To L. non un mockumentary ma appunto uno “pseudo-documentario”, perché parte da premesse reali… Una buona parte di quanto viene raccontato nel film è accaduta davvero. Parte dei personaggi e degli scenari esistono (per esempio i “fradei” di L., una confraternita sulla quale pesa un’ambigua cappa di omertà). Una delle cose belle sta proprio nel non sapere ciò che è vero e ciò che non lo è. E’ molto lovecraftiano. E noi abbiamo voluto fare un film “alla” Lovecraft, non solo “su” Lovecraft…
La trama è di voi registi che sulle tracce del possibile passaggio dello scrittore statunitense H. P. Lovecraft nel Polesine scoprite delle verità inaudite. È vero che uno studente – che stava scrivendo la tesi su di lui – scomparve misteriosamente nel 1997?
…appunto. Perché svelarlo, questo come altro, se parte del gioco è proprio fondato sul dubbio? A noi piacerebbe che tutte le informazioni che diamo nel film stimolino una ricerca individuale, prima intellettuale e poi concreta. D’altronde è già successo che alcune persone che hanno visto il documentario di 26’ che ha preceduto il film si siano recate nei luoghi dove il film è ambientato e abbiano fatto domande per capire.
Siamo afferrati dalla curiosità. Cosa c’è scritto nel libricino e cosa suggeriscono le indecifrabili illustrazioni?
Si tratta, più che di un libriccino, di una serie di circa 40 fogli non rilegati e scritti a mano con inchiostro blu. In sé, il contenuto del manoscritto non è poi così misterioso… è il resoconto di un viaggio dal New England al Polesine, passando per la Biblioteca Marciana di Venezia, dal maggio al luglio del 1926. Ciò che è davvero sorprendente – al limite dell’inquietante – è che dalla lettura si deduce che Lovecraft sarebbe stato in Italia, quando tutti i suoi biografi sostengono il contrario. Se fosse davvero così i Racconti del Filò, cioè l’antichissima tradizione orale del Delta del Po, l’avrebbero ispirato per i racconti che l’hanno reso celebre (guarda caso tutti scritti dopo il 1926!). E per finire: è probabile che abbia visto cose perlomeno ambigue e che dunque non siano state solo le oscure “fole” dei vecchi pescatori della zona a ispirarlo, ma anche “incontri” particolari e fatti concreti molto strani. Quest’ultima riflessione scaturisce soprattutto dall’osservazione dei numerosi disegni di esseri fantastici sparsi un po’ per tutto il diario.
Comunque qui c’è la possibilità di vedere alcune delle pagine e di leggere una storia approfondita sulla vicenda del diario: http://www.federicogreco.com/manoscritto.htm
Come vi è venuto in mente di girare un film-documentario su Lovecraft? È un po’ inusuale per il cinema italiano, dove il massimo che si può azzardare è girare un film su…
E’ vero: diciamo che è stato da incoscienti, ma come dicevo prima ci pareva l’unico modo davvero sicuro per non tradire il cuore dell’impianto letterario di uno degli scrittori di genere più complessi e profondi che la narrativa ci abbia regalato. Come sa chi lo ama, leggere Lovecraft non è semplice: non è come King, capace di rendersi fruibile e leggero. E neppure come Poe, che aveva uno stile difficile ma superiore a Lovecraft. Ciò che ha chiuso il cerchio, nella nostra mente, è stata anche la riflessione produttiva: “un documentario costa di meno e faremo meno fatica a trovare i soldi”. Dunque attenzione: non abbiamo girato un film con pochi soldi perché non ce ne erano altri. Ma perché quello era l’unico modo per girarlo. Non è applicabile, tra tutte le critiche possibili, la motivazione dello scarso budget. Il film ha avuto tutto quello che gli serviva. A parte in questa fase finale, quella della promozione e della distribuzione. Ma a questo punto il film è fatto e, appunto, non abbiamo scuse.
C’è spargimento di sangue?
No.
E come fate a definirlo documentario horror?
A parte il fatto che il “documentario horror” è un genere talmente nuovo (avrà non più di quindici anni) che la maggior parte delle regole va ancora stabilita… Ma poi l’horror è un concetto ampio, che non crediamo debba sottostare a regole fisse, pena la degenerazione in un prodotto-paccottiglia sempre uguale il cui unico scopo è essere un prodotto di mercato. In Shining – che prendo solo come strumento per la riflessione, non come pietra di paragone col nostro film – il sangue nel senso “narrativo” del termine c’è solo in una breve scena: quando Jack uccide Halloran, il cuoco. Eppure il film di Kubrick è il più angosciante horror che ricordo di aver mai visto.
Dov’è la paura?
Nel non potersi aggrappare alle rassicuranti convenzioni narrative cui la storia del cinema ci ha abituato. Nel non poter capire cosa è vero e cosa è falso. Nel seguire le vicende di sei “folli” alle prese con qualcosa di molto più grande di loro che li sovrasta fin dall’inizio ma di cui non si accorgono. Nella sottile, costante inquietudine che nasce da quei luoghi e dalle dinamiche tra i personaggi. Crediamo e speriamo insomma che “la paura” derivi dagli stessi meccanismi che funzionano in Lovecraft, ma necessariamente “adattati” per un altro linguaggio: quello delle immagini in movimento.
Avete intenzione di distribuirlo all’estero?
Sì, anche perché per diversi motivi è stato girato in inglese. C’è già stato un interesse concreto da parte di alcune società di distribuzione americane, spagnole e tedesche.
È vero che ha vinto molti premi?
No. Abbiamo vinto il Méliès d’Argento al Fantafestival di Roma, che ci permette di concorrere al Méliès d’Oro nel 2006, in gara con pochi altri film europei di genere “fantastico”, che vengono considerati i migliori film “fantastici” dell’anno. Una sorta di Oscar europeo. L’anno scorso vinse il film di Winterbottom, Codice 46. Però abbiamo partecipato e parteciperemo a molti festival in giro per il mondo, dalla Corea all’Argentina, dall’Italia alla Spagna, dalla Transilvania alla Finlandia. Uno dei prossimi appuntamenti nostrani è a Ravenna, al Nightmare Film Festival. La proiezione è l’8 ottobre alle 18.30 (www.ravennanightmare.com).
Perché non lo avete girato in pellicola? Oltre a motivi di budget, c’è una causa stilistica, quasi di voler girare un istant-movie?
Ripeto, non ci sono motivi di budget: il film non poteva essere girato in pellicola, altrimenti l’avremmo sbagliato. E questo, come giustamente dici tu, per un motivo stilistico ma che è strettamente legato a un motivo sostanziale: la storia che raccontavamo, cioè quella di una troupe che gira un documentario in digitale. Forma e sostanza non dovrebbero essere mai scisse. Questo secondo noi è uno dei punti di forza dell’intero progetto: tutte le scelte che abbiamo fatto in realtà non erano scelte, erano imposizioni che ci venivano dettate dalla storia. E’ bastato ascoltare le sue esigenze, senza troppi ragionamenti.
Tu hai diretto il documentario "Stanley and Us" su Stanley Kubrick - composto da un lungometraggio e 38 brevi documentari di 15 minuti - venduto in home video e tv in Italia e all'estero; dirigi anche il festival "Borderlands - Terre di confine". Hai in mente per il futuro altre opere fuori dalla norma?
Vorrei non smettere mai di realizzare progetti “fuori dalla norma” se riuscirò sempre a fare in modo che vengano visti. E’ l’unica clausola con la quale sono disposto a fare i conti. L’unico compromesso. Non credo nei progetti così sperimentali da non avere nessun tipo di distribuzione. La sperimentazione deve necessariamente diventare un patrimonio condiviso con tutti. Deve confluire nel cosiddetto “mainstream” e aiutarlo ad uscire dalla sua malattia più grave: la coazione a ripetere sempre le stesse formule. In più deve consentire a chi la persegue di poter continuare ad andare avanti, di fare altro e migliorarsi sempre di più soprattutto nel confronto col pubblico. Il “fuori norma” non è fine a se stesso, è una necessità imprescindibile. Non è un aprioristico “non volere” conformarsi alle regole già scritte da altri. E’ un “non potere” conformarsi, o addirittura un “non essere capaci” di farlo. Con Stanley and Us ci siamo riusciti (in quel caso eravamo tre registi: io, Mauro Di Flaviano e Stefano Landini). Il documentario è stato trasmesso da RAISAT CINEMA, è diventato un libro e un VHS, ha viaggiato in decine di festival e ora è distribuito in tutto il mondo. E, cosa molto importante, è stato completamente autoprodotto. Nel senso che abbiamo trovato da soli i compratori che fossero in grado di coprire le spese.
Non sarei stato capace, semplicemente, di farlo in un altro modo. Non sarei stato capace di non costringermi a provare a superare le regole.
Domanda d’obbligo. Cosa consigli ai giovani che volessero avvicinarsi al mestiere di regista? Studiare, laurearsi o fare pratica con la videocamera e sui set?
Tutto. Ma ognuno ha una strada che gli è più congeniale e non esiste una ricetta che vale per tutti. Fare questo mestiere può essere molto semplice ed entusiasmante se ci si è portati, o molto difficile se non lo si è ma lo si vuole a tutti i costi. In ogni caso è importante non staccare mai la spina. Essere sempre concentrati. Più sul mondo che sul cinema. Perché il cinema non parla di cinema, il cinema racconta storie del mondo. O almeno dovrebbe.
La mia strada personale è stata quella di affiancare ad un percorso teorico (università e critica cinematografica) un percorso molto pratico. Non ho mai voluto fare scuole di regia. Ho affrontato la mia formazione con una sorta di “mossa a tenaglia”. Mi sono formato come operatore e come sceneggiatore con vari corsi. La regia, che è sempre stato il mio desiderio segreto, è arrivata dopo, quando avevo acquisito consapevolezza teorica e tecnica. Ho sempre avuto paura che un corso di regia mi avrebbe “impostato” artificialmente. Preferisco sbagliare molto e arrivarci da solo che essere guidato per una strada che potrebbe non essere la mia.
di Giovanni Menicocci
Ciao Federico!, puoi raccontarci che progetto è Il mistero di Lovecraft – Road to L. e com’è nato?
Il film nasce dall’estensione del documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia, realizzato nel 2004 in seguito al ritrovamento fortuito di un manoscritto attribuibile allo stesso Lovecraft. Durante le riprese abbiamo avuto l’intuizione che quel viaggio alla scoperta di Lovecraft e delle tradizioni millenarie del Polesine era in sé una storia straordinaria da raccontare, e così, nelle stesse settimane di riprese del documentario abbiamo deciso di allargare il tiro e tentare la strada del feature film, ovvero di un film-documentario che avesse “dignità cinematografica”.
Io ti conosco dai tempi di Stanley and Us… Vuoi raccontare qual è la tua formazione come cineasta e come sei riuscito a trovare una produzione che ha avuto fiducia in te, come autore tout-court, e come si sono svolte le ricerche di casting (tecnico e artistico)?
La mia formazione come regista è il frutto di un’idea forte e costante nata fin da quando ero molto piccolo. Ho deciso di puntarci tutto, e ho cominciato a lavorare da professionista nel campo delle immagini da quando avevo 18 anni, come operatore, contemporaneamente all’università. Una lenta gavetta in molti ambiti (riprese, fotografia, montaggio, produzione, scrittura…) mi ha concesso di affrontare gradualmente piccole regie (sempre in video, poi in digitale) di documentari, reportages, cortometraggi, spot e videoclip, spesso autoprodotti. Finché con due amici ho scritto, diretto e prodotto Stanley and Us, un documentario su Stanley Kubrick che ha avuto un notevole successo: è stato trasmesso da RAISAT CINEMA, è diventato un cofanetto (libro + film) per la LINDAU – adottato anche da alcune università italiane – ed è distribuito in tutto il mondo da RAITRADE. Da quel momento ho ideato e diretto altri documentari-reportages per RAISAT CINEMA, con i quali ho sperimentato sia la pratica che la teoria, visto che avevano come argomento il cinema sotto varie forme.
Due anni fa infine, con Roberto Leggio, ho proposto alla Digital Desk il progetto del documentario su Lovecraft. Probabilmente il mio curriculum, sommato all’interesse che la storia generava, ha convinto i produttori che si potesse finalmente realizzare un film lontano dai soliti meccanismi narrativi e produttivi italiani, che spesso generano prodotti sempre uguali. In corso d’opera si è affiancato come co-produttore al cinquanta per cento la Minerva Pictures. Ad essere sincero sono convinto che la fiducia fosse più nel progetto che in me come regista. Da parte dei produttori italiani purtroppo non c’è l’abitudine di puntare su un filmmaker per farlo crescere e seguirlo negli anni, ma solo il miope desiderio di fare “il colpaccio” con un progetto specifico. La prova sta nel fatto, evidente, che il film, una volta terminato, non ha avuto un adeguato sostegno promozionale. Ma questo accade spesso in Italia, penso per esempio alle vicende del film di Antonietta De Lillo Il resto di niente. E di molti altri film di giovani filmmaker italiani che non provengono da famiglie conosciute.
