INTERVISTA AD ANTONIO MARGHERITI

 

George Méliès non è morto. Dopo cento anni la sua figura si è reincarnata in uno dei più straordinari creatori di trucchi che il cinema ricordi. E’ italiano, e si chiama Antonio Margheriti (o, se volete, Anthony Daisies, o ancora Anthony M. Dawson). Ancora più straordinario è il fatto che quei trucchi Margheriti oggi continui a farli – a volerli fare – a mano, in totale artigianato, come nel 1896: “Apparizioni, sparizioni”… (sono parole sue…).

Insieme a Riccardo Freda e a Mario Bava Margheriti ha rappresentato un capitolo fondamentale ancora poco riconosciuto della storia ufficiale del cinema.

Il regista ha spesso affermato che il cinema che gli piaceva fare e che ha fatto è quello “che si fa con le mani”. 2001 Odissea nello spazio è un grande film di fantascienza realizzato esclusivamente con effetti fotografici e con il contributo di decine di scenografi e aiuti scenografi. All’epoca quegli effetti erano all’avanguardia, ma alla luce delle nuove tecnologie digitali oggi di quel film possiamo dire che sembra veramente “fatto con le mani”, nonostante i risultati continuino a rimanere straordinari.

Con Stanley Kubrick le coincidenze sono più di quelle che potrebbero apparire.

Margheriti non ha mai fatto dei film assolutamente normali, è sempre riuscito a metterci dentro dei trucchi, delle trovate. Un elemento comune è anche il divertimento di farli: molte volte infatti ne era anche autore del soggetto, della sceneggiatura, degli effetti speciali, del montaggio. Un one-man-band come Stanley, ma anche come Russ Mayer, o il primo Lucas.

Abbiamo parlato con lui nella sua villa fuori Roma che affaccia sul lago di Bracciano…

 

Per quale motivo esattamente Kubrick la chiamò a collaborare per “2001”?

Fui chiamato dal presidente della ‘Metro-Goldwyn-Mayer International’, Maurice ‘Red’ Silverstein, perché poco prima per la ‘Metro’ avevo fatto Golden Arrow (L’arciere delle mille e una notte, 1964), un film fantastico in cui c’era una battaglia di tappeti volanti. Questa sequenza colpì molto i dirigenti della ‘Metro’ perché non la realizzai come avrebbe fatto chiunque, cioè con semplici bluescreen, ma facendo in modo che questi tappeti volassero in ogni parte dell’inquadratura, addirittura entravano in campo scavalcando la macchina da presa… Fu complicatissimo. A quei tempi, negli anni ’60, non si faceva. Fu una fatica enorme, anche per illuminare il set: avevamo qualcosa come 20-25 bruti – delle lampade a incandescenza, con l’arco, il carbone… Quando le posizionavamo poteva capitare che mentre avevamo preparato l’ultimo il primo si stava scaricando. Giravamo un ‘quadro’ al giorno. Per me che ero abituato a fare i film in due settimane e un giorno (il giorno serviva di solito per gli effetti speciali o i trucchi), fu una fatica enorme, ma devo riconoscere che gli effetti vennero molto bene. Piacque talmente tanto in America, tecnicamente, che Silversteen mi ha voluto a Londra. Andammo a casa di Stanley Kubrick, ad Abbots Mead (la vecchia casa, ultimamente Stanley viveva a St.Albans, nell’Hertfordhire  n.d.a.), una grande villa di campagna. E il film piacque molto anche a Kubrick.

 

E perché rifiutò di collaborare?

Io sono un regista che non ama pensare. Preferisco fare con le mie mani (vedete, sono tutte rovinate e piene di cerotti…). Su 2001 si sarebbe trattato di pensare, e poi io sono uno che ci mette molto poco a fare un film. Lì sarei stato nove mesi… è un mondo che non mi appartiene. Mi chiesero di seguire gli effetti speciali e di supervisionare la parte creativa, proprio perché era loro piaciuto molto il modo in cui avevo affrontato la realizzazione di quegli effetti speciali nel mio film. Avrei dovuto affiancare Douglas Trumbull. Il vero creatore degli effetti di 2001.

Quando vidi il suo primo film (2002: la seconda odissea, del 1971) rimasi a bocca aperta. Lui veniva da Cape Canaveral. Era perfetto per quel ruolo, era l’uomo giusto, sarebbe stato capace anche di passarci gli anni su quel film. Io non sarei neppure riuscito a metterci una mano. E poi ero in un periodo curioso… non volevo preoccupazioni. Tanto sapevo che c’era “san Silverstein”. Ogni volta che c’era da lavorare mi chiamava.

Lo so: ho perso una grande occasione.

 

Anche 2001 per molti aspetti fu un film ‘artigianale’.

Sì è vero, ma è un artigianato di lusso. Il punto di arrivo è artigianale, per il resto è preparato, studiato, disegnato… E il lusso era anche che Kubrick poteva permettersi di non spiegare nulla ai produttori di quello che stava facendo. Io ancora oggi mi faccio tantissime domande sul significato di molte scene. Ma come tutti, perché anche alla ‘Metro’ nessuno poteva dire niente. Dopo la proiezione ci fu un momento di religioso silenzio, perché nessuno aveva il coraggio di dire niente…nemmeno di dire: “Non l’ho capito”. Certi sgusciavano via…

 

Lei ha spesso rifiutato la sua collaborazione a grandi progetti internazionali…

Sì è vero. Fui chiamato anche da Dino De Laurentiis per King Kong. C’era già Rambaldi che stava preparando i trucchi. Io ho letto il copione, poi ho detto: “Scusate, sto preparando un altro film”.

