*ipotesi di un viaggio in Italia
H. P. LOVECRAFT
IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA
il documentario
“Il documentario è un viaggio affascinante, che non propone nessuna soluzione al mistero ma solo dubbi e domande,
confrontando le pagine di Lovecraft
coi miti, le leggende e il paesaggio del delta del Po”.
(Aldo Grasso –
Il Corriere della Sera)
“Il documentario è davvero ben fatto e approfondito, curato nel montaggio e nella scelta dell’accompagnamento musicale,
macabro ed
evocativo ed è capace di avvicinare lo spettatore ad uno dei personaggi più
misteriosi e controversi della letteratura contemporanea”.
(Elisa
Schianchi – RevisionCinema)
“Un documentario che farà discutere a lungo, basato su una lettera che potrebbe avere, tra esperti ed estimatori di H.P. Lovecraft,
l'effetto di un terremoto, perché scritta da H.P. Lovecraft durante un viaggio in Italia (!) compiuto
alla ricerca di materiale per le
proprie creazioni letterarie”.
(Horror
Magazine)
“(…) Il documentario di Federico Greco e Roberto Leggio (…) che i cultori dell'horror non vorranno perdere.
(…)
Documentario o mockumentary?”
(Cristiana
Paternò – Cinecittà News)
(Il
Periodico)
29 9 2005
Prefazione
a cura di Alexander Yorga
In parecchi anni di assiduo e fervente culto allo sterminato e ricco mostro narrativo del solitario di Providence, non mi era mai capitato di visionare un documentario a lui dedicato così soddisfacente, minuzioso e plausibile come "IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA/ROAD TO L".
Nelle mie lunghe e ostinate peregrinazioni home-video non mi sono mai imbattuto in un portfolio così esauriente e raffinato dedicato al Maestro americano Howard Philips Lovecraft,come il documentario di Greco e Leggio.
A parte qualche apparizione del suo celeberrimo Necronomicon - "il creatore è sempre stato citato meno e peggio delle sue stesse creature" - diceva S.Fusco in Il Vento delle Stelle) [Adelphi]
Negli ultimi tempi Lovecraft è stato ampiamente dimenticato dalla televisione e dal mercato homevideo per non menzionare il circuito televisivo che ha sempre preferito tracciare profili e sommarie figure di scrittori ben lontani dal visionario Maestro americano.
Il riforire di alcuni temi che rigurdano la figura di HPL come scrittore "occulto" e altre dicerie (più o meno risibili) hanno portato a compimento
alcuni tentativi televisivi che hanno avuto una gestazione lunga e sofferta, spesso non riuscendo a presentare nulla di soddisfacente sia dal profilo teorico sia dal punto di vista documentato.
Tutte le schede televisive - analitiche costruite sullo scrittore di Providence mi sono sempre risultate quantomeno sciatte o confezionate in modo approssimativo, e credo di non essere il solo a pensarlo.
Avevo dato per scontato che vi era (e tuttora vi è), una sorta di netta incapacità da parte delle emittenti televisive di realizzare una qualunque scheda, di livello documentaristico o meno sullo scrittore americano, le poche fatte risultavano grossolane, minime nei contenuti e quantomeno rozze.
A nulla (o poco) è valso aspettare trepidante specialone di Voyager (trasmissione in pianta stabile sui canali di stato) su una creatura del Maestro il temuto Necronimicon...Questo speciale si è rivelato una parentesi banale e scontata con la quale si faceva ben notare all'onnivoro pubblico infrasettimanale che il Signor "Lovecraft" era una sorta di sociopatico, schizofrenico che credeva in assurde enità cosmiche dai nomi anagrammati e impronunciabili e che non meritava nemmeno la pomposa cerimonia dialettica di Roberto Giacobbo visto che la "scheda" era a cura della collaboratrice al programma.
Palese dunque è stata la mia presa di posizione nei confronti del cosidetto documentario del secolo (in ambito Lovecraft Road To L. è la più importante scoperta del secolo) ero scettico ma dovetti ricredermi e molto dopo averlo visto.
Sarò volutamente vago nell'espicare i temi trattati con dovizia di particolari nello squisito affresco filmico a cura di Roberto Leggio e Federico Greco...credo fermamente che vederlo di persona significhi prendere coscienza di innumerevoli cose riguradanti il Lovecraft "oscuro" che tutti credevamo di conoscere...
E' possibile che Lovecraft sia venuto in Italia? E se sì: per quale motivo non ha mai menzionato del viaggio nelle sue numerose lettere ad amici e conoscenti??
Esiste davvero qualcosa di misterioso e orripilante che si cela nelle umide e nebbiose malelande del Polesine?
Cosa accomuna Lovecraft e antiche leggende rurali?
Perchè ha prelevato Testi in latino di occultismo nella Biblioteca Marciana di Venezia proprio durante il suo soggiorno in Italia?
Questo e molto altro fornirà le basi sui cui costruire un enigma
destinato
a riscrivere la storia della narrativa del novecento.
A.Y:
Anzitutto potresti tracciare una linea netta di demarcazione fra i vostri 2 progetti attuali che ruotano intorno al vostro documentario HPL IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA..? C'è molta confusione sulla rete, sarebbe gradito un chiarimento.
Greco:
"Ipotesi" è il documentario di 26 minuti che è stato trasmesso da Studio Universal la sera di Halloween 2004 e presentato al festival di Venezia.
Qui noi abbiamo trattato tutta la faccenda concentrandoci sul possibile viaggio di Lovecraft e dunque sulla possibile verosimiglianza del diario-manoscritto (una lunga lettera di circa 40 pagine: non c'è da stupirsi, Lovecraft ne scriveva anche di 100...).
Quindi, vista la durata e la natura, è un prodotto televisivo, e per l'home video. "IL MISTERO DI LOVECRAFT - ROAD TO L." invece è un prodotto cinematografico. Cioè un film per le sale cinematografiche di circa 90 minuti.
Qui infatti ci siamo concentrati sul nostro viaggio, sulla nostra ricerca, su quello che è successo alla nostra piccola troupe mezza anglofona e mezza italiana durante le riprese del documentario nel piccolo paese italiano di L. Insomma è il dietro le quinte di "Ipotesi", in cui si racconta la storia di David, Federico, Roberto, Fabrizio (direttore della fotografia) Simonetta e Fausto (e una serie di altri personaggi) e quello che hanno scoperto, come l'hanno scoperto e perché era meglio che non lo scoprissero...Ovviamente cerchiamo di dare soluzione alle tante domande che rimangono senza una risposta in "Ipotesi di un viaggio in Italia".
Ma per alcune di queste la risposta non ce l'abbiamo neppure noi. Anzi, il film ne apre un'altra, più ambigua delle altre... Lovecraft è comunque sempre molto presente.
Anzi è fuori di dubbio che di Lovecraft si parla di più nel film che nel documentario.
Nel documentario si affronta più accademicamente, mentre nel film la sua presenza incombe in ogni fotogramma ed è così possibile coglierne l'essenza più pura, le atmosfere pesanti e plumbee che si respirano nei suoi racconti.
A.Y:
Puoi parlarci più dettagliatamente del vostro film cinematografico ispirato al vostro documentario e del numero speciale edito da Bonelli sceneggiato da Alfredo Castelli che lo ha preceduto....?
Greco:
Quando incontrammo Alfredo Castelli a Milano per intervistarlo per il documentario (dove compare appunto), rimase folgorato da tutta la faccenda che gli proponemmo. E noi fummo molto lusingati. Quindi ci rilasciò l'intervista e la sua opinione sul manoscritto ritrovato, e poi ci disse che tutta la storia era così intrigante che avrebbe voluto farci un albo di Martin Mystère (albo regolarmente pubblicato nel mese di Luglio).
Finito di montare il documentario lo richiamammo. Era rimasto dello stesso parere. Inoltre nel frattempo Sergio Bonelli aveva casualmente visto il documentario "Ipotesi" e l'aveva molto apprezzato. Così quando Castelli chiese l'OK a Bonelli lo ricevette immediatamente.
Gli facemmo quindi vedere il film ancora non definitivo e decise che avrebbe trasformato "Road To L." nello speciale estivo di Martin Mystère.
Dunque, lo speciale di Martin Mystère (uscito in Luglio) precede circa di un paio di mesi (o forse tre) l'uscita del film "IL MISTERO DI LOVECRAFT - ROAD TO L.".
Castelli e i fratelli Esposito - i disegnatori dell'albo - ci hanno lavorato da Gennaio e hanno fatto un lavoro straordinario.
Qui tra l'altro potete vedere quattro tavole dell'albo : www.federicogreco.com/bvzm.htm
Attenzione però: la prima tavola, che ritrae Lovecraft inseguito dagli uomini pesce, non è una scena del film; Castelli ovviamente, per ragioni connesse alle differenze tra i due linguaggi (cinema e fumetto), si è preso le sue legittime libertà di riscrivere e interpretare in alcuni punti la trama del film. In particolare il finale, che è mooolto diverso da quello del film.