Le ricerche per il cast sono state abbastanza lunghe e complesse. Avevamo bisogno di persone non solo molto brave (come nel caso del fonico, del direttore della fotografia, del montatore e dei musicisti – e sono solo alcuni esempi), ma che fossero anche in grado di comprendere la natura insolita del progetto, che si presentava come un vero e proprio “prototipo”.
Cosa ci puoi dire sulla co-regia invece…
Quasi tutti i progetti che ho realizzato sono stati co-regie, e sempre con persone diverse. Non ho la mania di sentirmi “autore” (a dirla tutta devo ancora capire cosa significa), perciò se sento che l’apporto di un’altra sensibilità può essere utile a progetto non faccio fatica ad accettare quella che per altri viene vissuta come un’invasione. Ma non è una regola, diversamente dal momento della scrittura: due penne sono sempre meglio di una.
Il film, a quanto so, non è stato distribuito dalla Minerva Pictures nelle sale cinematografiche, nonostante prime avvisaglie in questa direzione, ma direttamente in home video... Ci puoi dire il perché e se ci sono concrete speranze per il futuro? Perlomeno: come sta andando?
Il film ha avuto vicende distributive penose che preferirei non ricordare, ma che girano tutte intorno ad un equivoco molto ben orchestrato (più o meno volutamente) da parte della distribuzione-produzione. Il mistero di Lovecraft ha avuto una distribuzione che potremmo dire “clandestina”, in varie città d’Italia (Roma, Vicenza, Milano, Torino, Padova, Bolzano), che aveva come scopo quello di promuovere il DVD, uscito contemporaneamente ad ottobre 2005 e adesso acquistabile attraverso il sito della rarovideo (www.rarovideo.com). Me ne sono occupato quasi esclusivamente in prima persona con l’aiuto di collaboratori indispensabili che hanno creduto e credono nel film. Per esempio, tra le altre, c’è stata un’uscita di una settimana in una sala del centro di Roma che ha avuto un’ottima risposta di pubblico. Anche la stampa si è occupata molto del film, tra un articolo sui soliti blockbusters e un altro. Di solito mostrando un grande apprezzamento (http://www.federicogreco.com/recroadtol.htm).
Nell’immediato futuro è probabile che il film uscirà nel circuito d’essai, perché ha ricevuto un premio di qualità dal ministero.
Ma le soddisfazioni più grandi sono arrivate dai festival di tutto il mondo (USA, Argentina, Corea, Romania, Finlandia, Spagna, Italia) dove il film è stato selezionato spesso nei concorsi internazionali e molto ben recensito.
Sarebbe facile per me fare il solito discorso sull’inadeguatezza delle distribuzioni italiane. Perciò non lo faccio, tanto lo sapete come funziona. Male.
Con quali attrezzature, e con che formato, è stato girato?; e dove/quando?
E’ stato realizzato in DVCAM 16:9 con due videocamere prosumer Panasonic DVX100, straordinarie soprattutto per la qualità della profondità colore, e molto versatili. Abbiamo girato per circa tre settimane sul Delta del Po nel maggio del 2004. A dispetto di ciò che credono in molti, sia il doc che il film sono stati realizzati in quello stesso periodo e non in due momenti diversi. E’ stato infatti molto lungo il tempo della post-produzione: avevamo da gestire circa 80 ore di materiale.
Il mistero di Lovecraft – Road to L., e tu come regista, si ispira in particolar modo a qualche film o all’opera di cineasti precedenti? La combinazione di “documentario” e di film horror era già stata sfruttata prima, per dire…
Il film si porta dietro da sempre una spada di Damocle che per noi è fastidiosa: The Blair Witch Project. Non posso negare che ci siano molti ed evidenti elementi in comune, e perciò non lo nego. Ma l’idea non nasce da lì, bensì da una riflessione che ci ha colpito durante i primi giorni delle riprese nel Polesine: la nostra intenzione era quella di fare un documentario (e poi un film) alla Lovecraft. E quale modo migliore per rendere giustizia ad un autore che il cinema ha sfruttato – male – per decenni? Quello, secondo noi, di realizzare un mockumentary, cioè un falso documentario, visto che Lovecraft è conosciuto principalmente – suo malgrado – come l’autore del più ingegnoso e famoso inganno letterario di tutti i tempi, il Necronomicon. Cioè un falso libro. Ecco perché TBWP è una pista sbagliata: il mockumentary era una scelta necessaria per raccontare la nostra storia, non una scelta pensata a tavolino. Tanto più che – diversamente dal blockbuster hollywoodiano – parte degli avvenimenti narrati ne Il mistero di Lovecraft è realmente accaduta.
Le mie ispirazioni personali sono innumerevoli e non possiedo la necessaria consapevolezza per elencarle tutte rispetto al mio film. E credo sia giusto così, altrimenti farei del banale citazionismo. Credo di avere rielaborato inconsciamente il cinema che mi ha più colpito in 35 anni e che inevitabilmente mi ha influenzato nel modo di girare e di concepire storie. Amo in particolare Stanley Kubrick (ma non direi, per esempio, che questo film sia necessariamente kubrickiano), David Lynch, Jaco Van Dormael, Sergio Leone ed Elio Petri. E un’infinità di altri film sparsi.
Mi permetto una provocazione: ll mistero di Lovecraft – Road to L. ci è o ci fa?
Il fatto che questa domanda, semplicemente, venga posta a proposito de Il mistero di Lovecraft è uno degli elementi di interesse del film. Dunque preferisco non rispondere. Anche perché se rispondessi la verità – che è più complessa di quanto si possa intuire – difficilmente sarei creduto.
L’horror: cosa è per te e cosa può/deve rappresentare? Perché un film come Il mistero di Lovecraft – Road to L. oggi nel 2005, in Italia, insomma?
L’horror è uno straordinario grimaldello con cui il cinema (e la letteratura) può riuscire davvero a raccontare la realtà di oggi. In questo senso dunque, per me il vero horror è quello che sa trovare un solido equilibrio sul sentiero fin troppo tracciato delle regole del genere, senza seguirle pedissequamente come fanno il 90% dei film americani. Il genere horror è una convezione hollywoodiana (cioè industriale) e non è detto che ci si debba adeguare. Tutt’altro. L’horror va scelto se serve a raccontare una storia e non il contrario, come accade troppo spesso. Shining per esempio, nasce prima di tutto come la storia delirante e metaforica di un nucleo familiare in crisi (e, su un altro livello, dell’intera società americana). Che Shining sia un horror o meno non è rilevante, perché è prima di tutto un grande film. E lo è anche perché Kubrick ha scelto la chiave giusta (appunto l’horror) per raccontarlo.
Il mistero di Lovecraft oggi in Italia semplicemente perché ci pareva l’unico modo per raccontare ciò che avevamo in mente. Il problema è che essendo un horror, almeno sulla carta, troppi si fanno sviare dal fatto che non ne segue i canoni stampati a fuoco sulla schiena della maggior parte dei blockbusters horror americani o asiatici di basso profilo. E’ una scelta – quella del tradimento - assolutamente consapevole e perseguita con forza, che non deriva neppure, come molti hanno scritto e pensato, da problemi di budget. Anzi, a mio avviso questo film si poteva fare anche con meno soldi.
Il genere horror è forse il più frequentato in ambito amatoriale. Il tuo film, a quanto so, è stato realizzato con un budget assai esiguo ma è riuscito a ottenere una distribuzione: qual è il discrimine che puoi riconoscere alla tua opera che ha permesso un tale salto di qualità?
Semplicemente perché ne Il mistero di Lovecraft c’è una storia forte, che funziona già sulla carta e possiede il necessario afflato epico per funzionare anche per immagini, e che non ha bisogno (ripeto) di un eccessivo sforzo produttivo. Anzi lo respinge. E’ un film dalle atmosfere scure che non punta sull’effetto speciale, spesso strumento posticcio a guardia e in sostituzione della carenza di idee, ma sull’assenza e l’inquietudine generata da essa, e dalla sensazione che in ogni momento può accadere qualcosa di terribile. Crediamo che questa sia la sostanza dei racconti di Lovecraft. L’ambito amatoriale punta sull’horror perché è un terreno dove è molto facile sperimentare e allo stesso tempo essere giustificati se si punta troppo sull’effettaccio estremo. Purtroppo spesso ci si dimentica di tenere presente il quadro d’insieme, fatto di uno stile ragionato, di atmosfere adeguate alla storia e appunto di storie che funzionino sullo schermo. Non è detto infatti che la straordinaria trama di un racconto sia adatta ad essere trasportata per immagini in movimento, suoni, musiche e montaggio. Questa è stata la nostra sfida: fare un film che funzioni a partire da un autore anti-cinematografico per eccellenza. Per questo dunque non potevamo e non dovevamo usare i soliti meccanismi linguistici codificati dal genere.
Si parla tanto di revival del cinema di genere, tanto in Italia quanto nel mondo, di rinascita di un cinema che parli - ‘narri’ - della gente, per la gente, alla gente. Tu cosa ne dici, e in giro vedi qualcosa di bello e necessario al proposito?
A dire la verità vedo cose interessanti molto di più in ambito letterario, anche in Italia, dove ad una sorprendente fioritura di romanzi noir non segue un altrettanto indispensabile fiorire di cinema di genere. L’Italia in particolare ha perso la mano in questo senso. Ne è prova il fatto che Elio Petri (ma anche Pietro Germi) è misconosciuto, mentre probabilmente è uno dei nostri più grandi autori dopo Leone e Fellini. E intanto si osanna la paccottiglia di genere, da Lino Banfi a Barbara Bouchet. Perché è cinema facile facile, che non racconta altro che la sua piccola storiella quotidiana. Non basta che sia cinema diverso, per fortuna, da un qualunque Ovunque sei, o da un qualunque film con Stefano Accorsi. Mentre il cinema ha potenzialità devastanti che solo con il genere (fantascienza, noir, thriller, horror, commedia satirica) possono davvero esplodere ed arrivare a raccontare le inquietanti contraddizioni della nostra società, dei suoi orribili rappresentanti e delle sue tragiche vittime.
Ultima provocazione concettuale (concettosa, se vuoi): ti senti un fiero e appassionato artigiano o piuttosto un autore impegnato e intellettuale?; e hai già progetti futuri?
Non credo siano due estremi che si autoescludono. Per esempio Stanley Kubrick era un grande artigiano. Spero - perché ancora non ritengo di poter essere considerato un vero cineasta - di arrivare un giorno semplicemente a poter fare il grande cinema che davvero desidero fare senza accettare troppi compromessi.
Intanto sto preparando un film con un amico sceneggiatore, Igor Maltagliati, che ha idee straordinarie molto vicine alla mia sensibilità. E sto scrivendo con un altro amico, Mazzino Montanari (col quale ho diretto un documentario sulle Brigate Rosse), un durissimo film di fantapolitica ambientato nel Perù del 2033.
Sempre che non decida di andarmene dall’Italia, prima o poi.
Federico Greco
15 gennaio 2006
Esce nelle sale e in DVD “Road to L.”, mockumentary italiano, già vincitore di un Méliès d’argento e invitato a numerosi festival internazionali, nonché ispiratore di un fumetto. A partire dal ritrovamento di un manoscritto del grande scrittore americano, racconta una storia tra cronaca, mistero e allucinazione. Ne parliamo con uno degli autori, Federico Greco, che ci spiega la regola del gioco.
Lovecraft non si allontanò mai dagli Stati Uniti in vita sua. Allora perché il contenuto di un manoscritto, ritrovato casualmente a Montecatini nel 2002, lascia supporre che invece sia addirittura venuto in Italia e si sia lasciato affascinare da quelle lande nebbiose, dalla topografia labirintica e cariche di misteriose leggende che circondano il delta del Po? Nel film l’inquietudine nasce dalla sapiente miscela di fatti veri e inserti di pura invenzione. Gli incontri con personaggi locali ripresi nel loro autentico disagio mentre sono incalzati da domande sui misteri di alcune antiche pratiche tra il sacro e il profano di cui tentano di occultare la sopravvivenza, si combinano con immagini in cui lo scarto illusionistico è tangibile e al tempo stesso effimero. Questa troupe di documentaristi, seguendo le labili tracce decifrate da pagine consunte, troverà la soluzione di un enigma o piuttosto è tutto un gioco per mettere in scacco gli spettatori? A questa e ad altre domande risponde Federico Greco che insieme a Roberto Leggio ha costruito con rigore questa finzione che per certi versi potremmo definire “alla Borges”.