 

E’ opinione comune che 2001 abbia rifondato la fantascienza…

No, 2001 l’ha fondata. L’ha fatta. Non si era mai fatta la fantascienza come andava fatta… Poi che quel film abbia delle cose che possono o non possono piacere, che abbia delle scene troppo lunghe…

Prima di quello avevo visto un solo film di fantascienza che mi aveva fatto divertire per i trucchi, Il pianeta proibito (un film di Fred Wilcox del 1956 in cui appare per la prima volta Robbie il robot) con Walter Pidgeon. C’erano dei trucchi straordinari.

 

Qual era la situazione del cinema di fantascienza in Italia nel periodo in cui lei iniziò con il suo Space men, del 1960?

C’era stato un piccolo film di fantascienza, in bianco e nero, e l’operatore era Mario Bava. Era la fine degli anni cinquanta. Ora non ricordo il titolo… (si tratta di La morte viene dallo spazio, 1958, di Paolo Heusch; Mario Bava è pure curatore degli effetti speciali, n.d.a.).

 

E il suo Space men?

Era una produzione della ‘Titanus’ e della ‘Ultra Film’ di Turi Vasile, col quale sto per lavorare di nuovo. Lo realizzammo tutto alla allora Titanus Appia, l’ex ‘Scalera’. L’astronave del film in parte era un modellino dell’astronave per Marte disegnata da Verner Von Braun negli anni cinquanta (Von Braun è l’inventore dei missili V-2 usati dall’esercito di Hitler nella seconda guerra mondiale; i suoi studi sono alla base del programma spaziale, tanto americano quanto sovietico; ha anche scritto dei romanzi, uno dei quali si intitola ‘Destinazione Marte’..., n.d.a.). Comprai il modellino alla Upim per mille lire. Mi misero a disposizione cinquanta milioni. Ne dovevo spendere quarantotto ma sforai di due.

 

All’epoca in Italia c’era lo zero assoluto dal punto di vista delle produzioni di fantascienza…

Sì, Vasile riuscì a convincere Goffredo Lombardo (produttore tra gli altri di Rocco e i suoi fratelli e Il gattopardo, n.d.a.). Venne in teatro di posa e vide il modellino con cui mi stavo divertendo mentre all’epoca giravo per loro dei piccoli caroselli…

Poi girai Il pianeta degli uomini spenti.

 

Quali mezzi aveva a disposizione quando in studio ricostruiva lo Spazio?

Il più delle volte avevo un panno nero, e davanti delle piccole lampadine. Solo più tardi mi fu consentito di fare dei piccoli buchi nel panno e mettere le lampadine dietro.

 

Perché?

Perché il panno nero costava, ragazzi, mica si poteva bucare… E la Terra era un enorme globo che stava nei bagni degli studi, una specie di lampadario, che io facevo sempre portare via. Era enorme… non riuscivo a trovare in giro una cosa simile, altrimenti l’avrei comprata.

Capitava spesso poi che utilizzassi degli specchi quando non c’erano soldi per rendere interessanti delle scene che avevano bisogno di atmosfere particolari. Nei momenti di crisi chiedevo al mio collaboratore: “Facciamo una specchiata?”. “E facciamo una specchiata…”, mi rispondeva.

 

Perché ebbe la necessità di cambiare nome?

Non fu una mia scelta. Me lo chiesero Lombardo e i distributori americani, perché per un film del genere (Space men) Margheriti non andava bene. Io lo cambiai in ‘Daisies’, che significa ‘Margherite’. Poi dall’America mi arrivò un telegramma, mentre preparavo il secondo film: “Dawson is o.k.?”. Antonio ‘Margherite’ suonava male, poteva sembrare omosessuale o pederasta: Antonio che va a margherite

Ma ci fu un film, l’unico, che firmai con il mio vero nome. E fu proprio L’arciere delle mille e una notte.

  

La destinazione principale dei suoi film era l’America…

Sì, ma anche l’Italia. Ma poi devo dire che il genere di film che ho fatto è sempre andato in tutto il mondo. Precedevo sempre tutti i generi. Io facevo fantascienza mentre in Italia si facevano i peplum… I western, ad un certo punto, non li avrei voluti fare, perché i primi western, girati in Spagna, erano brutti. Ne ho fatti tre soli. Se non nasceva Sergio Leone il western all’italiana non sarebbe mai arrivato al successo mondiale. Io che avevo un mercato all’estero non sarei mai riuscito a vendere un film western se prima non fosse nato un genere.

 

 

In effetti  Per un pugno di dollari, il primo film western di Leone, era del 1964. Seguono Per qualche dollaro in più (1965), Il Buono, il brutto, il cattivo (1966) e così via… Il primo film western di Margheriti è invece Joe l’implacabile, del 1967, seguito poi da Joko invoca Dio... e muori (1968). Ma per Margheriti e le case di produzione che gli finanziavano i film il gioco era proprio questo: emulare – per un pubblico minore ma non esiguo – le vicende cinematografiche di generi che avevano dimostrato una certa solidità al botteghino. Margheriti infatti ha firmato – tra più di cinquanta opere – pellicole d’avventura (al seguito dei vari Indiana Jones e Rambo), erotiche (‘Decameron’ e cuginetti minori) e horror (sulla scia di Alien).

La sua grande capacità creativa è senza dubbio frutto di una grande passione, nata fin da ragazzo quando abbandonò l’università per dedicarsi completamente al cinema, ricoprendo i ruoli più disparati e dirigendo alcuni cortometraggi per farsi le ossa.

E’ difficile oggi comprendere che cosa abbia significato questa passione e in che modo esattamente Margheriti girava i suoi film, perché non esiste praticamente nulla che lo documenti (backstage, documentari…).

 

Federico Greco e Dean Buletti

febbraio 2001
 

 

 

 

 

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