Tra l'altro ho appena scoperto che la "L." del titolo del film ha un quarto significato (seppur indiretto): oltre a riferirsi al nome del piccolo paesino del Polesine (come viene indicato nel manoscritto), "L" significa "Inferno" in inglese, e ovviamente "Lovecraft".
Ma non solo, un altro bizzarro particolare ci era sfuggito: la pianta della Biblioteca Marciana è a forma di "L".
A.Y:
La vostra scoperta è già stata diffusa negli USA in via ufficiale...?
Quali ripercussioni ha avuto (positive o negative) tra gli esperti americani di HPL. Come giudicano il vostro ducumentario?
Greco:
Ancora no (almeno credo). La scoperta non è stata ancora diffusa negli ambienti di studio accademici che riguardano lo scrittore americano, anche se sul sito www.fangoria.com c'è una prima recensione al film "Road To L", tra le varie news.
I motivi della nostra reticenza a diffondere la notizia sono tanti.
Tra le varie motivazioni, c'è il ragionevole timore che possano scipparci l'idea di mano. Continuerò sempre a ripetere che - forse questo disgusterà i fans lovecraftiani- personalmente sono più attaccato al lavoro televisivo e cinematografico che ho finito di portare avanti con Roberto che al manoscritto in sé. Io non sono uno studioso di letteratura gotica ma un filmaker, e preferisco realizzare un buon prodotto cinematografico che fare una scoperta letteraria.
Anche perché mi sento più legato - ovviamente - al primo campo che al secondo.
A.Y.:
Il film in progetto è inteso come documentario classico di lunga durata o come film con attori veri e propri che interpretanto le vicende relative al viaggio di HP Lovecraft?
Si tratterà di una produzione per il mercato homevideo o per il
cinema?
Greco:
Ho già risposto precedentemente a questa domanda.
Dal documentario "Ipotesi di un Viaggio in Italia" è stato tratto un prodotto cinematografico che si intitolerà "IL MISTERO DI LOVECRAFT/Road to L." e che presto vedrà la luce nelle sale cinematografiche italiane (28 ottobre p.v., n.d.r.)
Quest'ultimo è un'operazione a nostro avviso molto interessante perché - seppure inevitabilmente (e direi anche "nostro malgrado") richiami alla mente "Blair Witch Project" - è abbastanza unica in Italia. In fondo è la storia di quanto è successo durante le riprese del documentario da 26'.
A.Y.:
Mi ha colpito molto la parte del vostro documentario riguardo agli avvistamenti dei cosidetti "uomini pesce" o per citare il bestiario di HPL i cosidetti "Abitatori del Profondo".
Vorrei sapere se avete riscontarto altri casi o testimonianze o
avvistamenti sporadici di questi ominidi se su altre rive del Po o se ci sono
state altre segnalazioni in merito ?
Greco:
Quando andammo a fare i primi sopralluoghi nel luglio del 2003, cercammo molte testimonianze che ci parlassero di ibridi marini avvistati lungo i canali del Po. Cercammo leggende, miti e resoconti che trattassero dei cosidetti "uomini pesce". Ma non ne trovammo. Eravamo delusi.
Poi siamo tornati qualche mese più tardi e una persona molto importante e molto preparata della zona ci fece capire che non apprezzava molto la nostra curiosità, che non c'era traccia di storie simili nella tradizione popolare del Delta. Ed era convinta che stessimo facendo puro sensazionalismo da cinema di serie B (molti l'hanno creduto a dire il vero, anche uno dei protagonisti del film). I "mostri" presenti nella tradizione popolare di quelle zone hanno a che fare con l'acqua, ci ha detto, ma di uomini pesce neanche l'ombra. Esistono le "Anguane", divinità femminili, i "Salbanei", sorta di folletti dispettosi e a volte pericolosi... e molti altri, ha concluso.
Pochissimi giorni dopo mi telefonò: aveva cambiato atteggiamento. Mi disse che aveva lanciato una piccola ricerca tra i suoi allievi, cui aveva proposto di chiedere ai loro nonni o bisnonni se ne sapevano qualcosa.
Ed era venuto fuori che moltissimi di loro ricordavano di storie di esseri ambigui, metà uomini e metà pesci, di cui si raccontava nei cosiddetti Racconti del Filò (storie di campagna raccontate intorno ad un fuoco di notte).
Esseri che attaccavano gli uomini e le bestie, e venivano su dai canali del Po. La cosa interessante è che la maggior parte di questi anziani che conoscevano storie di questi mostri acquatici vivevano "in golena", o quasi, cioè molto vicino all'argine del fiume. Cosa rara oggi perché dopo le inondazioni del Po (soprattutto del 1951) le case sono protette al di qua delle golene.
Da quel giorno la curiosità di questo esperto è aumentata e ci ha dato una grossa mano per il progetto (cosa di cui siamo davvero grati).
Ci sono poi i ritagli di giornale che ci sono stati mostrati e che parlano dell'homosauro (vedere documentario) e che vengono mostrati anche nel film : sono reali! Anche se all'inizio eravamo convinti che ci stessero prendendo in giro.
A.Y.:
Cosa ne pensi delle teorie occulte su HPL come ad esempio "il padre (Winfred Scott Lovecraft) adepto della massoneria egizia" o delle cosidette "affinità" con il culto del pericoloso individuo facente nome Edward Alexander Alistair Crowley...?
Sono plausibili o sono frutto di una fervida fantasia ? e le similitudini fra i loro dogmi..?
Greco:
Penso che siano tutte fantasie di una certa critica letteraria più orientata al sensazionalismo che alla realtà dei fatti.
Penso che Lovecraft fosse un determinista e un razionalista, che non credeva nelle storie che raccontava, ma che amava sognarle (negli incubi notturni) come un modo per distaccarsi da una realtà che lo annoiava o lo infastidiva. Oppure che odiava, cagionevole di salute ed economicamente affranto com'era. La sovrapposizione tra le creazioni di un autore e l'autore in sé è d'altronde uno degli errori che si commettono più facilmente nel campo dell'esegesi dell'arte. Dovremmo forse pensare che George Lucas e Orson Welles credessero agli alieni o che Valerio Evangelisti creda
davvero che nel '300 l'inquisitore Nicholas Eymerich si fosse confrontato con le forze di Satana in persona? Insomma è pericoloso - se si vuole comprendere la vera natura di uno scrittore come persona - analizzarlo partendo solo da quanto racconta. Venendo al merito della faccenda: in realtà non era il padre ad essere massone ma il nonno, e i mariti delle sue zie. Lovecraft conosceva il mondo della massoneria semplicemente perchè in America in quegli anni (e non solo) era molto diffusa, soprattutto negli ambienti che bazzicava, e in particolare quello accademico.
Oltre a questo Lovecraft l'ha detto a gran voce che il Necronomicon non esiste. Cosa si pretende di più ?
Dunque non credo neppure che facesse oscuri riti esoterici come Crowley (che a mio parere è sempre stato un personaggio molto ambiguo, definito da molti studiosi un "cialtrone geniale"). Oltre a ciò, credo che Lovecraft in definitiva fosse "solo" un grandissimo scrittore americano del '900 con
una fervida fantasia macabra. Che momenti in ombra sulla sua vita ci siano stati questo è invece normale. Se pensate che oggi, nel terzo millennio, ci sono scrittori di cui non si conosce neppure il volto (Pynchon per esempio), o se siano mai esistiti (Godfrey Holiday Hall).
A.Y.:
Il vostro documetario traccia un nuovo enigmatico profilo di HPL...?
Quali altre scoperte pensi si possano ottenere come punto di partenza dal vostro documentario ?
Greco:
Pone degli interrogativi. E volutamente non fornisce risposte.
Dal punto di vista della comprensione di Lovecraft, crediamo sia questa la più grande forza dell'intero progetto (documentario + film): fornire un'ottica sulla letteratura lovecraftiana attraverso due "audiovisivi" realizzati "alla" Lovecraft. Cioè cercando di sforzarsi di immaginare come li avrebbe pensati lui e poi realizzati se avesse conosciuto e amato lo strumento della sceneggiatura e della scrittura per immagini.
Per questo secondo noi non è tanto vero che tracci un "nuovo profilo" di Lovecraft, piuttosto cerca di tracciare quello giusto dopo molti tentativi non felici. Ma il primo obiettivo di "Road To L." è quello di realizzare un ottimo prodotto che, passando attraverso il filtro di uno scrittore-filosofo quale riteniamo fosse Lovecraft, diverta, inquieti e spinga a riflettere su quanto lui stesso voleva che si riflettesse mentre scriveva i suoi racconti.Pone degli interrogativi. E volutamente non fornisce risposte.