Anzitutto, perché un mockumentary?
- Perché se nel novero delle sfide del secolo quelle sulla comunicazione e sulla gestione dell’informazione sono tra le più avvincenti, e se è vero che spesso le notizie vengono artatamente manipolate per porgere al pubblico dati falsi trattati in modo da sembrare autentici, è giusto che il cinema sveli questo meccanismo. E allora ecco che un mockumentary (da mock, finto, e documentary, NdT) si rivela il mezzo più adatto per coinvolgere in prima persona lo spettatore in una strategia di cui è spesso vittima inconsapevole. Trascinandolo in una pseudo-realtà, come se stesse effettivamente assistendo a una riproduzione del vero, ma poi guidandolo verso lo svelamento dell’inganno, lo si rende non più semplice recettore passivo, ma soggetto, costretto a capire come e dove finisce il dato reale e inizia la creazione dell’elemento fantastico.
Lo spettatore diventa insomma una sorta di protagonista off screen, che interpreta le immagini e le rielabora?
- Sì e si rende conto anche di quanto sia semplice oggi imporre una volontà di distorsione della verità, grazie ai mezzi di cui disponiamo. Solo che, finché lo si fa con un film è una cosa, quando a adottare questi meccanismi sono gli organi d’informazione, la televisione su tutti, allora la portata della bugia si fa ben più grave e diventa più difficile fare distinzioni.
Perché Lovecraft come punto di partenza?
- Prima di tutto perché veramente avevamo tra le mani un suo manoscritto che, come si vede nel film, è stato esaminato da uno studioso esperto dello scrittore, e quelle pagine ci hanno portato a Loreo e sul delta del Po, facendoci imbattere in remote e radicate tradizioni e segreti gelosamente custoditi. E poi perché Lovecraft stesso è autore di un celebre inganno letterario.
Un moock (mock+book)?
- Sì, uno pseudo-biblium, il Necronomicon, di cui parla in molte sue opere facendo credere ai lettori che lo abbia realmente scritto e infine, in History of Necronomicon, raccontando come quel libro in realtà non sia mai esistito e di come lui lo abbia inventato di sana pianta. Dunque noi, volendo fare un film su Lovecraft, abbiamo finito per fare un film “alla Lovecraft”, cioè così come lo avrebbe fatto lui se ne avesse avuto la possibilità. La sfida era anche quella di rendere sullo schermo il turbamento evocato dalla visione dei suoi mostri, che sono sempre metaforici e impossibili, tali che il terrore che suscitano è sottile e ti resta dentro, poiché non generano lo spavento di un momento che può essere smaltito con una risata: sono creature mentali, frutto delle nostre intime angosce, ancorché spesso rimosse.
Secondo te, perché a fronte di una stagione di gloria per la letteratura di genere in Italia, nel cinema non si assiste ad una riscoperta e ad una rivalutazione altrettanto felici?
- Semplicemente per questioni produttive. All’estero si comprano i diritti cinematografici di molti libri di genere, mentre da noi si ritiene che i costi da sostenere per finanziare un certo tipo di film sarebbero troppo onerosi. Con Road to L. abbiamo giocato scopertamente con il genere, anzi forse ai puristi il risultato potrebbe anche non piacere. Ma secondo me, a partire dalle regole codificate, si deve applicare una sorta di reinterpretazione. L’Italia ha vissuto un periodo di grande valorizzazione del cinema engagé, soprattutto negli anni ‘70 e in quel filone i film più riusciti sono proprio quelli che hanno in parte tradito le norme narrative, come Indagine di Petri, che si fa metafora del sistema, valida oltre la contingenza, nel momento in cui distorce il canone del film giallo o poliziesco. Oggi sarebbe straordinario se si riuscisse a fondere la tradizione del film di denuncia con quella del cinema di genere: riusciremmo a raccontare meglio la realtà che, in definitiva, è assai più sfuggente di quanto non vogliano farci credere.
Pierfrancesco Borzone
27 Ottobre 2005
La paura mangia l'anima
Il nome di Federico Greco è legato soprattutto ad
un titolo, Stanley and Us, documentario su Stanley Kubrick.
Ma Federico è anche e soprattutto un giornalista che "scrive" con la camera.
Il nome di Federico Greco è legato soprattutto
ad un titolo, Stanley and Us, documentario su Stanley Kubrick realizzato
nel 1999 assieme a Mauro Di Flaviano. Ma Federico è anche e soprattutto un
giornalista che "scrive" con la camera: lo dimostra lo stesso documentario sul
grande maestro americano ma anche i suoi cortometraggi, i format televisivi e il
suo recente Fuori fuoco - Cinema, ribelli e rivoluzionari,
documentario/riflessione sul passato del terrorismo politico italiano,
attraverso i suoi protagonisti e attraverso il cinema. Con il Il mistero di
Lovecraft (Road to L.) si è voluto misurare per la prima volta con quella
che viene definita docu-fiction : "Il mistero di Lovecraft (Road to L.)
nasce dal mio documentario su un manoscritto ritrovato nel 1926. Il documentario
è andato al festival di Venezia e poi è stato trasmesso in tv da Sudio
Universal. Abbiamo pensato che valesse la pena promuoverlo a dignità
cinematografica".
Cineuropa : La stampa lo ha già definito il Blair Witch Project
italiano. Certamente questa etichetta non ti piacerà.
Frederico Greco : le differenze in realtà sono molte. The Blair Witch
Project nasce come un piccolo progetto che è stato trasformato in un caso da
una major. The Blair Witch Project era un falso documentario, il nostro
lavoro nasce da una ricerca specialistica e appassionata su H.P. Lovecraft, il
padre di tutto l'horror moderno, antesignano di Stephen King e di tutti i film
del terrore. Volevamo ricreare l'atmosfera dei suoi racconti. Insomma lo
considero un film alla Lovecraft più che un film su Lovecraft.
Infatti non ci sono i 'mostri', come in un film di genere. Una certa
mostruosità è solo 'evocata'.
I mostri di Lovecraft sono metaforici. Infatti le sue descrizioni sono talmente
complesse da risultare irriproducibili. Qualcuno ha tentato di disegnare questi
mostri e non c'è riuscito. Quella di Lovecraft era una letteratura alta. Abbiamo
cercato di adeguarci a quel livello.
Certamente c'è un livello di lettura che trascende le atmosfere dei film
horror che siamo abituati a vedere.
C'è qualcosa 'oltre' l'uomo, ma è meglio non scoprirlo. E' un meccanismo
classico di Lovecraft. I suoi racconti iniziano tutti con un'eredità, un
manoscritto o una statuetta che costringono il protagonista a indagare su
qualcosa che sarebbe meglio non scoprisse, perché al di là del velo di Maya
della realtà c'è qualcosa che mette a repentaglio la nostra sanità mentale.
di Camillo De Marco
15
Ottobre 2005 - Intervista Esclusiva
"Il mistero di Lovecraft - Road to L."
Intervista ai registi Federico Greco e Roberto Leggio.
di Francesco Lomuscio
In occasione della distribuzione
cinematografica dell'inquietante film-documentario Il mistero di Lovecraft,
prodotto da Digital desk e Minerva pictures, abbiamo incontrato a Roma i due
registi Federico Greco e Roberto Leggio, per scambiare due parole sul
lungometraggio.
Per iniziare, come è nata l'idea de Il mistero di
Lovecraft?
Federico Greco: L'idea del film, che sia io che Roberto preferiamo
chiamare Road to L., sicuramente titolo più bello de Il mistero di Lovecraft,
nasce dal ritrovamento di un manoscritto a Montecatini, nel 2002, il quale,
probabilmente, è attribuibile a Lovecraft, anche se non ne siamo certi, ed in
esso c'è descritto un viaggio, infatti sembra un diario di viaggio di una
quarantina di pagine nelle quali Lovecraft, appunto, sembrerebbe raccontare di
un viaggio dal New England, dove è nato e morto, fino ai recessi più impervi del
delta del Po, in particolare questi paesini del Polesine veneto. Da ciò abbiamo
realizzato un documentario che è andato in onda su Studio Universal ad Halloween
del 2004 e poi è stato anche presentato a Venezia; infine, con la produzione
della Digital desk e della Minerva pictures abbiamo deciso di realizzare un
film-documentario per le sale.
Sicuramente avrete letto tutte le opere del solitario di
Providence, quale è la vostra preferita?
Federico Greco: E' difficile decidere, probabilmente quella sulla quale
abbiamo incentrato il film, anche se non è tratto da essa: La maschera di
Innsmouth, perché credo che sia uno dei meccanismi più classici di Lovecraft,
quelli che funzionano di più; stilisticamente Lovecraft è un po' indigeribile,
infatti poche persone sono disposte ad ammettere che sia il più grande scrittore
horror di tutti i tempi. Insomma, è come con Kubrick, uno dei più grandi registi
di tutti i tempi, Shining è probabilmente il migliore horror di tutti i tempi,
però, appunto, molti lo considerano indigeribile.
Roberto Leggio: Beh, è una domanda abbastanza complessa, perché per
capirlo bisognerebbe leggere tutto Lovecraft; io trovo molto bello un raccontino
che quasi nessuno conosce intitolato Colui che sussurrava nel buio, al secondo
posto ci metterei La maschera di Innsmouth che è forse quello più completo, in
cui l'horror lovecraftiano si esalta di più.
E la miglior trasposizione cinematografica da Lovecraft
secondo voi quale è?
Federico Greco: Anche qui è molto difficile scegliere, perché,
innanzitutto, Lovecraft è morto povero, senza che fosse ancora conosciuto, poi,
qualche decennio dopo la sua morte, avvenuta nel 1937, non solo moltissimi
scrittori di horror vi si sono ispirati, ma, purtroppo per lui, molti registi, i
quali hanno preso elementi che non sono assolutamente lovecraftiani: io reputo
l'esempio perfetto di film sbagliato da Lovecraft Dagon di Stuart Gordon, nel
quale, in maniera sbagliata ed assolutamente pacchiana, vengono mostrati i suoi
mostri con effetti digitali o make-up, mentre essi sono puri oggetti mentali,
per quanto lui li descriva molto bene. Ma li descrive talmente bene che poi
nessun grafico riesce mai veramente a disegnare. Metterli in scena così
smaccatamente e farne horror di serie b, come appunto la maggior parte delle
cose di Stuart Gordon, credo sia esattamente la cosa sbagliata da fare, per
questo credo che forse i migliori film da Lovecraft sono quelli che in qualche
modo lo evocano, quindi Alien, che non è tratto da una sua opera, ma è molto
lovecraftiano, come pure La cosa di Carpenter.
Roberto Leggio: Penso che non esista nessuna miglior trasposizione
filmica da un racconto di Lovecraft, per il semplice motivo che nessuno ha mai
capito i fondamenti dell'orrore che voleva esprimere.
Dove è stato girato il film?
Federico Greco: Il film è stato girato sul delta del Po, nei dintorni di
Rovigo e Loreo e anche la Biblioteca marciana di Venezia, ma semplicemente
perché abbiamo seguito le tracce di questo manoscritto, che è appunto un diario
di viaggio, che Lovecraft ha scritto tra il maggio ed il luglio del 1926,
periodo in cui, se tutto è vero, avrebbe fatto questo viaggio.
Quanto è durata la lavorazione del film e quanto è costato?
Federico Greco: In totale due o tre anni, in quanto c'è stata una grossa
e complicata fase di scrittura, poi tre o quattro settimane di riprese e
parecchi mesi di post-produzione, anzi, proprio in questi giorni stiamo
chiudendo le ultime fasi del mixaggio. Per quanto riguarda i costi la domanda
dovresti rivolgerla ai due produttori, comunque nel panorama italiano è un film
di budget basso-medio-basso, nel senso che siamo probabilmente intorno ai 300000
euro.
Cosa ne pensate di questa nuova ondata di cinema horror?
Federico Greco: Credo che questa nuova ondata di cinema horror abbia gli
stessi problemi che ha questa rivalutazione molto poco intelligente che si sta
facendo del cinema di genere in assoluto: l'horror è una parte del cinema di
genere, in Italia adesso si sta rivalutando Lino Banfi ed un cinema che io
definisco paccottiglia, soltanto perché non si fa più e si fa un cinema
completamente opposto. Però, attenzione, io credo, allo stesso tempo, che sia
solo il cinema di genere, però di alto livello, quindi, se posso fare un
esempio, anche un po' banale, i film di Sergio Leone o Michele Soavi. Questo
cinema di genere è l'unico che adesso può salvare il cinema di genere, il
problema è che il cinema di genere nella sua complessità è costituito nel 95%
dei casi di paccottiglia e nel rimanente 5% di grandi film. Credo che il cinema
di genere, quindi l'horror, possa essere un ottimo strumento per descrivere la
realtà, solo che nella maggior parte dei casi serve solo per fare soldi. Per
questo continuo a dire che Shining è uno dei più grandi film horror, perché
prima di tutto è un grande film e poi è anche un film horror.
