Questa è la mia risposta alla recensione del documentario "Fuori fuoco" apparsa su "Liberazione" il 27 5 2005.
Le risposte, diremmo, se ci fosse consentito di ribattere in qualche modo (ma il giornalista non ha fatto neppure una domanda durante la proiezione al Cinema Lumière, o almeno non si è presentato come tale), non sono in questione. Anzi, se il giornalista avesse sintetizzato per dovere di cronaca il cuore del dibattito che è seguito alla proiezione, avrebbe dovuto dire che sono proprio le risposte l'ultima cosa che cerchiamo. Non a caso un mio lungo intervento sottolineava il grande problema che affligge il cinema italiano e - devo constatare per l'ennesima volta - la nostra critica. Sottolineavo dunque che dal cinema (e dalla letteratura, in genere dall'arte) non bisogna aspettarsi risposte. Quello è il compito della magistratura. O della saggistica. Dal cinema bisogna aspettarsi che vengano stimolate le domande giuste. Solo così è possibile arrivare, un giorno, alla parvenza di una risposta. Che non esiste in quanto definitiva e massiccia, cioè sotto forma di "verità". Non esiste la "verità". Esiste solo la voglia di capire, di informarsi, di immedesimarsi. Insomma il raro desiderio di farsi un'idea senza pre-giudizi.
Il miracolo, di volersi fare un'idea senza pre-giudizi.
Che secondo noi passa attraverso il racconto puro, privo di qualunque tentativo, appunto, di dare risposte.
E il racconto "puro" è proprio di un tipo di cinema che - guarda caso - in italia non si fa più da 30 anni: il cinema di genere. Ovviamente non tutto il cinema di genere. Il migliore. Laddove il migliore cinema di genere è superiore al migliore cinema politico, di denuncia, d'autore. Laddove qualunque Bava è superiore all'ultimo Sorrentino, che non riesce a sottrarsi dal desiderio malsano di dare un senso chiuso al suo film.
Caro Davide, ecco perchè sei caduto nell'equivoco. Ti cito: "Questo è un film che non sa dove andare a parare, semplicemente perché non vuole andare a parare da nessuna parte". Parli appunto de "Le conseguenze dell'amore" di Sorrentino. Un film straordinario, se non fosse che è contemporaneamente un perfetto manuale su come si sbaglia un film. Sembra che non voglia andare a parare da nessuna parte. E invece va a parare. E proprio nell'angolino dove hanno già pisciato così tanti scarti del cinema italiano che la rabbia è tanto più forte quanto più "pareva" che non ci si volesse avvicinare neppure a quell'angolino. E' l'angolino dove tutti i personaggi vanno a riscattarsi, mentre pisciano. Dove ci vengono a dire che tutto, in un modo o nell'altro finisce bene. Che la catarsi è appunto sempre dietro l'angolo.
Così, mentre Sorrentino finisce a pisciare, "Giù la testa" inizia con una pisciata. Ma subito va oltre. E ci aspettano due ore di film da vedere e rivedere. E lo sai perché? Perché non sei davvero riuscito a capire dove andava a parare (sto usando un "tu" generico adesso). E - perdio - tocca capirlo dove va a parare! Poi ti rendi conto che è quello il suo bello. E infine capisci che non va a parare da nessuna parte, almeno secondo le tue categorie del cazzo (è sempre il "tu" generico). Che sono anche le mie.
Ecco perché "Fuori Fuoco" si chiude con un inno a "Giù la testa" di Sergio Leone. Perchè è un film che è tutto impegnato a raccontare la sua storia, che dimentica di provare a darci risposte. E cercando la storia inevitabilmente si imbatte nelle contraddizioni che ogni storia vera possiede. Perché ogni esistenza è una serie di contraddizioni. La "verità" stessa è il precipitato ultimo di una collana di contraddizioni. Cercare le risposte significa credere che la vita, il cinema, il racconto, siano lì a consolarci, a dirci che abbiamo ragione noi. Chi cerca le risposte ha già le domande. Chi cerca le domande forse un giorno avrà le risposte.
Ma quelle vere. Quelle che cadono costantemente in contraddizione.
"Giù la testa" propone una contraddizione dopo l'altra.
La Lotta Armata è la più forte contraddizione dell'Italia. E' l'aporia più potente. Per questo è lì che è racchiusa la verità sull'Italia. Per questo non se ne parla mai.
"Fuori Fuoco" cerca di riaprire il dibattito. Ma se ci si aspetta "le risposte", allora è meglio tornare a leggersi i giornali che ce le danno.
Quelle che già sappiamo. Quelle stantie.
In quanto al merito dell'intero articolo sul nostro documentario, io e Mazzino siamo felici che in qualche modo, seppure un po' ingenuo, qualcuno si sia occupato di noi. Davvero. Finalmente! Perché significa essersi occupati del tema. Che è il nostro scopo. Anche qui "non a caso", il tema dominante del documentario è proprio l'impossibilità di mettere a fuoco l'argomento Lotta Armata. Da parte prima di tutto degli stessi registi di "Fuori Fuoco", e poi, secondo noi, da parte della maggioranza del cinema italiano.
Per finire: gli "ignari" intervistati - o almeno tutti quelli che siamo riusciti a contattare dopo avergli fatto vedere il documentario, e sono la maggior parte - hanno tutti (compreso Valerio Evangelisti) espresso un giudizio più che positivo sul documentario. Tutti.
Alzare il telefono per credere.
Federico Greco
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