A.Y:
I finanziamenti per allungare Road to L. da documentario a film vero e proprio li avete cercati voi o si è affacciato un produttore interessato all'operazione?
Greco:
E' un po' più complicato.
"Allungarlo" da 26' a 92' non ha significato girare altro materiale, perché quello che avevamo portato a casa dopo le riprese era più che sufficiente (80 ore!). Dunque i soldi da trovare erano "solo" quelli per la post-produzione, che da qualche settimana (solo per il doc) è diventata di alcuni mesi per chiudere il film. Fortunatamente la produzione con cui avevamo iniziato il progetto (Digital Desk di Pier Giorgio Bellocchio e Andrea Marotti) si è data molto da fare, perché ci ha davvero creduto e ha trovato una produzione più grande.
Inoltre ha proposto un nome molto interessante per la voce fuori campo di Lovecraft che si sente nel film: Robert Englund.
Ma la cosa davvero sorprendente è che Alfredo Castelli e Sergio Bonelli si sono innamorati a tal punto del progetto che hanno proposto di trasformarlo in un fumetto ma è già stato detto e fatto.
Risultato: Durante luglio scorso ha visto la luce l'albo speciale speciale estivo di Martin Mystère "Road To L." che racconta tutta la storia che viene raccontata nel film (con qualche variante). Mi sembra di aver capito, facendo un po' di ricerche, che si tratta della prima volta in Italia che accade una cosa del genere, e cioè che un film italiano venga trasformato in un fumetto prima ancora della sua uscita in sala.
A.Y.:
Dove avete girato il documentario di preciso ? Quali zone del Polesine avete ripreso ? vi siete postati sul territorio o vi siete limitati a riprendere le zone cittadine e di periferia che appaiono in Road to L. ?
Greco:
Per vari motivi a questa domanda non posso rispondere in maniera esplicita. Ad ogni modo nel documentario è ampiamente citato il paesino dove abbiamo girato e sono riconoscibili gli altri dove è ambientato anche il film "Road To L.".
Fondamentalmente abbiamo seguito le indicazioni del diario e ci siamo mossi, oltre che a Venezia, tra Rovigo, Adria e il Delta più estremo, dunque nel Polesine settentrionale con qualche puntata in quello meridionale.
A.Y.:
La voce narrativa che ci accompagna durante il documentario Road to L. è incredibile : una scelta azzeccatissima cercare quell'intonazione, quella ampollosità, quella cadenza.
Greco:
A dirla tutta dirigere uno degli attori più grandi del cinema italiano (Roberto Herlitzka, cioè Aldo Moro in "Buongiorno Notte" di M.Bellocchio) non è stato difficile. Quando si hanno a disposizione attori del genere è un premio immenso a tutta la fatica che hai fatto per mesi. La sua voce narrante in effetti è una delle cose di cui andiamo più fieri, non solo per il "nome". E' bastato spiegargli le nostre intenzioni di regia e con poche prove ha riprodotto in pieno quel "quid" che ci girava per la testa.
Solo una persona ha sollevato un'obiezione, a mio parere poco intelligente : che Lovecraft nel 1926, cioè quando avrebbe scritto quel diario, aveva 36 anni, mentre Herlitzka ne ha qualcuno di più. In realtà era proprio quello che volevamo. Non ci interessava il dato filologico fine a se stesso, bensì abbiamo ragionato in modo espressionista piuttosto che realista. E secondo me abbiamo fatto centro.
A.Y.:
Road to L. è stato trasmesso sulla televisione satellitare lo scorso Halloween, come è possibile reperire questo documentario? Chi non ha potuto vederlo come può fare ?
Greco:
Probabilmente uscirà nel DVD insieme al film. Si parla (si parla...) anche di un acquisto da parte di Voyager per la prossima stagione (febbraio). Comunque ho visto che una versione sottotitolata in inglese del doc è su [eTomi pro] un peertopeer.
A.Y.:
Puoi gentilmente spiegraci cosa è accaduto realmente a L. tanto da farvi allontanere dalla cittadina?
Cosa c'è di vero o di plausibile negli accadimenti che narrerà il film? Sono nate molte leggende in merito, ti senti di smentirle o confermarle?
Greco:
Anche a questa domanda non posso rispondere. Ma è solo perché svelerei il cuore del film.
A.Y.:
Avete scoperto maggiori informazioni sulla misteriosa confraternita che si riunisce a L.? Di che tipo di organizzazione religiosa si tratta? Ve ne sono altre? Dove operano? Perchè sarebbe un ordine pericoloso?
Greco:
Tra le varie cose per lo meno ambigue che sono capitate durante le riprese il fatto che nessuno (n-e-s-s-u-n-o) volesse darci dei dettagli concreti è stato tra i più inquietanti.
La Confraternita della Santissima Trinità è un ordine di matrice cattolica ma i componenti sono tutti laici, e vengono dalle parti più varie d'Italia. Nonostante abbiamo fatto decine di sopralluoghi, incontrato parecchie persone e fatto ricerche approfondite, non siamo riusciti a capire cosa facciano questi "fradei" (fratelli) a L. Abbiamo parlato anche con un fradeo, M. del luogo, ma oltre a farci vedere la tunica rossa con cui si flagella e ad averci parlato dei profondi motivi religiosi legati ad un'interpretazione particolare della trinità cattolica, non ci ha rivelato nulla.
Non ne parla nessuno, neanche Gianni Sparapan, che è intervistato nel documentario e ci ha dato una grossa mano per il resto, come viene mostrato quando si parla dei fradei si blocca e passa ad altro.
Comunque il termine "pericolosa" non so quanto sia appropriato. Magari il motivo per cui si celano dietro tutta questa segretezza a che vedere con semplici e ragionevoli questioni di privacy...
A.Y.:
Grazie Federico per la tua disponibilità.
Greco:
Grazie a voi...
STUDI LOVECRAFTIANI
ANNO I, N. 1 (di Pietro Guarriello - v.le dei Narcisi,1 - 64025 Pineto TE studilovecraft@yahoo.it)
INTERVISTA A CURA DI MICHELE TETRO
Tetro- Due parole su come definiresti in nuce il documentario "Lovecraft: ipotesi di un viaggio in Italia".
Greco- Si tratta di una riflessione scaturita dal ritrovamento di un diario di viaggio che ancora oggi io e Roberto non abbiamo nessuna prova definitiva per stabilire se appartenga a Lovecraft, se non le opinioni di alcuni esperti e certe aderenze tra il contenuto del manoscritto e quanto è scaturito dalla ricerca nei luoghi reali. Meglio: una riflessione indiretta, originale e suggestiva su Lovecraft attraverso un suo ipotetico viaggio nel Polesine, terra di “acqua e fango” e di misteri.
T- La notizia di un documentario che avrebbe a che fare con un supposto
viaggio di HPL in Italia ha scatenato stupore tra gli addetti ai lavori, che
sanno perfettamente quanto ciò sia assolutamente impossibile.
G- Ti dico subito che sull’impossibilità teorica siamo abbastanza d'accordo con te (non a caso l'ultima frase del documentario è di Castelli, che afferma "...questo viaggio, forse vero forse immaginario"), anche se non del tutto. Devi ammettere però che è un'ipotesi affascinante, sulla quale abbiamo pensato di giocare fino ad impegnarci a farne un prodotto audiovisivo, e quindi molto complesso. Ed è stato veramente straordinario: le ricerche, le interviste, il viaggio in Polesine e a Venezia, tutte le riflessioni e le idee che scaturiscono dall'ipotesi. Ogni tanto abbiamo addirittura incontrato persone più realiste del re, per esempio Eraldo Baldini, che quando ha saputo della faccenda non si è minimamente scomposto – pur conoscendo la biografia di Lovecraft e quindi ammettendo che si tratterebbe di un fatto quasi impossibile. Anzi, ci ha detto in tutta semplicità che ha sempre immaginato Lovecraft a passeggio per Comacchio, che lui ritiene identica a Innsmouth. Diceva che solo dal contatto diretto con una cultura millenaria come quella italiana (e non quella americana, ovviamente) HPL poteva ispirarsi così dettagliatamente per certe descrizioni. Oppure Chiara Crepaldi, straordinaria antropologa ed etnomusicologa di Adria: dopo un forte scetticismo iniziale rispetto alla nostra convinzione secondo la quale nei "Racconti del Filò" poteva esserci indizio di esseri fantastici mezzi-uomo e mezzi pesce, e addirittura una certa ostilità, alla fine stimolata dalle nostre insistenze ne ha trovato traccia nei racconti degli anziani nonni o bisnonni dei suoi allievi. Ma solo quelli che vivono in abitazioni sui canali o sulle golene del Po e dell'Adige. Purtroppo nei 26' del documentario (minutaggio richiesto da Studio Universal) non abbiamo potuto inserire tutti gli elementi a favore e tutti quelli contro (e ce ne sono moltissimi). Io e Roberto contiamo di farlo più in là, in una versione più lunga, forse in DVD, con bonus e approfondimenti vari. A dirla tutta durante le riprese del documentario sono capitate anche faccende strane e inquietanti – alcune ancora attendono una spiegazione chiara –, non tutte legate a Lovecraft.