Roberto Leggio: Io devo dire che il cinema horror ha ultimamente segnato
il passo, anche perché analizzando tutti i prodotti americani che vengono
realizzati adesso ci accorgiamo che non sono altro che pseudo-remake dei film
provenienti dall'Oriente. Quindi, secondo me l'horror è arrivato a un punto di
arrivo, bisognerebbe trovare qualcuno che riuscisse a rilanciare il genere,
anche con piccole produzioni, non necessariamente ad alto budget, perché un film
di genere horror non ha bisogno di tanti soldi. Pensiamo a Wolf creek, un
piccolo film australiano, girato in digitale, il cui regista in ottanta minuti,
con quattro lire, riesce ad inchiodare alla sedia.
Pensate che in Italia ci sia bisogno di un ritorno al
cinema horror?
Roberto Leggio: Io penso di sì, anche perché non dimentichiamoci che
questo genere in Italia, negli Anni Settanta, fu uno dei generi cardine del
cinema, purtroppo poi sono avvenute molte cose: le produzioni non hanno avuto
più coraggio di fare dei film di genere e, negli Anni Ottanta, hanno sempre
pensato che gli horror fossero prodotti di serie b, cosa che secondo me non è
vera, perché ricordiamoci che si tratta di un genere che espone metaforicamente
le nostre paure, quindi da rivalutare.
Federico Greco: Lo dicevo prima, comunque sì, secondo me l'horror è un
grimaldello straordinario per descrivere una società come la nostra, piena di
contraddizioni, però, ripeto, purtroppo la maggior parte delle volte è solo un
genere nel senso hollywoodiano del termine, usato solo per portare soldi al
botteghino, basta pensare a tutta la serie di copie e cloni inutili dei film
giapponesi. Poi questo è un periodaccio per l'Italia e l'horror teoricamente
dovrebbe costare più di ogni altro film sociologico all'italiana, quindi è
impossibile che possa riprendere piede, però, visto tutto questo scombinamento
totale delle carte a livello economico e culturale, potrebbe produrre certe
dinamiche e strategie in grado di riportare in auge in genere. Ma non è
fondamentale che l'horror rinasca, è fondamentale che rinasca il buon cinema,
però è importante capire che l'horror non è necessariamente cattivo cinema.
Quali sono i vostri registi preferiti?
Federico Greco: Personalmente sono un grandissimo estimatore di Stanley
Kubrick, ho girato anche un documentario su di lui e attualmente reputo che
David Lynch sia il più grande regista vivente. Inoltre, vorrei tanto che
continuasse a fare lungometraggi il regista belga Jaco van Dormael, il cui primo
film, Totò le héros, l'ho trovato straordinario, unico.
Roberto Leggio: Essenzialmente a me piace molto Spielberg, in quanto ho
iniziato a studiare cinema dopo aver visto Lo squalo, poi Wenders, che trovo sia
uno dei più grandi registi europei, e mi piaceva molto Kurosawa: è stato forse
quello che è riuscito meglio a rendere il cinema orientale fruibile resto del
mondo. Poi mi piace molto Coppola e mi dispiace che non riesca a portare a
termine Megalopolis, film di fantascienza con influenze abbastanza sociologiche.
Dimenticavo, il mio regista preferito in assoluto è Pietro Germi, grandissimo
genio del cinema, purtroppo mai considerato del tutto per quello che era, forse
perché dentro di lui c'erano due anime: una totalmente socialista, dalla
famiglia in cui veniva, anche se era un democristiano sfegatato, però, chi
analizza le sue storie, scopre che è stato il primo in assoluto a demolire la
piccola mentalità della provincia italiana.
Dovendo dare un giudizio al vostro film, cosa direste?
Federico Greco: Ovviamente non ha senso fare una critica positiva perché
siamo i registi, quindi, se dovessi farla negativa, direi che il film non è
esattamente quello che avevamo in mente all'inizio, ma qualunque regista direbbe
la stessa cosa, paradossalmente potrei dire che, per un regista alla prima
opera, non è sicuramente un ottimo biglietto da visita per il botteghino, però è
un ottimo biglietto da visita per i produttori intelligenti che vogliono fare
cinema di un certo livello e non credono che il cinema non serva esclusivamente
a fare miliardi, anche se quello è molto importante.
Roberto Leggio: Essendo anche io il regista non posso naturalmente dire
che è un grande film, certamente è un buon prodotto e la cosa di cui andiamo
orgogliosi è che siamo riusciti a girare un horror senza morti ammazzati e
neanche una goccia di sangue. E questo secondo me dovrebbe far pensare a quello
che potremmo riuscire a fare in futuro ed ai nuovi produttori d'immergersi in
produzioni del genere.
Cosa ci proporrete in futuro?
Federico Greco: Personalmente non ne ho idea, perché ho ovviamente tante
cose nel cassetto, come chiunque nel mondo, non solo i registi, l'unica cosa è
aspettare l'uscita di questo film per vedere dopo se qualche produttore si
fiderà di darci in mano qualcos'altro. In linea di massima mi piacerebbe
continuare nel cinema di genere, magari questa volta molto più cattivo,
riflettendo anche sull'assenza della politica come la conosciamo oggi.
Roberto Leggio: Io ho un grande sogno nel cassetto: girare un film che
abbia meno problemi di quanti ne abbiamo avuti girando questo, ho un progetto
per un noir esoterico e sto cercando un produttore disposto a farlo, comunque, a
breve termine, dovrei pubblicare un nuovo libro intitolato Pop friction.
35mm.it
Con "Road to L." il documentarista Federico Greco costruisce il primo
mockumentary made in Italy, sulle orme di una formidabile scoperta sullo
scrittore americano.
di:
La Redazione
Quali sono state le influenze di un film come "Blair Witch Project" sul
vostro lavoro?
Questo è un buon punto di partenza, che mi preme chiarire subito. Credo che
tutti quelli che abbiano visto "The Blair Witch Project" abbiano subito notato
le affinità con il nostro film. Devo dire che, sebbene a me il film sia molto
piaciuto, ci sono alcune sostanziali differenze che vanno sottolineate. "The
Blair Witch Project" è stata tutto sommato un'operazione gratuita, nel senso che
si trattava di una storia completamente inventata su cui poi è stata costruita
una grossa operazione di marketing. Il nostro film, che è una produzione
totalmente indipendente, parte dal ritrovamento autentico di un manoscritto con
ogni probabilità scritto da Lovercraft e da qui costruisce una storia in cui è
sempre più difficile distinguere gli avvenimenti reali da quelli immaginari...
La cosa che suscita più curiosità in un mockumentary è proprio questa e la
domanda finisce inevitabilmente per essere: quanto c'è di vero in quello ci
racconta?
In effetti questa è la domanda che ci viene posta più di frequente. Vi assicuro
che gli elementi di verità in questa storia sono numerosi, e per di più del
tutto insospettabili. Il documentario vero e proprio - che è stato trasmesso da
Studio Universal - indagava più a fondo sulla storia di questa confraternita, la
setta dei Fradei, che esiste davvero e che ogni anno pratica in effetti questi
misteriosi rituali dei quali nessuno sembra davvero sapere niente. Nel film
questo c'è meno, perché non siamo riusciti a dargli un corpo narrativo, ma tutto
quello che si vede sul Polesine è in gran parte vero, e non solo. Vi invito a
visitare questi paesi - come hanno fatto molti appassionati che hanno visto il
film nei festival e che hanno poi parlato sui blog dei loro viaggi - per
verificare di persona quanto c'è di vero in quello che abbiamo mostrato.
Resterete stupiti.
Ci può parlare di questo manoscritto?
Sì. Roberto Leggio, che è un giornalista e che ha diretto con me il film, trovò
casualmente questo manoscritto su una bancarella, fra le pagine di un vecchio
libro di Zola. Da questo avventuroso ritrovamento è partita la nostra indagine:
la firma, la calligrafia e i temi trattati facevano pensare a Lovecraft, ma
l'ipotesi cozzava con la mancanza di qualsiasi notizia nelle biografie dello
scrittore su eventuali viaggi da lui compiuti fuori dal continente americano. E
tuttavia la data, il 1926, coincideva tutto sommato con una zona d'ombra della
vita di Lovecraft. Dopo aver consultato alcuni fra i maggiori esperti della sua
opera - come Sebastiano Fusco e Gianfranco De Turris - che hanno verificato i
documenti con una sorta di perizia calligrafica, si è cominciato ad avere
qualche elemento in più: in effetti, gli esperti sono concordi con l'attribuire
a Lovecraft il manoscritto. Di questo abbiamo parlato anche nel documentario.
Con "Road to L.", invece, ci interessava raccontare una storia, con una
operazione quasi anti-cinematografica...
Il film sembra aver avuto un grande successo...
Sì e questo oltre a ripagarci ci ha convinti a distribuire il film anche nelle
sale, a farlo uscire dall'ambito tutto sommato di nicchia dei festival. Anche se
il film è stato proiettato in effetti un po' in tutto il mondo e in Italia, dopo
esser stato presentato alla Mostra di Venezia, ha fatto il giro di tutti i
festival horror della penisola - e ne stanno nascendo davvero molti -, compreso
Pesaro. Comunque il film uscirà nelle sale italiane il 28 ottobre, e
contemporaneamente sarà distribuito anche il dvd, curato da Rarovideo. Uscirà
poi negli altri paesi il giorno di Halloween, quando sarà pronta anche la
versione visibile direttamente su internet. Come si vede, abbiamo approntato una
forte strategia di marketing, per cui mi preme anche ricordare che il film è
all'origine di un rapporto anomalo col mondo del fumetto. Mentre in questo
periodo è il fumetto a ispirare diffusamente il cinema, per noi è accaduto il
contrario: infatti, dopo aver visto il film Alfredo Castelli, l'ideatore di
Martin Mystere, ha deciso di pubblicare un albo della serie ispirato al film,
che è stato un grosso successo editoriale.
Daniele Vecchio
26 10 2005
Studi Lovecraftiani
Tetro- Due parole su come definiresti in nuce il documentario "Lovecraft: ipotesi di un viaggio in Italia".
Greco- Si tratta di una riflessione scaturita dal ritrovamento di un diario di viaggio che ancora oggi io e Roberto non abbiamo nessuna prova definitiva per stabilire se appartenga a Lovecraft, se non le opinioni di alcuni esperti e certe aderenze tra il contenuto del manoscritto e quanto è scaturito dalla ricerca nei luoghi reali. Meglio: una riflessione indiretta, originale e suggestiva su Lovecraft attraverso un suo ipotetico viaggio nel Polesine, terra di “acqua e fango” e di misteri.
T- La notizia di un documentario che avrebbe a che fare con un supposto
viaggio di HPL in Italia ha scatenato stupore tra gli addetti ai lavori, che
sanno perfettamente quanto ciò sia assolutamente impossibile.
G- Ti dico subito che sull’impossibilità teorica siamo abbastanza d'accordo con te (non a caso l'ultima frase del documentario è di Castelli, che afferma "...questo viaggio, forse vero forse immaginario"), anche se non del tutto. Devi ammettere però che è un'ipotesi affascinante, sulla quale abbiamo pensato di giocare fino ad impegnarci a farne un prodotto audiovisivo, e quindi molto complesso. Ed è stato veramente straordinario: le ricerche, le interviste, il viaggio in Polesine e a Venezia, tutte le riflessioni e le idee che scaturiscono dall'ipotesi. Ogni tanto abbiamo addirittura incontrato persone più realiste del re, per esempio Eraldo Baldini, che quando ha saputo della faccenda non si è minimamente scomposto – pur conoscendo la biografia di Lovecraft e quindi ammettendo che si tratterebbe di un fatto quasi impossibile. Anzi, ci ha detto in tutta semplicità che ha sempre immaginato Lovecraft a passeggio per Comacchio, che lui ritiene identica a Innsmouth. Diceva che solo dal contatto diretto con una cultura millenaria come quella italiana (e non quella americana, ovviamente) HPL poteva ispirarsi così dettagliatamente per certe descrizioni. Oppure Chiara Crepaldi, straordinaria antropologa ed etnomusicologa di Adria: dopo un forte scetticismo iniziale rispetto alla nostra convinzione secondo la quale nei "Racconti del Filò" poteva esserci indizio di esseri fantastici mezzi-uomo e mezzi pesce, e addirittura una certa ostilità, alla fine stimolata dalle nostre insistenze ne ha trovato traccia nei racconti degli anziani nonni o bisnonni dei suoi allievi. Ma solo quelli che vivono in abitazioni sui canali o sulle golene del Po e dell'Adige. Purtroppo nei 26' del documentario (minutaggio richiesto da Studio Universal) non abbiamo potuto inserire tutti gli elementi a favore e tutti quelli contro (e ce ne sono moltissimi). Io e Roberto contiamo di farlo più in là, in una versione più lunga, forse in DVD, con bonus e approfondimenti vari. A dirla tutta durante le riprese del documentario sono capitate anche faccende strane e inquietanti – alcune ancora attendono una spiegazione chiara –, non tutte legate a Lovecraft.
Ma questa è un’altra storia…
T- Essenzialmente si sono creati due fronti nel tuo pubblico: i puristi che
non lo trovano affatto aderente al vero, neppure lontanamente, negando
(sovente con buone osservazioni) anche solo la possibilità che possa essere
accaduta una cosa del genere, e chi invece lo considera una specie di
"bufala" alla "Blair Witch Project" e apprezza il tentativo fatto. In
realtà, la cosa che non è andata tanto giù è il fatto che ovunque la tua opera
venga definita, seriamente, un "documentario" mentre forse sarebbe stato
meglio definire il tipo di categoria a cui appartiene: "ricostruzione
fantastica" del presunto evento sarebbe stata molto meglio, per dirne una.
G- Su
questo invece non sono d'accordo: come si potrebbe fare, altrimenti, oggi, un
documentario su Lovecraft? Non esiste ovviamente materiale di repertorio, né la
possibilità della sua stessa testimonianza. Praticamente tutti quelli che lo
hanno conosciuto sono morti. E' ovvio che c'è bisogno di "ricostruire", come
dici, ma è esattamente quello che fanno tutti i documentari. Più o meno bene. E
ti dirò che almeno in questo caso si riesce a ricreare un'atmosfera molto vicina
a quella delle sue opere,
come invece non accade in altri casi. Vedi per esempio il bruttissimo –
"spacciato", quello sì, per documentario – Out of Mind: far vedere i
mostri di Lovecraft è la cosa più sbagliata che si possa fare quando si vuole
portarlo su grande schermo. La potenza delle storie lovecraftiane risiede quasi
esclusivamente nella sua enorme capacità di controllare “la scrittura”. Non c’è
quasi nulla di più anti-cinematografico di Lovecraft, e poco di così altamente
letterario. Se si decide quindi di trasportarlo su schermo (film o documentario)
bisogna essere molto consapevoli di questo. E ragionare non nella direzione di
una classica trasposizione, ma di una riscrittura vera e propria, di una
traslazione da un linguaggio all’altro. Tra Lovecraft è la sua trasportabilità
cinematografica secondo me c’è lo stesso rapporto che c’è tra la realtà e la
letteratura di genere. Il noir, il poliziesco, l’horror, la fantascienza, il
western… quando sono di alto livello (ovviamente non mi riferisco all’enorme
quantità di paccottiglia) sono strumenti letterari e cinematografici molto più
utili di quelli tradizionali per scavare nelle dinamiche della società. Sono
grimaldelli nei quali la narrazione non realistica è il piano di una metafora
dalle straordinarie potenzialità di analisi del reale. Molto di più di quanto
può fare la letteratura tradizionale. Che infatti, almeno in Italia, non fa.
Carlotto, Evangelisti, Lucarelli, Macchiavelli, per rimanere dalle nostre parti
(per non parlare quindi di Manchette e altri), raccontano la nostra società
molto meglio di altri. Eymerich, o Eddi Florio, sono esistiti, ma quella che
racconta Evangelisti non è la loro biografia esatta. E’ grazie a questa
infedeltà però che il Trecento e gli Anni Trenta sono descritti come raramente
accade. Così: forzare la verosimiglianza biografica rispetto a Lovecraft è un
grimaldello per ricostruire le sue atmosfere, le dinamiche dei suoi racconti, la
sua visione di un mondo dove quello che vedi non è detto che abbia colpito
veramente la retina dei tuoi occhi. Sempre, bada bene, che il manoscritto
risulti veramente un falso. Nel nostro caso dunque abbiamo deciso di sfruttare
l'evento fortuito del diario e di impostare un approccio diverso: non importa,
in fondo, se il manoscritto sia vero o meno: importa se il documentario è
guardabile, se ti fa entrare nel mondo di HPL. Se fa parlare di lui. Dunque vedi
che, se sia o meno plausibile – biograficamente parlando – che Lovecraft sia
venuto in Italia, è secondario.
Quello che ci interessa, o che ci dovrebbe interessare, è chi era come artista,
e in questo crediamo di essere riusciti a offrire un punto di vista
interessante. Ma soprattutto, e questo è quello che cerco di fare ogni volta che
affronto un autore per immagini, un documentario serve a far incuriosire, a
portare più gente possibile verso l'autore e a far sì che venga letto, che venga
conosciuto. Basti da solo il fatto, fra tanti, che del Nostro se ne è occupato
Aldo Grasso sul Corriere della Sera, in una rubrica di solito riservata al
Grande Fratello o a Mara Venier. O che ne ha scritto il Radio Corriere Tv (con i
soliti nudi in copertina), e numerosi quotidiani veneti, sui quali il nome
Lovecraft secondo me non appariva da vent'anni, se mai è apparso.
Adesso speriamo che la faccenda si allarghi anche fuori dall'Italia e che la
fama di Lovecraft raggiunga quella di Dick e di molti altri che, non superiori a
lui, hanno avuto più fortuna.
Dunque: "documentario", sì, a tutti gli effetti.
T- Eppure per dare credito pur di poco questa ipotesi, su cui comunque si regge il documentario, bisognerebbe cancellare totalmente parte della ormai confermata biografia di HPL, cambiare addirittura opinione sulla persona, "riscriverla" con inedite coordinate che "stonerebbero" con il Lovecraft che fuoriesce, più che dai racconti, dal fondamentale epistolario. In realtà, al giorno d'oggi (e fortunatamente) la conoscenza di HPL non è più cosa solo per esperti studiosi. Soltanto negli ultimi 10-15 anni v'è stato un notevole (a volte addirittura esagerato) surplus di interessamento lovecraftiano, un po' in tutte le arti. Il suo nome è ora nei dizionari letterari, con pari dignità nei confronti di altri autori prima snobbati, le tesi di laurea su di lui abbondano (in Italia già tre o quattro), il cinema di genere vanta già una ramificazione lovecraftiana (per quanto il più delle volte falsa), "lovecraftiano" è addirittura un neologismo molto usato. Raggiungere la fama di Dick... penso siamo già ben oltre. Però il rischio di fraintendimento lovecraftiano è ancora alto, ed è per questo che una frangia di studiosi devoti sta particolarmente all'erta... Troppe sciocchezze sono state dette e ancora circolano su di lui. Lo zoccolo duro dei suoi appassionati teme che non tanto l'opera quanto la "figura" di HPL possa perdere punti a causa di irresponsabili trovate. Sono ancora molti a credere che HPL sia stato seguace della magia nera e che il "Necronomicon" possa esistere davvero. Questo vuol dire non aver capito nulla di HPL. Certo, c'è chi ci gioca e magari pubblica tomi necronomantici che più che scherzi non sono (ma "qualcuno" ci casca sempre).
G- Ci
aspettavamo reazioni dure, almeno da parte degli affezionatissimi. Mi dispiace
lo stesso però che quasi nessuno
abbia colto il senso del progetto e mi dispiace che sia accaduto proprio a dei
lovecraftiani, che si sono impantanati
in sterili discussioni e si sono fissati sulla cosa veramente secondaria di
tutto il documentario, sul dito invece che sulla luna che indica: la
verosimiglianza filologica o meno del manoscritto e del viaggio. La "lotta per
stabilire le verità fondamentali" su Lovecraft è stata anche un impegno nostro.
Anche se non siamo degli espertissimi come voi, ma solo dei grandi appassionati.
E' che abbiamo scelto un modo un po' traumatico. Non solo all’interno del
documentario, dove non è stato possibile andare fino in fondo per questioni di
tempo e budget, ma anche nelle eventuali discussioni che questo susciterà. Per
esempio questa. Qui noi stiamo parlando sì della verosimiglianza del
manoscritto, ma stiamo anche ragionando su Lovecraft da un’angolazione
abbastanza accattivante. Almeno credo. E spero.
Ribadisco: da quanto tempo non si sentiva parlare di Lovecraft sul Corriere
della Sera, su FilmTv, sul Radio Corriere Tv, sul Resto del Carlino, su RomaOne,
su Cinecittanews, su SKY TG 24 e persino su T9 (per citarne alcuni)? E non mi
sembra che l’abbiamo fatto passare per un pazzo maniaco occultista tipo l’Ulrico
di Magonza di Magus... Né in quelle occasioni né nel documentario. Se poi
accanto alle nostre conoscenze e opinioni si affiancassero le vostre, forse
stavolta si riuscirebbe a diffondere il "verbo" un po' di più,
facendolo uscire dalla nicchia delle pur straordinarie riviste
specializzate.
T- Come ti accennavo la lotta per stabilire le verità fondamentali su HPL in Italia è stata davvero dura per tutti coloro che si sono avvicinati al problema, ed è ancora in corso. Per questo le reazioni al documentario di primo acchito sono state fortemente critiche. Non è detto che non possano cambiare, alla luce di quanto dici...
G- Questo documentario non serve ad aggiungere qualche tassello in più alla “conoscenza” dell'autore (in quel caso la filologia sarebbe essenziale). Ma alla “comprensione” dell’autore (in questo caso bisogna saperlo interpretare). Credo allora che siamo riusciti a suggerire il cuore della narrativa lovecraftiana, facendo non un documentario "su" Lovecraft ma "alla" Lovecraft. Che dal mio punto di vista vuol dire "su" Lovecraft al quadrato. Ma c’è un altro elemento, per quanto qui rischio un’eccessiva esemplificazione. Spero anche che il doc serva ad incuriosire chi non l'ha mai letto, o mai sentito nominare, o letto male. Non puoi costringere chiunque dicendogli che deve vedersi un documentario filologicamente corretto su Lovecraft. E' come pretendere che un adolescente si appassioni al concetto di sezione aurea chiedendogli di studiarsi un libro di Hofstadter o di Odifreddi (e ho citato due grandi e divertenti divulgatori!). Se però inizi il discorso parlando della stella a cinque punte delle BR... Così, se dici al signor chiunque che c'è un documentario che parla prima di tutto di "robe strane" forse se lo vede. E poi sfili dalla manica Lovecraft... Per questo lo sfruttamento dell'idea "narrativa" del diario e non un saggio filologicamente corretto. Mi preoccupa un po’, però, la tua affermazione relativa al fatto che dal momento che io ti spiego le mie ragioni allora forse il documentario potrebbe piacerti. Detto molto sinceramente: Ipotesi di un viaggio in Italia sta piacendo moltissimo quasi a tutti, in stragrande maggioranza non-lovecraftiani (sempre che non-lovecraftiani si possano definire, tra questi, Sergio Bonelli e Alfredo Castelli); mentre io e Roberto eravamo convinti che chi si sarebbe divertito di più sareste stati voi, i duri e puri. Senza che ve lo spiegassimo, proprio perché – lovecraftiani fino al midollo – l’avreste compreso più di ogni altro. Insomma… devo dirla tutta? Ho l’impressione di aver toccato la Madonna in un mondo di suore; che ci posso fare se riesco ad esprimermi meglio, a favore della Madonna, bestemmiandola?
T-
Facendo lo sforzo di fingere di non aver letto alcun commento prima e di non
conoscere alcunché della diatriba suscitata, l'impressione che ho avuto nel
vedere il documentario, tenendo conto che, a quanto mi dici, del girato
originale abbiamo visto solo una piccola parte, è in effetti non sussistano
tanto le cause della "querelle". Tutto è lasciato un po' nel vago (intanto non
si evince chiaramente da dove sia saltato fuori il diario e tutto quel che
potrebbe conternervi) e anche la figura di Lovecraft
è solo sinteticamente abbozzata. Mi pare che l'opera possa ben giustificarsi
così: non tanto un lavoro su un ipotetico viaggio di Lovecraft in Italia e nel
Polesine, con la figura dello
scrittore al centro del documentario, quanto un documentario sulle tradizioni
fantastiche del Polesine viste (filtrate) attraverso un'ottica lovecraftiana. Se
considero così il tuo filmato, tendo ad apprezzarlo in quasi tutte le sue parti.