Ma questa è un’altra storia…
T- Essenzialmente si sono creati due fronti nel tuo pubblico: i puristi che
non lo trovano affatto aderente al vero, neppure lontanamente, negando
(sovente con buone osservazioni) anche solo la possibilità che possa essere
accaduta una cosa del genere, e chi invece lo considera una specie di
"bufala" alla "Blair Witch Project" e apprezza il tentativo fatto. In
realtà, la cosa che non è andata tanto giù è il fatto che ovunque la tua opera
venga definita, seriamente, un "documentario" mentre forse sarebbe stato
meglio definire il tipo di categoria a cui appartiene: "ricostruzione
fantastica" del presunto evento sarebbe stata molto meglio, per dirne una.
G- Su
questo invece non sono d'accordo: come si potrebbe fare, altrimenti, oggi, un
documentario su Lovecraft? Non esiste ovviamente materiale di repertorio, né la
possibilità della sua stessa testimonianza. Praticamente tutti quelli che lo
hanno conosciuto sono morti. E' ovvio che c'è bisogno di "ricostruire", come
dici, ma è esattamente quello che fanno tutti i documentari. Più o meno bene. E
ti dirò che almeno in questo caso si riesce a ricreare un'atmosfera molto vicina
a quella delle sue opere,
come invece non accade in altri casi. Vedi per esempio il bruttissimo –
"spacciato", quello sì, per documentario – Out of Mind: far vedere i
mostri di Lovecraft è la cosa più sbagliata che si possa fare quando si vuole
portarlo su grande schermo. La potenza delle storie lovecraftiane risiede quasi
esclusivamente nella sua enorme capacità di controllare “la scrittura”. Non c’è
quasi nulla di più anti-cinematografico di Lovecraft, e poco di così altamente
letterario. Se si decide quindi di trasportarlo su schermo (film o documentario)
bisogna essere molto consapevoli di questo. E ragionare non nella direzione di
una classica trasposizione, ma di una riscrittura vera e propria, di una
traslazione da un linguaggio all’altro. Tra Lovecraft è la sua trasportabilità
cinematografica secondo me c’è lo stesso rapporto che c’è tra la realtà e la
letteratura di genere. Il noir, il poliziesco, l’horror, la fantascienza, il
western… quando sono di alto livello (ovviamente non mi riferisco all’enorme
quantità di paccottiglia) sono strumenti letterari e cinematografici molto più
utili di quelli tradizionali per scavare nelle dinamiche della società. Sono
grimaldelli nei quali la narrazione non realistica è il piano di una metafora
dalle straordinarie potenzialità di analisi del reale. Molto di più di quanto
può fare la letteratura tradizionale. Che infatti, almeno in Italia, non fa.
Carlotto, Evangelisti, Lucarelli, Macchiavelli, per rimanere dalle nostre parti
(per non parlare quindi di Manchette e altri), raccontano la nostra società
molto meglio di altri. Eymerich, o Eddi Florio, sono esistiti, ma quella che
racconta Evangelisti non è la loro biografia esatta. E’ grazie a questa
infedeltà però che il Trecento e gli Anni Trenta sono descritti come raramente
accade. Così: forzare la verosimiglianza biografica rispetto a Lovecraft è un
grimaldello per ricostruire le sue atmosfere, le dinamiche dei suoi racconti, la
sua visione di un mondo dove quello che vedi non è detto che abbia colpito
veramente la retina dei tuoi occhi. Sempre, bada bene, che il manoscritto
risulti veramente un falso. Nel nostro caso dunque abbiamo deciso di sfruttare
l'evento fortuito del diario e di impostare un approccio diverso: non importa,
in fondo, se il manoscritto sia vero o meno: importa se il documentario è
guardabile, se ti fa entrare nel mondo di HPL. Se fa parlare di lui. Dunque vedi
che, se sia o meno plausibile – biograficamente parlando – che Lovecraft sia
venuto in Italia, è secondario.
Quello che ci interessa, o che ci dovrebbe interessare, è chi era come artista,
e in questo crediamo di essere riusciti a offrire un punto di vista
interessante. Ma soprattutto, e questo è quello che cerco di fare ogni volta che
affronto un autore per immagini, un documentario serve a far incuriosire, a
portare più gente possibile verso l'autore e a far sì che venga letto, che venga
conosciuto. Basti da solo il fatto, fra tanti, che del Nostro se ne è occupato
Aldo Grasso sul Corriere della Sera, in una rubrica di solito riservata al
Grande Fratello o a Mara Venier. O che ne ha scritto il Radio Corriere Tv (con i
soliti nudi in copertina), e numerosi quotidiani veneti, sui quali il nome
Lovecraft secondo me non appariva da vent'anni, se mai è apparso.
Adesso speriamo che la faccenda si allarghi anche fuori dall'Italia e che la
fama di Lovecraft raggiunga quella di Dick e di molti altri che, non superiori a
lui, hanno avuto più fortuna.
Dunque: "documentario", sì, a tutti gli effetti.
T- Eppure per dare credito pur di poco questa ipotesi, su cui comunque si regge il documentario, bisognerebbe cancellare totalmente parte della ormai confermata biografia di HPL, cambiare addirittura opinione sulla persona, "riscriverla" con inedite coordinate che "stonerebbero" con il Lovecraft che fuoriesce, più che dai racconti, dal fondamentale epistolario. In realtà, al giorno d'oggi (e fortunatamente) la conoscenza di HPL non è più cosa solo per esperti studiosi. Soltanto negli ultimi 10-15 anni v'è stato un notevole (a volte addirittura esagerato) surplus di interessamento lovecraftiano, un po' in tutte le arti. Il suo nome è ora nei dizionari letterari, con pari dignità nei confronti di altri autori prima snobbati, le tesi di laurea su di lui abbondano (in Italia già tre o quattro), il cinema di genere vanta già una ramificazione lovecraftiana (per quanto il più delle volte falsa), "lovecraftiano" è addirittura un neologismo molto usato. Raggiungere la fama di Dick... penso siamo già ben oltre. Però il rischio di fraintendimento lovecraftiano è ancora alto, ed è per questo che una frangia di studiosi devoti sta particolarmente all'erta... Troppe sciocchezze sono state dette e ancora circolano su di lui. Lo zoccolo duro dei suoi appassionati teme che non tanto l'opera quanto la "figura" di HPL possa perdere punti a causa di irresponsabili trovate. Sono ancora molti a credere che HPL sia stato seguace della magia nera e che il "Necronomicon" possa esistere davvero. Questo vuol dire non aver capito nulla di HPL. Certo, c'è chi ci gioca e magari pubblica tomi necronomantici che più che scherzi non sono (ma "qualcuno" ci casca sempre).
G- Ci
aspettavamo reazioni dure, almeno da parte degli affezionatissimi. Mi dispiace
lo stesso però che quasi nessuno
abbia colto il senso del progetto e mi dispiace che sia accaduto proprio a dei
lovecraftiani, che si sono impantanati
in sterili discussioni e si sono fissati sulla cosa veramente secondaria di
tutto il documentario, sul dito invece che sulla luna che indica: la
verosimiglianza filologica o meno del manoscritto e del viaggio. La "lotta per
stabilire le verità fondamentali" su Lovecraft è stata anche un impegno nostro.
Anche se non siamo degli espertissimi come voi, ma solo dei grandi appassionati.
E' che abbiamo scelto un modo un po' traumatico. Non solo all’interno del
documentario, dove non è stato possibile andare fino in fondo per questioni di
tempo e budget, ma anche nelle eventuali discussioni che questo susciterà. Per
esempio questa. Qui noi stiamo parlando sì della verosimiglianza del
manoscritto, ma stiamo anche ragionando su Lovecraft da un’angolazione
abbastanza accattivante. Almeno credo. E spero.
Ribadisco: da quanto tempo non si sentiva parlare di Lovecraft sul Corriere
della Sera, su FilmTv, sul Radio Corriere Tv, sul Resto del Carlino, su RomaOne,
su Cinecittanews, su SKY TG 24 e persino su T9 (per citarne alcuni)? E non mi
sembra che l’abbiamo fatto passare per un pazzo maniaco occultista tipo l’Ulrico
di Magonza di Magus... Né in quelle occasioni né nel documentario. Se poi
accanto alle nostre conoscenze e opinioni si affiancassero le vostre, forse
stavolta si riuscirebbe a diffondere il "verbo" un po' di più,
facendolo uscire dalla nicchia delle pur straordinarie riviste
specializzate.