Uno spunto fantastico (la scoperta del diario) può perciò inserirsi in un
percorso reale (antropologico, culturale, tradizionale) in un mondo ricco di
fascinazioni immaginifiche, in cui il "Virgilio" conduttore è proprio il
Solitario di Providence. Così lo trovo bello, interessante, intrigante. Se
invece la reale idea è quella di portare avanti il discorso sulla veridicità del
diario a tutti i costi, cosa che tu stesso hai negato... meno bello. Poco
intrigante. Anche ingenuo.
G-
Infatti: non faremo mai abbastanza per sottolinearlo, anche se non è vero che
abbiamo negato la veridicità: abbiamo sospeso semplicemente il giudizio. Non ce
ne frega niente di confermare la veridicità del diario. Il diario è uno spunto,
e continuo a fare fatica a capire perché ci si impunta tanto su questa faccenda.
Ma probabilmente per chi, come voi, è abituato a subire
mondezza fraudolenta fine a se stessa che gira per il mondo è difficile
staccarsi dalla volontà di difendere il dato filologico. Lo capisco. Diciamocela
tutta: se io volessi difendere la veridicità del diario lo farei principalmente
per uno scopo: farci i soldi vendendolo per vero su E-Bay. E non è così. E
comunque c’è una terza via rispetto alle due che hai proposto: così ho
l’occasione di rispondere meglio e definitivamente alla prima domanda che mi hai
fatto in questa intervista. Il documentario è un viaggio dentro Lovecraft, che
usa come strumento un altro viaggio – stimolato da un manoscritto ritrovato,
spunto straordinariamente lovecraftiano – dentro la suggestiva e misteriosa,
lovecraftiana, cultura del Delta. Ed è ovviamente questa visione l’unica che
condivido.
(primavera 2005)
Splatter Container
1. S.C.: A prescindere dalla autenticità del manoscritto (ancora da dimostrare), quali emozioni avete provato nell’aver scoperto qualcosa che potrebbe essere appartenuta ad uno dei più grandi narratori fantastici del ‘900?
R.L. La prima cosa che mi viene in mente è come la casualità sia entrata di prepotenza nella mia vita. A dire il vero sulle prime il plico contenente il documento non mi aveva emozionato più di tanto. Probabilmente perché scritto in inglese che, seppur con una grafia regolare, era difficile da leggere. La cosa che invece mi ha più affascinato era la cartolina raffigurante le Procuratie Nuove di Venezia con quella firma “Granpa Theo”. Ma anche lì il collegamento non l’ho fatto subito. Poi un giorno ho avuto l’illuminazione. Nonno Theobaldus era uno dei tanti pseudonimi che usava di sovente Lovecraft quando teneva i suoi rapporti epistolari con parenti ed amici. A quel punto mi sono lanciato nella lettura del manoscritto prendendo un sacco di appunti quando una frase me ne ricordava un’altra che avevo letto nei suoi racconti. La cosa più inquietante è stato quando ho potuto constatare che alcuni passi de La Maschera di Innsmouth erano molto simili a dei passi riportati nel manoscritto. Non nego che mi tremavano le gambe al solo pensiero che per un caso fortuito ero venuto in possesso di un documento del genere. Sapevo per inciso che Lovecraft non aveva mai fatto lunghi viaggi, oltremodo fuori dagli Stati Uniti. La cosa di per sé sembrava pazzesca. E forse lo è ancora adesso. Quindi non si possono descrivere le emozioni che provavo mentre andavo avanti con la lettura. Una cosa comunque era ben chiara: come potevo dire al mondo che quello che avevo trovato su un banchetto di antiquariato, in Italia per giunta, poteva appartenere a Lovecraft? Chi ci avrebbe mai creduto? Certo, mi venne in mente subito Sebastiano Fusco. Ma potevo permettermi di andare da lui e dirgli semplicemente “Signor Fusco, mi trovavo a Montecatini e per 15 euro ho comperato una lettera manoscritta di Lovecraft? La vuole vedere?” Come minimo mi avrebbe preso per pazzo, se non addirittura per mitomane. Così ridendo e scherzando chiamai Federico, che come me divide la passione per i miti di Cthulhu. Ci incontrammo a casa mia e dopo averne riletto dei passi prendemmo la decisione di contattare Fusco. Anche a costo di fare la figura degli stupidi. Così mi feci dare un appuntamento. Per l’evento Federico portò la sua telecamera. Il nostro intento era anche quello di filmare le sue reazioni davanti ad un documento del genere. Il resto è cosa nota.
2. S.C.: Come è nata l’idea di farne un documentario?
F.G. Quando abbiamo deciso di scoprire innanzitutto se il
viaggio descritto nel diario aveva delle aderenze reali o era frutto di
fantasia. Prima ancora cioè di cominciare ufficialmente la verifica della
paternità lovecraftiana. Che in effetti non abbiamo ancora affrontato fino in
fondo, tutti presi dal progetto che ci è cresciuto tra le mani inaspettatamente.
Io avevo girato alcuni documentari per la televisione, soprattutto sul cinema.
Tra questi Stanley and Us, un viaggio impossibile sulle tracce di Stanley
Kubrick compiuto da una troupe di tre documentaristi in giro per l’Europa. Ma
ogni volta che decidevo di affrontare un argomento – sono quasi sempre riuscito
a trovarmi nelle condizioni di realizzare documentari su oggetti che conoscevo –
lo controllavo già abbastanza bene da prima di iniziare le ricerche. Di Kubrick,
per esempio, ero un fanatico monomaniaco da diversi anni. Di Lovecraft invece né
io né Roberto eravamo “esperti”. Lo conoscevamo perché siamo entrambi
appassionati letteratura horror e noir (Roberto ha scritto nel passato anche
alcuni racconti), ma allo stesso livello di Matheson, Howard, Bloch… Detto fra
noi sono un avido lettore, piuttosto, di Evangelisti, o Manchette sul fronte del
noir.
Insomma io e Roberto decidiamo di verificare il tragitto descritto nel diario e
partiamo per il Polesine. Roberto è di quelle zone e questa era l’unica cosa che
ci tranquillizzava. Io invece non le conoscevo. Ovviamente ci portiamo una
telecamera, la mia. Tornati a Roma, iniziamo a scrivere una traccia di un
documentario possibile. Dopo quel primo sopralluogo superficiale avevamo
vagamente intuito che la millenaria cultura polesana poteva ben aderire alle
atmosfere scure dei migliori racconti di Lovecraft. In particolare eravamo
venuti a conoscenza dei Racconti del Filò, storie di “Streghe, morti ed esseri
fantastici” come recita il titolo di un importante raccolta della professoressa
Milani di Padova. Tra questi esseri c’erano tracce di creature a metà tra l’uomo
e il pesce. In realtà si tratta di leggende abbastanza comuni a molte
popolazioni sparse su tutta la terra, ma l’appartenenza a quei luoghi era
affascinante. Quei luoghi, erano affascinanti…
Dopo qualche giro per case di produzione e le doverose porte in faccia,
riusciamo a infilare il piede nella porta della Digital Desk. Pier Giorgio
Bellocchio crede nel progetto e con Andrea Marotti inizia l’affannosa ricerca
dei soldi.
3. S.C.: La sua diffusione rimarrà esclusiva di Studio Universal, o in futuro ci sarà la possibilità di entrare nelle case di più italiani?
F.G. Pare, dico pare, che il documentario si potrà vedere su
RAI DUE all’interno di un format molto seguito di seconda serata. Probabilmente
avrete già capito di cosa sto parlando. Per ora non posso dire molto. Però, e
anche qui purtroppo non posso ancora approfondire, al documentario sta per
essere affiancata una versione cinematografica di circa 90’, prodotta sempre
dalla Digital Desk insieme con la Minerva Pictures. In quest’occasione verrà
raccontato quello che è accaduto alle sei persone di troupe durante gli undici
giorni di riprese nel Polesine. Non è stato tutto piacevole. Diciamo…
indimenticabile. Il titolo del film d’altronde parla da solo: Road to L. (che in
inglese sta per Strada per L. – cioè Loreo, il paesino in cui Lovecraft e noi
della troupe abbiamo fatto base; ma anche, per assonanza, Strada per l’inferno.
Oppure, perché no, Strada per Lovecraft).
Forse c’è anche in ballo una versione in DVD del documentario.
4. S.C.: Raccontateci qualcosa sulle vostre giornate “on the road” e sull’atmosfera che si respira in quei luoghi così suggestivi.
R.L. Il Polesine è per sua conformazione orografica un posto
che si sposa bene per una avventura on the road. Ci sono argini, rivoli,
villaggi abbandonati e strade che veramente non portano da nessuna parte. A
volte basta un niente per perdersi e girare intorno senza sapere dove si è
arrivati. Che poi è quello che è successo anche a noi. Ad ogni modo la nostra
giornata cominciava con un piano preordinato anche se poi ci trovavamo a girare
tutt’altro. Dipendeva dagli indizi che scoprivamo e dalle persone che
incontravamo. Ad esempio, Sparapan ci portava in certi luoghi che per noi erano
quelli descritti nel manoscritto, poi però questi risultavano diversi se non
addirittura insignificanti e, quindi battevamo altre strade. Un’intuizione
giusta è stata quando Sparapan ci ha portato a S. Maria in Punta. In quel luogo
non solo il fiume si allarga come la bocca di un enorme serpente…
F.G. …da qui l’intuizione che le parole del manoscritto “In its
mouth”, cioè “nella sua bocca” (del Po) corrispondano appunto a S. Maria in
Punta e che nel caso Lovecraft abbia usato quella frase per inventare il nome di
“Innsmouth”…
R.L. …ma nel paesino abbandonato abbiamo trovato le case con le
finestre sbarrate. Non nego che sono stato preso da un senso di vertigine.
Sembrava veramente di essere dentro la parola scritta di Lovecraft. Certo era
eccitante aver trovato un indizio come quello ma dall’altra parte tra la troupe
si è diffuso un certo nervosismo che poi si è ripercosso per tutta la durata
delle riprese Ma questa è solo una delle tante similitudini che abbiamo potuto
toccare con mano in quei giorni. Un’altra ad esempio è quella della
Confraternita dei Fradei a Loreo. Ancora adesso c’è chi è convinto che essi
consumino un rito segreto nei sotterranei della chiesa del paese. Noi abbiamo
fatto un giro là sotto e quello che abbiamo visto non era propriamente
“religioso”. Ad ogni buon conto le atmosfere non sono così pesanti come si
pensa. Non ci sono misteri alla “Casa dalle Finestre che ridono” per intenderci,
anche se qualche reticenza nelle parole della gente l’abbiamo potuta constatare
e siamo stati oggetto di un vero e proprio avvertimento. Ma a conti fatti dopo
un mese immersi nella solitudine di quei luoghi, forse ci siamo fatti
influenzare più del dovuto. Se così non fosse stato non avremmo avuto tutto quel
materiale che abbiamo portato a casa. Di più preferirei non dire.
5. S.C.: Quali aspetti avete privilegiato nel documentare una vicenda ancora così densa di interrogativi, e quali avete dovuto invece tralasciare?
R.L. Abbiamo cercato di filmare tutto quello che secondo noi
aveva a che fare con il manoscritto ritrovato, soprattutto il senso di mistero e
di scoperta che traspare dalle pagine del documento. Mettiamoci anche il pizzico
di avventura che ci stava coinvolgendo. Alcuni interrogativi sono stati svelati:
“L.”, ad esempio, è ormai chiaro essere Loreo, come l’albergo disegnato nel
manoscritto è quasi certamente l’albergo Cavalli. Al contrario abbiamo cercato
di non tralasciare nulla anche perché abbiamo filmato tutto quello che capitava
mentre proseguivamo nelle nostre indagini. In questo senso abbiamo girato un
instant-movie. Il problema grosso si è affacciato in moviola dove Fulvio Molena,
il montatore, ha dovuto fare delle scelte drastiche per poter cercare di dare un
senso compiuto al nostro viaggio e al nostro documentario.
F.G. Personalmente mi dispiace di non aver potuto approfondire
la ricerca delle tracce di Lovecraft presso la Biblioteca Marciana. Nel
manoscritto si parla chiaramente del fatto che ha consultato alcuni libri, tra
cui uno in particolare, il cui titolo è stato cancellato con forza fino a bucare
la pagina del manoscritto, che ha tutta l’aria di essere Le stanze di Dzyan.
Ovviamente – visto che Le stanze non esistono se non nella fantasia di Madame
Blavatsky – non credo si tratti di quello. Ma di cosa si trattava allora?