T- Come ti accennavo la lotta per stabilire le verità fondamentali su HPL in Italia è stata davvero dura per tutti coloro che si sono avvicinati al problema, ed è ancora in corso. Per questo le reazioni al documentario di primo acchito sono state fortemente critiche. Non è detto che non possano cambiare, alla luce di quanto dici...
G- Questo documentario non serve ad aggiungere qualche tassello in più alla “conoscenza” dell'autore (in quel caso la filologia sarebbe essenziale). Ma alla “comprensione” dell’autore (in questo caso bisogna saperlo interpretare). Credo allora che siamo riusciti a suggerire il cuore della narrativa lovecraftiana, facendo non un documentario "su" Lovecraft ma "alla" Lovecraft. Che dal mio punto di vista vuol dire "su" Lovecraft al quadrato. Ma c’è un altro elemento, per quanto qui rischio un’eccessiva esemplificazione. Spero anche che il doc serva ad incuriosire chi non l'ha mai letto, o mai sentito nominare, o letto male. Non puoi costringere chiunque dicendogli che deve vedersi un documentario filologicamente corretto su Lovecraft. E' come pretendere che un adolescente si appassioni al concetto di sezione aurea chiedendogli di studiarsi un libro di Hofstadter o di Odifreddi (e ho citato due grandi e divertenti divulgatori!). Se però inizi il discorso parlando della stella a cinque punte delle BR... Così, se dici al signor chiunque che c'è un documentario che parla prima di tutto di "robe strane" forse se lo vede. E poi sfili dalla manica Lovecraft... Per questo lo sfruttamento dell'idea "narrativa" del diario e non un saggio filologicamente corretto. Mi preoccupa un po’, però, la tua affermazione relativa al fatto che dal momento che io ti spiego le mie ragioni allora forse il documentario potrebbe piacerti. Detto molto sinceramente: Ipotesi di un viaggio in Italia sta piacendo moltissimo quasi a tutti, in stragrande maggioranza non-lovecraftiani (sempre che non-lovecraftiani si possano definire, tra questi, Sergio Bonelli e Alfredo Castelli); mentre io e Roberto eravamo convinti che chi si sarebbe divertito di più sareste stati voi, i duri e puri. Senza che ve lo spiegassimo, proprio perché – lovecraftiani fino al midollo – l’avreste compreso più di ogni altro. Insomma… devo dirla tutta? Ho l’impressione di aver toccato la Madonna in un mondo di suore; che ci posso fare se riesco ad esprimermi meglio, a favore della Madonna, bestemmiandola?
T-
Facendo lo sforzo di fingere di non aver letto alcun commento prima e di non
conoscere alcunché della diatriba suscitata, l'impressione che ho avuto nel
vedere il documentario, tenendo conto che, a quanto mi dici, del girato
originale abbiamo visto solo una piccola parte, è in effetti non sussistano
tanto le cause della "querelle". Tutto è lasciato un po' nel vago (intanto non
si evince chiaramente da dove sia saltato fuori il diario e tutto quel che
potrebbe conternervi) e anche la figura di Lovecraft
è solo sinteticamente abbozzata. Mi pare che l'opera possa ben giustificarsi
così: non tanto un lavoro su un ipotetico viaggio di Lovecraft in Italia e nel
Polesine, con la figura dello
scrittore al centro del documentario, quanto un documentario sulle tradizioni
fantastiche del Polesine viste (filtrate) attraverso un'ottica lovecraftiana. Se
considero così il tuo filmato, tendo ad apprezzarlo in quasi tutte le sue parti.
Uno spunto fantastico (la scoperta del diario) può perciò inserirsi in un
percorso reale (antropologico, culturale, tradizionale) in un mondo ricco di
fascinazioni immaginifiche, in cui il "Virgilio" conduttore è proprio il
Solitario di Providence. Così lo trovo bello, interessante, intrigante. Se
invece la reale idea è quella di portare avanti il discorso sulla veridicità del
diario a tutti i costi, cosa che tu stesso hai negato... meno bello. Poco
intrigante. Anche ingenuo.
G-
Infatti: non faremo mai abbastanza per sottolinearlo, anche se non è vero che
abbiamo negato la veridicità: abbiamo sospeso semplicemente il giudizio. Non ce
ne frega niente di confermare la veridicità del diario. Il diario è uno spunto,
e continuo a fare fatica a capire perché ci si impunta tanto su questa faccenda.
Ma probabilmente per chi, come voi, è abituato a subire
mondezza fraudolenta fine a se stessa che gira per il mondo è difficile
staccarsi dalla volontà di difendere il dato filologico. Lo capisco. Diciamocela
tutta: se io volessi difendere la veridicità del diario lo farei principalmente
per uno scopo: farci i soldi vendendolo per vero su E-Bay. E non è così. E
comunque c’è una terza via rispetto alle due che hai proposto: così ho
l’occasione di rispondere meglio e definitivamente alla prima domanda che mi hai
fatto in questa intervista. Il documentario è un viaggio dentro Lovecraft, che
usa come strumento un altro viaggio – stimolato da un manoscritto ritrovato,
spunto straordinariamente lovecraftiano – dentro la suggestiva e misteriosa,
lovecraftiana, cultura del Delta. Ed è ovviamente questa visione l’unica che
condivido.
(primavera 2005)
H.P. LOVECRAFT – IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA
Un articolo di Luca Nisi
A volte è solo una lettera ingiallita che permette alla fantasia dello scrittore d’indossare di nuovo il guanto della sfida. Un incredibile notizia illumina d’immenso la stanza vuota dell’ispirazione. È così che comincia questa storia: con una lettera - diario ritrovata tra le pagine di un libro (mi piace immaginare che fosse un edizione in lingua originale di “Alle montagne della follia”). La polvere, sinonimo di sporco ma, allo stesso tempo, sostantivo che sì adatta perfettamente all’aggettivo antico. Roberto Leggio, appassionato di letteratura Lovecraftiana, acquista un libro in un banco di antiquario a Montecatini e, attraverso le pagine ingiallite del manoscritto datato 1926, rinviene un'incredibile scoperta. Questo diario ritrovato, dopo un attenta lettura, riapre in modo eclatante la vita e la storia letteraria di Howard Phillips Lovecraft. Il manoscritto è indirizzato ad Alfred Galpin (pupillo di Lovecraft, il quale ha vissuto gli ultimi anni della sua vita proprio a Montecatini, insieme alla moglie italiana Isabella Panzini). Il documento risalente al maggio del 1926, descrive le tappe di un viaggio attraverso la “Terra dei grandi fiumi”, il Polesine. Al diario si alternano degli appunti che formano una sorta di annotazioni per una successiva stesura di racconti dell’orrore. Lovecraft, che nella sua biografia abbiamo conosciuto come un solitario ed una persona estremamente legata alla terra che gli ha dato i natali, avrebbe lasciato Providence ed attraversato l’Oceano, per visitare in modo dettagliato l’umidissima zona del Delta del Pò (lui, afflitto da croniche idiosincrasie!). Roberto Leggio e Federico Greco (documentarista e giornalista), con il supporto di Sebastiano Fusco (esperto di Lovecraft) e del professor Gianni Sparapan (antropologo e storico del Polesine), trasformano il manoscritto in una sorta di mappa, e seguono minuziosamente il viaggio da Venezia (dove sul manoscritto l’autore dichiara di aver visitato la biblioteca Marciana per consultare il libro proibito “Le stanze di Dzyan”) fino alle lande più sperdute del Polesine. Così nasce il documentario: “H.P. LOVECRAFT – IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA”. Perché è d’ipotesi che gli autori parlano. In un'intervista affermano: “Non si pretende di dimostrare qualcosa di certo con questo documentario, solo una possibilità”. Il documentario è prodotto dalla Digitaldesk. Studio Universal (SKY) ne ha acquistato i diritti, rendendo in tal modo omaggio al nostro amato maestro. La possibilità che il diario sia vero è dimostrabile apparentemente dalla calligrafia del documento; gli pseudonimi usati (l’autore si firma Grandpa Theo, pseudonimo con cui il maestro Lovecraft si firmava a parenti ed amici) e lo stile nella narrazione non lascerebbero dubbi. È dalle leggende venete e dai lugubri luoghi intorno al Po’ che Lovecraft prende spunto per la stesura di alcune storie (The Shadow over Innsmouth, The Dunwich Horror, The Call of Chtulhu, tutte opere successive al ’26)? Il documentario ci mostra una possibilità, (ventisei minuti intriganti e convincenti), io nel mio piccolo preferisco rispondere: ipotesi affascinante. Lovecraft ci ha lasciato a soli 46 anni (1937), donandoci il più innovativo e importante filone gotico dell’orrore. Lovecraft è stato sempre sinonimo di mistero, di entità mostruose venute dalle stelle, di esseri provenienti dagli abissi; ci ha descritto città lagunari e portuali infestate da abitanti dalla pelle decadente e gli occhi sporgenti. Quest’altro tassello non fa altro che alimentare il mito di un uomo che ha condiviso con noi (umili allievi) l’amore indiscusso verso la fantascienza e l’orrore. Bentornato Mestro.
2 12 2004
maggio 2005
1. S.C.: A prescindere dalla autenticità del manoscritto (ancora da dimostrare), quali emozioni avete provato nell’aver scoperto qualcosa che potrebbe essere appartenuta ad uno dei più grandi narratori fantastici del ‘900?
R.L. La prima cosa che mi viene in mente è come la casualità sia entrata di prepotenza nella mia vita. A dire il vero sulle prime il plico contenente il documento non mi aveva emozionato più di tanto. Probabilmente perché scritto in inglese che, seppur con una grafia regolare, era difficile da leggere. La cosa che invece mi ha più affascinato era la cartolina raffigurante le Procuratie Nuove di Venezia con quella firma “Granpa Theo”. Ma anche lì il collegamento non l’ho fatto subito. Poi un giorno ho avuto l’illuminazione. Nonno Theobaldus era uno dei tanti pseudonimi che usava di sovente Lovecraft quando teneva i suoi rapporti epistolari con parenti ed amici. A quel punto mi sono lanciato nella lettura del manoscritto prendendo un sacco di appunti quando una frase me ne ricordava un’altra che avevo letto nei suoi racconti. La cosa più inquietante è stato quando ho potuto constatare che alcuni passi de La Maschera di Innsmouth erano molto simili a dei passi riportati nel manoscritto. Non nego che mi tremavano le gambe al solo pensiero che per un caso fortuito ero venuto in possesso di un documento del genere. Sapevo per inciso che Lovecraft non aveva mai fatto lunghi viaggi, oltremodo fuori dagli Stati Uniti. La cosa di per sé sembrava pazzesca. E forse lo è ancora adesso. Quindi non si possono descrivere le emozioni che provavo mentre andavo avanti con la lettura. Una cosa comunque era ben chiara: come potevo dire al mondo che quello che avevo trovato su un banchetto di antiquariato, in Italia per giunta, poteva appartenere a Lovecraft? Chi ci avrebbe mai creduto? Certo, mi venne in mente subito Sebastiano Fusco. Ma potevo permettermi di andare da lui e dirgli semplicemente “Signor Fusco, mi trovavo a Montecatini e per 15 euro ho comperato una lettera manoscritta di Lovecraft? La vuole vedere?” Come minimo mi avrebbe preso per pazzo, se non addirittura per mitomane. Così ridendo e scherzando chiamai Federico, che come me divide la passione per i miti di Cthulhu. Ci incontrammo a casa mia e dopo averne riletto dei passi prendemmo la decisione di contattare Fusco. Anche a costo di fare la figura degli stupidi. Così mi feci dare un appuntamento. Per l’evento Federico portò la sua telecamera. Il nostro intento era anche quello di filmare le sue reazioni davanti ad un documento del genere. Il resto è cosa nota.
2. S.C.: Come è nata l’idea di farne un documentario?
F.G. Quando abbiamo deciso di scoprire innanzitutto se il
viaggio descritto nel diario aveva delle aderenze reali o era frutto di
fantasia. Prima ancora cioè di cominciare ufficialmente la verifica della
paternità lovecraftiana. Che in effetti non abbiamo ancora affrontato fino in
fondo, tutti presi dal progetto che ci è cresciuto tra le mani inaspettatamente.
Io avevo girato alcuni documentari per la televisione, soprattutto sul cinema.
Tra questi Stanley and Us, un viaggio impossibile sulle tracce di Stanley
Kubrick compiuto da una troupe di tre documentaristi in giro per l’Europa. Ma
ogni volta che decidevo di affrontare un argomento – sono quasi sempre riuscito
a trovarmi nelle condizioni di realizzare documentari su oggetti che conoscevo –
lo controllavo già abbastanza bene da prima di iniziare le ricerche. Di Kubrick,
per esempio, ero un fanatico monomaniaco da diversi anni. Di Lovecraft invece né
io né Roberto eravamo “esperti”. Lo conoscevamo perché siamo entrambi
appassionati letteratura horror e noir (Roberto ha scritto nel passato anche
alcuni racconti), ma allo stesso livello di Matheson, Howard, Bloch… Detto fra
noi sono un avido lettore, piuttosto, di Evangelisti, o Manchette sul fronte del
noir.
Insomma io e Roberto decidiamo di verificare il tragitto descritto nel diario e
partiamo per il Polesine. Roberto è di quelle zone e questa era l’unica cosa che
ci tranquillizzava. Io invece non le conoscevo. Ovviamente ci portiamo una
telecamera, la mia. Tornati a Roma, iniziamo a scrivere una traccia di un
documentario possibile. Dopo quel primo sopralluogo superficiale avevamo
vagamente intuito che la millenaria cultura polesana poteva ben aderire alle
atmosfere scure dei migliori racconti di Lovecraft. In particolare eravamo
venuti a conoscenza dei Racconti del Filò, storie di “Streghe, morti ed esseri
fantastici” come recita il titolo di un importante raccolta della professoressa
Milani di Padova. Tra questi esseri c’erano tracce di creature a metà tra l’uomo
e il pesce. In realtà si tratta di leggende abbastanza comuni a molte
popolazioni sparse su tutta la terra, ma l’appartenenza a quei luoghi era
affascinante. Quei luoghi, erano affascinanti…
Dopo qualche giro per case di produzione e le doverose porte in faccia,
riusciamo a infilare il piede nella porta della Digital Desk. Pier Giorgio
Bellocchio crede nel progetto e con Andrea Marotti inizia l’affannosa ricerca
dei soldi.
3. S.C.: La sua diffusione rimarrà esclusiva di Studio Universal, o in futuro ci sarà la possibilità di entrare nelle case di più italiani?
F.G. Pare, dico pare, che il documentario si potrà vedere su
RAI DUE all’interno di un format molto seguito di seconda serata. Probabilmente
avrete già capito di cosa sto parlando. Per ora non posso dire molto. Però, e
anche qui purtroppo non posso ancora approfondire, al documentario sta per
essere affiancata una versione cinematografica di circa 90’, prodotta sempre
dalla Digital Desk insieme con la Minerva Pictures. In quest’occasione verrà
raccontato quello che è accaduto alle sei persone di troupe durante gli undici
giorni di riprese nel Polesine. Non è stato tutto piacevole. Diciamo…
indimenticabile. Il titolo del film d’altronde parla da solo: Road to L. (che in
inglese sta per Strada per L. – cioè Loreo, il paesino in cui Lovecraft e noi
della troupe abbiamo fatto base; ma anche, per assonanza, Strada per l’inferno.
Oppure, perché no, Strada per Lovecraft).
Forse c’è anche in ballo una versione in DVD del documentario.
4. S.C.: Raccontateci qualcosa sulle vostre giornate “on the road” e sull’atmosfera che si respira in quei luoghi così suggestivi.
R.L. Il Polesine è per sua conformazione orografica un posto
che si sposa bene per una avventura on the road. Ci sono argini, rivoli,
villaggi abbandonati e strade che veramente non portano da nessuna parte. A
volte basta un niente per perdersi e girare intorno senza sapere dove si è
arrivati. Che poi è quello che è successo anche a noi. Ad ogni modo la nostra
giornata cominciava con un piano preordinato anche se poi ci trovavamo a girare
tutt’altro. Dipendeva dagli indizi che scoprivamo e dalle persone che
incontravamo. Ad esempio, Sparapan ci portava in certi luoghi che per noi erano
quelli descritti nel manoscritto, poi però questi risultavano diversi se non
addirittura insignificanti e, quindi battevamo altre strade. Un’intuizione
giusta è stata quando Sparapan ci ha portato a S. Maria in Punta. In quel luogo
non solo il fiume si allarga come la bocca di un enorme serpente…
F.G. …da qui l’intuizione che le parole del manoscritto “In its
mouth”, cioè “nella sua bocca” (del Po) corrispondano appunto a S. Maria in
Punta e che nel caso Lovecraft abbia usato quella frase per inventare il nome di
“Innsmouth”…
R.L. …ma nel paesino abbandonato abbiamo trovato le case con le
finestre sbarrate. Non nego che sono stato preso da un senso di vertigine.