Ancora: Lovecraft pare essersi spinto a visitare anche la necropoli di Spina,
vicino Comacchio, dove ha potuto osservare, tanto da disegnarla, l’ansa di
un’anfora etrusca dall’aspetto di un essere mezzo uomo e mezzo pesce. Abbiamo
poi scoperto che quella stessa ansa, identica (!) è stata trovata negli anni ’90
del secolo scorso in un’altra necropoli, quella di Ca’ Cima presso Adria. Come è
possibile che Lovecraft abbia disegnato un oggetto settanta anni prima della sua
scoperta? A meno che – diversamente da quanto abbiamo per il momento potuto
scoprire – quell’ansa non fosse stata trovata anche nel 1926 a Spina.
In realtà le strade che non abbiamo approfondito sono moltissime. Ci vorrebbe un
intero libro per parlarne.
6. S.C.: Come si sono posti Sebastiano Fusco e Gianfranco
De Turris nei confronti della possibile sensazionale scoperta?
R.L. Superata la meraviglia di un ritrovamento del genere, entrambi ci hanno dato la loro completa disponibilità. Fusco è stato forse il più appassionato. Fin dal primo momento si è lasciato prendere dal piacere della scoperta. Ha letto il documento così bene che alla fine poteva recitarcelo a memoria. Ricordo che ogni volta che lo incontravamo, lui ci esponeva i dubbi, le perplessità ma anche le certezze che quel documento che stava esaminando doveva essere per forza stato scritto la Lovecraft. “Qui – diceva – questa “e commerciale” è proprio quella che usava Lovecraft…. Qui, invece, vedete come fa uso della sintassi, ed il modo di descrivere i luoghi? Nessuno può aver scritto queste cose se non lui!”. In pratica si è affezionato al documento come se fosse un suo figlio. Ma nonostante tutto questo entusiasmo non ha mai dato per scontato che non possa trattarsi di un falso. Anche perché a tutt’oggi la certezza matematica non esiste. De Turris, invece, è sempre stato molto attento nel dare giudizi affrettati. Anche perché, al contrario di Fusco, il documento l’ha solo visto e leggiucchiato. Ma alla fine si è posto la domanda del chi e perché qualcuno si sarebbe dovuto prendere la briga di scrivere un documento del genere. E se non è stato Lovecraft? Questo è un altro grande mistero a cui non siamo mai riusciti a dare risposta.
7. S.C.: Come era e come è attualmente il vostro rapporto con l’opera dello scrittore di Providence?
F.G. Si è evoluto da semplice amante della sua letteratura a –
inevitabilmente – quasi-esperto. Faccio fatica ad usare appieno la parola
‘esperto’, perché ultimamente mi sono reso conto, parlando con alcuni dei veri
esperti lovecraftiani d’Italia (a parte Fusco, De Turris e Lippi), che essere
lovecraftiani significa molto di più, per esempio, di essere kubrickiani. Il
lovecraftiano – ecco, io non sono certo un lovecraftiano – è per forza di cose
un mezzo genio: perché non conosce solo i racconti, i saggi, le poesie e i
trattati scientifici che Lovecraft ha scritto, ma anche le decine di migliaia di
lettere che ha compilato fino alla sua morte. Lettere lunghe anche un centinaio
di pagine. E tra queste, tra l’altro, ci sono capolavori ancora sconosciuti ai
più. Essere lovecraftiani, ho capito, significa anche essere rigorosissimi:
soprattutto non credere possibile neppure per un secondo che il manoscritto
ritrovato a Montecatini possa essere vero. E senza neppure vederlo, a
prescindere.
Ecco perché io non potrò mai essere un lovecraftiano, anche se ultimamente le
circostanze mi hanno spinto a leggerlo molto attentamente e a ragionare sulla
sua letteratura. Perché non sono capace di immagazzinare una mole così possente
di dati su un singolo autore e di difenderne così brillantemente l’apparato
filologico. Preferisco entrare nel mondo di uno scrittore, soprattutto se ha
scritto racconti horror dalla fantasia sfrenata, dalla porta di servizio.
Osservare in silenzio e coglierne l’essenza. E magari cercare di riprodurla con
gli strumenti che mi sono più consoni e a portata di mano. E non sono certo la
scrittura, né la filologia, né l’enciclopedismo. Ma la fantasia e – a mia volta
– l’invenzione.
R.L. Da parte mia non è assolutamente cambiato. Lo reputo
tuttora un grande scrittore. Un sognatore che è riuscito a portare sulla carta
le sue paure e la sua visione del mondo. E anche se risultasse che non è mai
venuto in Italia e che il manoscritto sia frutto di letture e di leggende
narrategli da qualcuno, vuol dire che la sua fantasia ha davvero superato la
realtà. In questo senso mi viene da paragonarlo a quei pittori iperrealisti che
nelle loro opere danno una visione del mondo più reale del reale. La materia dei
suoi racconti è posta sotto al microscopio e la narrazione trattata come un
documentario. Sta solo a noi saper guardare sotto la crosta della normalità. Che
poi è quello che abbiamo cercato di fare io e Federico mentre filmavamo le cose
che ci sono capitate… ma forse adesso sto andando fuori tema.
8. S.C.:Nonostante Lovecraft sia oramai unanimemente equiparato a E. A. Poe, sembra che la televisione tenda ancora a snobbarlo: “H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia” potrebbe fungere anche da viatico di divulgazione della sua vita e della sua opera?
F.G. E’ esattamente uno dei motivi per i quali io e Roberto
abbiamo deciso di intraprendere questo faticoso viaggio nel suo mondo. Purtroppo
l’Italia ha tre difetti dal punto di vista dell’editoria. Innanzitutto si legge
pochissimo. Poi si legge poca letteratura di genere. E infine, se la leggi sei
considerato un idiota. Lovecraft è un autore pienamente ascrivibile al genere,
ma purtroppo non gode del credito di cui gode Poe. E neppure di quello di Dick.
Ma la differenza con Dick è che dallo scrittore californiano nato a Chicago sono
stati tratti bei film. Dai racconti dello scrittore di Providence invece, ad
oggi non risulta un solo film che gli abbia fatto giustizia. Se possiamo
contribuire a muovere le acque, lo facciamo con entusiasmo. E se la situazione
editoriale è quella che vi ho appena descritto, quella della televisione è molto
peggiore. Quindi ben vengano progetti del genere.
R.L. E’ quello che abbiamo pensato una volta iniziato a
lavorare sul documentario. Sono convinto che Lovecraft non sia stato mai
valorizzato come dovrebbe. Per molti Lovecraft è solamente un mediocre scrittore
dell’orrore che ha inventato una cosmogonia per una piccola cerchia di pubblico.
Invece nessuno si rende conto che, al contrario di Poe, Lovecraft ha influenzato
tutta la narrativa horror del ventesimo secolo. I “Miti di Cthulhu” non sono
morti con lui, anzi sono sopravvissuti attraverso altri scrittori come Sprague
De Camp, Frank Belknap Long, Ramsey Campbell, Stephen King; che hanno dato vita
a generi e sottogeneri articolati e spaventosi.
E' un onore per me intervistare Roberto Leggio e Federico Greco gli autori del
documentario:H.P.Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia
Prima di tutto mi piacerebbe che vi presentaste agli utenti della
Filmhorror.com, quindi comincerei con qualcosa di classico. Chi sono Roberto
Leggio e Federico Greco?
Roberto Leggio: Mi piace pensare di essere un giornalista di cinema, anche se la
definizione è abbastanza ristretta. Sono redattore della pagina degli spettacoli
per la rivista Progress e scrivo per altre testate nazionali. Oltre a questo mi
occupo di reportage di viaggio per una importante rivista del settore. Ma ad
ogni modo mi sono sempre considerato uno scrittore. Ho pubblicato tre libri
(Oltre l’alba, Effetti Elementari, A.G. Pinketts, l’ultimo cowboy
metropolitano), una serie infinita di novelle horror e noir, testi teatrali e un
paio di sceneggiature per il cinema che non hanno mai visto la luce. Ho diretto
però il mio primo cortometraggio (Breaking Glass) nel lontano 1987, una cosa
totalmente sperimentale che non ha mai avuto nessuna distribuzione. Oltre a
questo ho fatto il pittore, il grafico pubblicitario e il copy writer. Ipotesi
di un viaggio in Italia è la mia prima esperienza come documentarista.
Federico Greco: Da qualche tempo, soprattutto dopo Stanley and us – un docu-film
su Stanley Kubrick – mi occupo quasi prevalentemente di regia di documentari. E
quasi tutti dedicati al cinema. Un modo per continuare ad esercitarmi nel
mestiere che amo di più e contemporaneamente esplorarlo teoricamente. Non voglio
finire mai di imparare, così fare documentari sul cinema mi consente di
applicare quello che imparo mentre li faccio. Utile e dilettevole insomma. Ho
scritto anche molto, di cinema, per alcune riviste di critica (Cineforum) o come
semplice giornalista (Musica! di Repubblica, tra le altre). Ipotesi di un
viaggio in Italia è la mia unica incursione nella letteratura. E non poteva
esserci miglior inizio di Lovecraft.
Non resisto, questa dovrebbe essere l'ultima domanda, ma sono troppo curioso:
Cosa c'è di vero nel vostro documentario?
Roberto Leggio: Essendo un documentario, tutto quello che viene mostrato è
“vero”, altrimenti avremmo diretto una fiction, che non era nelle nostre
intenzioni.
Federico Greco: Non si chiamerebbe “documentario” se non fosse una
riorganizzazione di materiali ripresi dal “vero”. E’ chiaro che in alcuni
momenti abbiamo forzato un po’ la realtà, ma si fa sempre in post-produzione.
Come mai questo interesse intorno a Lovecraft?
Roberto Leggio: L’ho scoperto grazie ai romanzi di Urania nei lontani anni ’70.
Rimasi folgorato da due racconti in particolare, La cosa che sussurrava nel buio
e Il Modello di Pickman. Tieni presente che all’epoca reperire racconti di
Lovecraft era molto difficile, perché ancora non si era sviluppato intorno a lui
l’interesse di adesso. Per questo lo riscoprii verso la metà degli anni ’80,
quando Sugarco fece uscire quello che per l’epoca venne definita l’opera Omnia.
Di conseguenza divenni un buon estimatore di Lovecraft. Ma è stato solo quando
per un caso fortuito ho trovato il famoso manoscritto, che è al centro del
nostro documentario, ho iniziato a fare delle ricerche su di lui, sulla sua vita
e sulle sue traversie letterarie.
Federico Greco: Ho cominciato a leggere Lovecraft da adolescente. Poi l’avevo
ripreso in mano qualche anno più tardi, e da quando abbiamo cominciato a
lavorare al documentario e poi al film l’ho riletto tutto, dal primo all’ultimo
racconto. E’ sempre stato una sorta di calamita nei momenti in cui sentivo il
bisogno di esplorare tutto ciò che c’è di apparentemente inconoscibile. Una
sorta di viatico verso mondi alternativi nei quali, a scelta, potersi perdere o
dai quali decidere di tornare un po’ più consapevoli di se stessi.
Come sta andando il vostro documentario? So che presto sarete a Berlino.
Federico Greco: In realtà il documentario è un prodotto televisivo, che ha avuto
la fortuna di essere stato presentato a Venezia. Dopo la messa in onda su Studio
Universal credo ci sarà un’altra possibilità di vederlo su una rete RAI. Ma non
possiamo dire molto per il momento. Quello che in questi giorni è stato al
Mercato Internazionale di Berlino è il film, Road To L., nato riorganizzando in
sei mesi di post-produzione le quasi cento ore di materiale girato per il
documentario.
Visto che Filmhorror.com è un sito per registi indipendenti e amatoriali, ogni
consiglio è ben venuto. Potete raccontarci come è cominciato il vostro progetto?
Roberto Leggio: L’idea si è sviluppata pian piano poco dopo aver capito che il
manoscritto ritrovato poteva essere appartenuto proprio a Lovecraft. Tengo a
precisare che l’indizio maggiore mi è stato dato dalla firma riportata nella
cartolina allegata al documento. Sapevo, o meglio, mi sembrava di aver letto da
qualche parte, che Lovecraft amasse firmare le sue lettere con un’infinità di
pseudonimi. “Granpa Theo” era la più accreditata. Così ho cominciato a fare
delle indagini. Sapevo che Federico aveva come me una certa fascinazione sulla
letteratura di Lovecraft e quindi l’ho contattato dicendogli della scoperta che
avevo fatto e che quello che avevo tra le mani poteva essere un documento
originale. L’idea di farne un documentario è venuta dopo aver conosciuto
Sebastiano Fusco. In qualche modo è stato lui che ci ha spinto a ripercorre le
tracce e gli indizi riportati nel manoscritto. La difficoltà stava come poterlo
realizzare. A questo ci ha pensato Federico che avendo già diretto dei
documentari ha preso la palla al balzo, anche perché mentre io portavo avanti le
ricerche lui si impegnava come rendere in immagini un progetto del genere.
Quale consiglio dareste ad un regista amatoriale che ha intenzione di fare un
documentario come il vostro?
Federico Greco: Due consigli: 1) una buona idea; 2) credere nella propria buona
idea. Certo, il difficile è trovarla. Ma se si legge, si guarda, si ascolta e si
vive il più possibile, alla fine si è capaci di distinguerle le buone idee da
quelle stantie. Che ci girano intorno come mosche sulla carne andata a male,
cioè il cervello di chi non legge, guarda, ascolta e vive il più possibile. In
soldoni: se ci siamo riusciti noi ci può riuscire anche Schwarzenegger.
Torniamo ad analizzare il vostro documentario. Ho avuto l'impressione che
l'opera fosse destinata non solo al pubblico generico, ma anche e soprattutto
agli esperti. In effetti per apprezzarla fino in fondo forse bisogna conoscere
molto bene Lovecraft. Che ne dite?
Roberto Leggio: Spero vivamente il contrario. Per il semplice motivo che già il
fatto di aver pensato di produrre un documentario alla “Lovecraft”, cercando
quindi di non snaturare le atmosfere dei suoi racconti, era un progetto alla
portata di tutti. Per prima cosa non abbiamo mai voluto dare una risposta
definitiva alla possibilità che il manoscritto sia originale. Tieni conto che il
documentario, in quanto tale, racconta proprio una storia che nasce attraverso
gli indizi e le tracce disseminate nel manoscritto. Era la fascinazione della
scoperta a farci andare avanti. Nel manoscritto si parla di paesini perduti
nell’immensità del delta, di finestre sbarrate, di leggende popolari e di una
setta religiosa che tiene uno strano rito. Ebbene in qualche modo noi abbiamo
toccato con mano tutto questo. Faccio presente però che di misteri alla “Casa
dalle finestre che ridono” non ne esistono. Gli unici misteri che legano il
nostro documentario al manoscritto ritrovato sono i “Racconti del Filò”, che
ancora adesso sono una grande fonte di cultura popolare e l’atmosfera magica che
rende il delta del Po uno dei posti più affascinanti d’Italia. Ecco perché alla
fine il documento ha soddisfatto più chi non conosce per nulla la letteratura di
Lovecraft che i cosiddetti fans. Si sono sentiti defraudati dalla filologia
lovecraftiana senza aver capito che invece per capire lovecraft bisogna andare
oltre il suo pensiero, scavare sotto le apparenze.
Federico Greco: Spero di no, perché la nostra idea era un’altra. Prendendo
spunto e pretesto dal ritrovamento, c’è venuto in mente che un documentario che
si muovesse sulle tracce di un antico manoscritto di Lovecraft in luoghi così
misteriosi poteva essere interessante per chiunque. In fondo Ipotesi di un
viaggio in Italia non è il classico saggio audiovisivo su Lovecraft. E non è né
un documentario “su” Lovecraft né “da” Lovecraft, ma “alla” Lovecraft. E questo
lo rende più universale, perché è comunque la storia di una ricerca inquietante
sulle tracce del passato e della vita di uno scrittore pesantemente radicato,
più o meno inconsciamente, nell’immaginario collettivo. E’, in fondo, una storia
che fa paura. E la paura non è un’emozione di nicchia. A dirla tutta, abbiamo
trovato un riscontro positivo molto più tra i non lovecraftiani che viceversa. E
questo ci ha un po’ perplesso. Ma alla fine abbiamo capito il motivo. Il
lovecraftiano si fissa sulla verosimiglianza filologica del manoscritto e la
respinge automaticamente, dimenticando così quello che gli sta raccontando ciò
che sta vedendo. Il profano invece si lascia andare alla storia – ogni
documentario deve necessariamente raccontare una storia – e viene preso dalle
atmosfere. Noi speriamo che dopo questa visione il profano sia diventato anche
lui, inconsapevolmente, un lovecraftiano. Cioè capace di riconoscere nelle
storie che lo circondano – scritte, per immagini o della vita reale – ciò che
c’è di inquietante e incomprensibile. E ragionare di conseguenza. In fondo la
grandezza di Lovecraft è nel messaggio di ognuno dei suoi racconti, fin dai
primissimi: l’uomo non è nulla se considerato all’interno dell’immensità di ciò
che lo circonda. E se cerca di comprendere rischia irreversibilmente di perdere
la sua sanità mentale. Solo se riesce a ragionare in questo modo l’umanità ha
qualche possibilità di salvarsi. Pare che ultimamente però nessuno che conta nel
mondo abbia mai letto Lovecraft.
E' stato difficile raggiungere gli esperti come Sebastiano Fusco e coinvolgerli
nel progetto?
Roberto Leggio: Assolutamente no. Fusco è stato il primo che abbiamo contattato
e quindi e appena gli abbiamo parlato di essere un possesso di un documento
appartenuto a Lovecraft si è illuminato e ci ha detto subito che avrebbe
partecipato attivamente. Ma a parte lui tutti gli altri sono entrati nel
progetto con molto entusiasmo.
Federico Greco: No, abbastanza facile. Si sono dimostrati tutti,
immancabilmente, entusiasti. Come noi nei loro confronti.
Fatemi il nome di uno scrittore, italiano o straniero non importa, che oggi
secondo voi più si avvicina allo stile di Lovecraft.
Roberto Leggio: In Italia, nessuno. Anche perché non esiste un vero filone.
All’estero la cosa è un po’ diversa, anche se da qualche decennio non vengono
più prodotti romanzi che si possano ascrivere al genere horror. Lo stile alla
“Lovecraft” è inimitale, anche se sappiano che lui ha ispirato buoni autori che
in qualche modo hanno riscritto le tematiche dell’horror. Su due piedi mi
vengono in mente Sprangue de Camp, Matheson, Laymont e Machen. Però se dovessi
dire chi sia il miglior scrittore tutt’ora esistente, senza esitazione direi
l’inglese James Herbert. Lui, al contrario di tutti gli altri, ha creato uno
stile tutto particolare che mescola sapientemente l’horror con il noir ed il
giallo.
Andiamo sul difficile. Il gioco della torre che ogni tanto faccio. Lovecraft,
Poe e Henry James. Chi buttate dalla torre? Perché?
Roberto Leggio: Si tratta di una risposta difficile. A primo acchito direi Poe,
perché la sua narrativa risente ancora della letteratura romantica dei primi
dell’ottocento. Però senza di lui il gotico, il mistero, la paura non avrebbero
creato scrittori come H. P. Lovecraft e Henry James e tutti gli altri che sono
venuti dopo.
Federico Greco: Lovecraft. Perché hai giocato sporco e l’hai messo a confronto
con due enormità della letteratura di tutti i tempi. Lovecraft è straordinario
ma ha grossi problemi di stile. Riflette su cose terribilmente importanti, ma le
dice con fatica. Non basta che fosse un genio enciclopedico, che abbia
influenzato la letteratura horror del Novecento e che faccia un po’ pena perché
era povero, incompreso e malato. Ma è anche vero che leggo più spesso Lovecraft
che Poe o James…
Quale è secondo voi il futuro dell'horror in Italia?
Roberto Leggio: Esiste veramente? L’horror non fa parte della nostra cultura. E’
un genere che è stato importato e quindi non ha creato granché. Valerio
Evangelisti e Eraldo Baldini possono ascriversi al genere, sempre che li si
voglia definire come scrittori di genere. Sono due bravi autori che forse non
hanno nemmeno il giusto risconto che meritano. Se vogliamo invece parlare
dell’horror al cinema allora mettiamoci pure una pietra sopra. Dario Argento non
è un cineasta capace di reggere il gioco. Non dirige un bel film da almeno
vent’anni e la cosa è sintomatica. Forse negli anni settanta con artigiani come
Mario Bava e Lucio Fulci, qualcosa si è fatto ma poi tutto è diventato nero.
Federico Greco: Schifoso. Non se ne fanno praticamente più da anni e non se ne
faranno per i prossimi dieci. E quando si fanno sono più brutti del più brutto
film di Al Adamson (che era ancora più incapace di Ed Wood!): vedi Il cartaio di
Dario Argento. In Italia il cinema horror è relegato in una nicchia indicata da
una bella targhetta con su scritto “spazzatura”. Idem nella letteratura. Valerio
Evangelisti, stupefacente scrittore “di genere”, in Italia non è nessuno mentre
all’estero è seguitissimo e premiato. Le storie di genere sono storie ideate da
“ribelli”, e il sistema non digerisce i ribelli. Quelli che sono succubi del
sistema poi, cioè la maggioranza degli italiani, semplicemente non li capiscono.
Che è più grave.
Se – raramente - si fa cinema horror lo si fa a basso costo. Non giudico cattivo
il cinema a basso costo, tutt’altro, ma giudico devastante il fatto che quando
qui si fanno film a basso costo il motivo è solo …il basso costo. E pochissimi
hanno capito che il basso costo – per esempio il digitale leggero – vuole
progetti ideati appositamente per questo tipo economico di cinema. Insomma, si
scrivono storie – magari anche belle – che andrebbero fatte con almeno 10
milioni di euro e si fanno con mezzo, se va bene. Siccome comunque i soldi non
si trovano neppure per il cinema “ufficiale”, vista anche la nuova legge
imperante, bisognerebbe scrivere storie intelligenti e originali che non puoi
che girare con meno di 200.000€. Se il budget sale vuol dire che il film non sta
funzionando. Ma vallo a spiegare a generazioni e generazioni di produttori
sanguisughe dei soldi pubblici…! Cioè i nostri attuali produttori. Mostrano
tutta la loro vigliaccheria quando sono di fronte a storie nuove o “diverse”,
cioè diverse da quelle storielle a basso profilo cui ci ha abituato l’ultimo
ventennio di cinema televisivo da quattro soldi. Se non c’è Accorsi non
finanziano il film. E purtroppo in queste settimane abbiamo visto che danno
questa politica ha fatto a un certo film che aveva ottime premesse e un ottimo
regista.
E i vostri progetti per il futuro?
Roberto Leggio: Ho molte cose in ballo. Innanzitutto quest’anno sarò impegnato
in reportage di viaggio che mi porteranno in giro per il mondo. Poi ho appena
finito di scrivere la sceneggiatura di una commedia e il soggetto di una storia
noir con risvolti horror. Mi sto muovendo per cercare un produttore intenzionato
a realizzare la commedia, anche se trovare una produzione in Italia diventa
sempre più difficile grazie alla legge capestro messa in atto da Urbani. Poi ho
sto terminando “Pop Friction”, il mio prossimo libro. Si tratta di un
esperimento letterario che si può riassumere come: racconti, pensieri e parole
del nuovo millennio. Una casa editrice sembra interessata… vediamo come va a
finire.
Federico Greco: Se hai pubblicato quello che ho detto poco più sopra, mi sa che
sarà dura. Molto dura… Comunque ho in testa due o tre idee, completamente
diverse una dall’altra, di diverso budget e con diverse ipotesi di cast. Mi
piacerebbe trarre un film da un romanzo di Manchette, il più grande scrittore
noir francese. Oppure un documentario sulla vita di Collodi all’epoca
dell’ideazione di Pinocchio (non della scrittura, ma dell’ideazione, è diverso).
E poi ho in testa un soggetto originale che sto scrivendo con un amico con cui
ho appena girato un documentario, che, guarda un po’, si chiama Fuori Fuoco:
Cinema, ribelli e rivoluzionari.
Quale è il racconto di Lovecraft che preferite?
Roberto Leggio: Colui che sussurrava nelle tenebre, Il Modello di Pickman,
L’orrore di Dunwich e La Maschera di Innsmouth che resta un fuori serie…
Federico Greco: La maschera di Innsmouth e Il colore venuto dallo spazio.
Se vi fosse chiesto di fare un film su un racconto di Lovecraft quale vi
sembrerebbe il più interessante da filmare?
Roberto Leggio: Senza esitazione direi Le Montagne della Follia. Naturalmente la
sceneggiatura dovrebbe essere una rilettura del racconto senza però snaturare lo
spirito di Lovecraft. In questo modo si eviterebbe di fare una porcheria come
quelle che sono state prodotte fino ad adesso.
Federico Greco: Beh, è come se l’avessimo già fatto con il documentario e poi
con il film Road To L.; dunque La maschera di Innsmouth. Anche se non credo sia
quello che più si presti a una trasposizione cinematografica. La musica di Eric
Zahn è forse il più adatto.
A Colori o in bianco e nero?
Roberto Leggio: I film di fantascienza si fanno solo a colori. Non si tratta di
una storia introspettiva, no?
Federico Greco: Al verde.
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