Sembrava veramente di essere dentro la parola scritta di Lovecraft. Certo era
eccitante aver trovato un indizio come quello ma dall’altra parte tra la troupe
si è diffuso un certo nervosismo che poi si è ripercosso per tutta la durata
delle riprese Ma questa è solo una delle tante similitudini che abbiamo potuto
toccare con mano in quei giorni. Un’altra ad esempio è quella della
Confraternita dei Fradei a Loreo. Ancora adesso c’è chi è convinto che essi
consumino un rito segreto nei sotterranei della chiesa del paese. Noi abbiamo
fatto un giro là sotto e quello che abbiamo visto non era propriamente
“religioso”. Ad ogni buon conto le atmosfere non sono così pesanti come si
pensa. Non ci sono misteri alla “Casa dalle Finestre che ridono” per intenderci,
anche se qualche reticenza nelle parole della gente l’abbiamo potuta constatare
e siamo stati oggetto di un vero e proprio avvertimento. Ma a conti fatti dopo
un mese immersi nella solitudine di quei luoghi, forse ci siamo fatti
influenzare più del dovuto. Se così non fosse stato non avremmo avuto tutto quel
materiale che abbiamo portato a casa. Di più preferirei non dire.
5. S.C.: Quali aspetti avete privilegiato nel documentare una vicenda ancora così densa di interrogativi, e quali avete dovuto invece tralasciare?
R.L. Abbiamo cercato di filmare tutto quello che secondo noi
aveva a che fare con il manoscritto ritrovato, soprattutto il senso di mistero e
di scoperta che traspare dalle pagine del documento. Mettiamoci anche il pizzico
di avventura che ci stava coinvolgendo. Alcuni interrogativi sono stati svelati:
“L.”, ad esempio, è ormai chiaro essere Loreo, come l’albergo disegnato nel
manoscritto è quasi certamente l’albergo Cavalli. Al contrario abbiamo cercato
di non tralasciare nulla anche perché abbiamo filmato tutto quello che capitava
mentre proseguivamo nelle nostre indagini. In questo senso abbiamo girato un
instant-movie. Il problema grosso si è affacciato in moviola dove Fulvio Molena,
il montatore, ha dovuto fare delle scelte drastiche per poter cercare di dare un
senso compiuto al nostro viaggio e al nostro documentario.
F.G. Personalmente mi dispiace di non aver potuto approfondire
la ricerca delle tracce di Lovecraft presso la Biblioteca Marciana. Nel
manoscritto si parla chiaramente del fatto che ha consultato alcuni libri, tra
cui uno in particolare, il cui titolo è stato cancellato con forza fino a bucare
la pagina del manoscritto, che ha tutta l’aria di essere Le stanze di Dzyan.
Ovviamente – visto che Le stanze non esistono se non nella fantasia di Madame
Blavatsky – non credo si tratti di quello. Ma di cosa si trattava allora?
Ancora: Lovecraft pare essersi spinto a visitare anche la necropoli di Spina,
vicino Comacchio, dove ha potuto osservare, tanto da disegnarla, l’ansa di
un’anfora etrusca dall’aspetto di un essere mezzo uomo e mezzo pesce. Abbiamo
poi scoperto che quella stessa ansa, identica (!) è stata trovata negli anni ’90
del secolo scorso in un’altra necropoli, quella di Ca’ Cima presso Adria. Come è
possibile che Lovecraft abbia disegnato un oggetto settanta anni prima della sua
scoperta? A meno che – diversamente da quanto abbiamo per il momento potuto
scoprire – quell’ansa non fosse stata trovata anche nel 1926 a Spina.
In realtà le strade che non abbiamo approfondito sono moltissime. Ci vorrebbe un
intero libro per parlarne.
6. S.C.: Come si sono posti Sebastiano Fusco e Gianfranco
De Turris nei confronti della possibile sensazionale scoperta?
R.L. Superata la meraviglia di un ritrovamento del genere, entrambi ci hanno dato la loro completa disponibilità. Fusco è stato forse il più appassionato. Fin dal primo momento si è lasciato prendere dal piacere della scoperta. Ha letto il documento così bene che alla fine poteva recitarcelo a memoria. Ricordo che ogni volta che lo incontravamo, lui ci esponeva i dubbi, le perplessità ma anche le certezze che quel documento che stava esaminando doveva essere per forza stato scritto la Lovecraft. “Qui – diceva – questa “e commerciale” è proprio quella che usava Lovecraft…. Qui, invece, vedete come fa uso della sintassi, ed il modo di descrivere i luoghi? Nessuno può aver scritto queste cose se non lui!”. In pratica si è affezionato al documento come se fosse un suo figlio. Ma nonostante tutto questo entusiasmo non ha mai dato per scontato che non possa trattarsi di un falso. Anche perché a tutt’oggi la certezza matematica non esiste. De Turris, invece, è sempre stato molto attento nel dare giudizi affrettati. Anche perché, al contrario di Fusco, il documento l’ha solo visto e leggiucchiato. Ma alla fine si è posto la domanda del chi e perché qualcuno si sarebbe dovuto prendere la briga di scrivere un documento del genere. E se non è stato Lovecraft? Questo è un altro grande mistero a cui non siamo mai riusciti a dare risposta.
7. S.C.: Come era e come è attualmente il vostro rapporto con l’opera dello scrittore di Providence?
F.G. Si è evoluto da semplice amante della sua letteratura a –
inevitabilmente – quasi-esperto. Faccio fatica ad usare appieno la parola
‘esperto’, perché ultimamente mi sono reso conto, parlando con alcuni dei veri
esperti lovecraftiani d’Italia (a parte Fusco, De Turris e Lippi), che essere
lovecraftiani significa molto di più, per esempio, di essere kubrickiani. Il
lovecraftiano – ecco, io non sono certo un lovecraftiano – è per forza di cose
un mezzo genio: perché non conosce solo i racconti, i saggi, le poesie e i
trattati scientifici che Lovecraft ha scritto, ma anche le decine di migliaia di
lettere che ha compilato fino alla sua morte. Lettere lunghe anche un centinaio
di pagine. E tra queste, tra l’altro, ci sono capolavori ancora sconosciuti ai
più. Essere lovecraftiani, ho capito, significa anche essere rigorosissimi:
soprattutto non credere possibile neppure per un secondo che il manoscritto
ritrovato a Montecatini possa essere vero. E senza neppure vederlo, a
prescindere.
Ecco perché io non potrò mai essere un lovecraftiano, anche se ultimamente le
circostanze mi hanno spinto a leggerlo molto attentamente e a ragionare sulla
sua letteratura. Perché non sono capace di immagazzinare una mole così possente
di dati su un singolo autore e di difenderne così brillantemente l’apparato
filologico. Preferisco entrare nel mondo di uno scrittore, soprattutto se ha
scritto racconti horror dalla fantasia sfrenata, dalla porta di servizio.
Osservare in silenzio e coglierne l’essenza. E magari cercare di riprodurla con
gli strumenti che mi sono più consoni e a portata di mano. E non sono certo la
scrittura, né la filologia, né l’enciclopedismo. Ma la fantasia e – a mia volta
– l’invenzione.
R.L. Da parte mia non è assolutamente cambiato. Lo reputo
tuttora un grande scrittore. Un sognatore che è riuscito a portare sulla carta
le sue paure e la sua visione del mondo. E anche se risultasse che non è mai
venuto in Italia e che il manoscritto sia frutto di letture e di leggende
narrategli da qualcuno, vuol dire che la sua fantasia ha davvero superato la
realtà. In questo senso mi viene da paragonarlo a quei pittori iperrealisti che
nelle loro opere danno una visione del mondo più reale del reale. La materia dei
suoi racconti è posta sotto al microscopio e la narrazione trattata come un
documentario. Sta solo a noi saper guardare sotto la crosta della normalità. Che
poi è quello che abbiamo cercato di fare io e Federico mentre filmavamo le cose
che ci sono capitate… ma forse adesso sto andando fuori tema.
8. S.C.:Nonostante Lovecraft sia oramai unanimemente equiparato a E. A. Poe, sembra che la televisione tenda ancora a snobbarlo: “H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia” potrebbe fungere anche da viatico di divulgazione della sua vita e della sua opera?
F.G. E’ esattamente uno dei motivi per i quali io e Roberto
abbiamo deciso di intraprendere questo faticoso viaggio nel suo mondo. Purtroppo
l’Italia ha tre difetti dal punto di vista dell’editoria. Innanzitutto si legge
pochissimo. Poi si legge poca letteratura di genere. E infine, se la leggi sei
considerato un idiota. Lovecraft è un autore pienamente ascrivibile al genere,
ma purtroppo non gode del credito di cui gode Poe. E neppure di quello di Dick.
Ma la differenza con Dick è che dallo scrittore californiano nato a Chicago sono
stati tratti bei film. Dai racconti dello scrittore di Providence invece, ad
oggi non risulta un solo film che gli abbia fatto giustizia. Se possiamo
contribuire a muovere le acque, lo facciamo con entusiasmo. E se la situazione
editoriale è quella che vi ho appena descritto, quella della televisione è molto
peggiore. Quindi ben vengano progetti del genere.
R.L. E’ quello che abbiamo pensato una volta iniziato a
lavorare sul documentario. Sono convinto che Lovecraft non sia stato mai
valorizzato come dovrebbe. Per molti Lovecraft è solamente un mediocre scrittore
dell’orrore che ha inventato una cosmogonia per una piccola cerchia di pubblico.
Invece nessuno si rende conto che, al contrario di Poe, Lovecraft ha influenzato
tutta la narrativa horror del ventesimo secolo. I “Miti di Cthulhu” non sono
morti con lui, anzi sono sopravvissuti attraverso altri scrittori come Sprague
De Camp, Frank Belknap Long, Ramsey Campbell, Stephen King; che hanno dato vita
a generi e sottogeneri articolati e spaventosi.
maggio 2005
Antefatto
Nel luglio del 2002 il giornalista romano Roberto Leggio ritrova per caso,
all’interno di un libro acquistato in una bancarella di Montecatini (PT), un
vecchio ed ingiallito diario in forma di lettera con date comprese tra il maggio
ed il luglio del 1926. Il contenuto del documento, invero piuttosto lacunoso,
descrive tutti i momenti più salienti di un viaggio iniziato dalla costa
orientale degli Stati Uniti fino alla regione del Polesine, nel Veneto. Assieme
agli appunti di viaggio, sono presenti una serie di riflessioni sulla
suggestione dei luoghi, e numerosi riferimenti alle numerose leggende del
Polesine, in particolare ai Racconti del Filò.
Il manoscritto è indirizzato ad Alfred Galpin, e reca la firma “Grandpa Theo”.
Galpin (che visse molti anni a Montecatini) è un nome noto agli studiosi
lovecraftiani: (uno dei pupilli dello scrittore di Providence) mentre “Grandpa
Theo” è uno degli pseudonimi usati da HPL nella copiosa corrispondenza con
colleghi ed amici, talvolta usato sotto forma di “Theobaldus” (in caratteri
greci). Leggio, assieme al collega ed amico Federico Greco (giornalista e
documentarista), decide di far visionare il documento al Prof. Sebastiano Fusco,
probabilmente il più noto e rigoroso esperto lovecraftiano in Italia,
responsabile insieme a pochi altri della diffusione dell’opera omnia dello
scrittore americano nel nostro paese. Dopo tutta questa serie di rocambolesche
coincidenze, Leggio e Greco decidono di intraprendere un vero e proprio viaggio
di ricerca nelle terre del Delta del Po. Lo scopo sarà quello di verificare
l’ipotesi secondo la quale Lovecraft, al contrario di quanto noto ai suoi
storiografi, avrebbe viaggiato in Italia nel 1926 traendo ispirazione dallo
stesso viaggio, e dai Racconti del Filò, per la composizione delle sue opere
successive. Queste ultime saranno la parte centrale e fondamentale di tutto il
ciclo di Chtulhu (tra cui il celebre The Shadow over Innsmouth) e,
probabilmente, anche quelle che conferiranno maggiore notorietà a Lovecraft,
elevandolo a grande maestro della narrativa fantastica di ogni tempo.
Nasce così H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia (26’),
girato nella scorsa primavera e prodotto dalla Digital desk, di Piergiorgio
Bellocchio e Andrea Marotti.
Il
documentario
“Polesine...terra di acqua e fango”…queste sono le prime parole pronunciate da
una rilassata compagnia di autoctoni del luogo, attorno ad un rassicurante falò
notturno. Si apre così questa suggestiva opera dei due giovani registi Federico
Greco e Roberto Leggio, con all’attivo già numerosi interessanti lavori tra
documentari, cortometraggi e lungometraggi. H.P.Lovecraft – Ipotesi di un
viaggio in Italia avrà molteplici compiti: seguire il cammino descritto nel
diario, cercando di ripercorrere tutte le tappe ed i luoghi in esso citati.
Accompagnare lo spettatore nella scoperta di un’affascinante zona d’Italia non
molto conosciuta alla massa e, soprattutto, evidenziare tutta una serie di
curiosi e straordinari parallelismi tra il folklore del Polesine e l’opera del
maestro di Providence. Ma andiamo per ordine…
Gli autori ricostruiscono in base alle pagine del (presunto) diario di Lovecraft
tutta l’ipotetica permanenza ed il pellegrinaggio dello scrittore nei luoghi più
mistici e solitari del delta del Po.
Già la prima sequenza dischiude tutto il fascino ed il mistero che ammanta
questo manoscritto ritrovato, (autentico o no che sia) per tutti gli
appassionati della grande narrativa fantastica del ‘900: Sebastiano Fusco, uno
dei massimi esponenti della “lovecraftologia” in Italia, chiede di visionare il
manoscritto, che si presenta come un plico ingiallito e consunto dentro il quale
sono riposti, piegati in due, un folto numero di pagine densamente riempite con
inchiostro blu. La calligrafia, abbastanza nota agli esperti di HPL,
intervallata da disegni di paesaggi e creature fantastiche, sembra essere
proprio quella dello scrittore del Rhode Island. Fusco esamina le prime pagine
con occhio attento ed afferma che, in caso di autenticità del documento in
questione, si potrebbe parlare della scoperta del secolo per tutti gli studiosi
lovecraftiani. Ha così inizio un viaggio in una sorta di dimensione parallela;
un viaggio introdotto da un’efficace voce fuori campo su tutte le tappe salienti
del diario, intramezzando la narrazione con una serie di preziosi interventi di
studiosi del folklore locale (G. Sparapan, E. Baldini, C. Crepaldi), abitanti
del Polesine, ed esperti lovecraftiani (S. Fusco, G. De Turris).
La veloce carrellata sull’infanzia e l’adolescenza dello scrittore è senz’altro
essenziale nella visione d’insieme del documentario. Fusco abbozza un ritratto
di HPL con mano affettuosa e sapiente, accentuando quasi impercettibilmente la
probabile causa scatenante dello straordinario effluvio narrativo di Lovecraft:
il traumatico evento del ricovero in manicomio del padre, avvenuto nell’infanzia
del maestro.
Notevoli le riprese negli interni della Biblioteca Marciana di Venezia, che
viene ripetutamente citata nel manoscritto come una delle più importanti in
Europa. Fusco afferma che “Se c’è un posto al mondo che avrebbe potuto davvero
attirare Lovecraft,, questo è la Biblioteca Marciana di Venezia[…]” che può
essere sicuramente vero, anche se il discorso generalizzato alle biblioteche nel
“mondo” implica necessariamente una menzione particolare alla grandiosa
Biblioteca di Alessandria, fondata da Tolomeo I, che HPL sicuramente conosceva
bene ed ammirava svisceratamente. Le morbide carrellate sugli antichi tomi della
Biblioteca Marciana, custodi di saperi remoti ed ancestrali, infervora
l’immaginazione e focalizza l’attenzione su di una parte di questa importante
sede del sapere umano. La cospicua presenza di antichi e rari testi, dal
contenuto magico-esoterico ed occultista, avvalora l’ipotesi di plausibilità di
una possibile visita di HPL nella biblioteca veneta. Viene anche sottolineato,
da M. Zorzi (direttore della Marciana), che un passaggio di HPL presso la
biblioteca in questione sarebbe stato comunque conservato nei registri di
accesso e di prestito librario, in obbligo in tutte le biblioteche del mondo.
Rimane comunque il fatto che Lovecraft amava circondarsi di pseudonimi e giochi
di parole, quindi non è da escludere che lo scrittore abbia voluto, per qualche
motivo (attualmente ignoto), criptare il proprio passaggio in Biblioteca con uno
pseudonimo verosimile.
Suggestive le riprese in movimento dell’entroterra polesano, in una sorta di
tributo a queste terre a tratti surreali nel loro aspetto così misterioso,
sinistro ed al tempo stesso sognante. L’intento da parte dei due registi di
dischiudere un micro-universo a sè stante, è evidente sin dai primi minuti di
questo affascinante lavoro. L’ottima fotografia, dai toni caldi ed avvolgenti,
cattura lo sguardo in un continuo susseguirsi di immagini, sovrapposte alla
tranquilla voce dell’io narrante (di Roberto Herlitzka). Efficaci le animazioni
che, nella loro semplicità, arricchiscono lo scopo quasi pedagogico di alcune
sezioni del documentario, considerando questo lavoro anche come un tributo alla
vita e all’opera dello scrittore americano. Il documentario si regge su una
serie di equilibri sottili ma solidi al tempo stesso, riuscendo brillantemente
nell’intento di suggerire invece che mostrare, fondamentale approccio che lo
stesso Lovecraft adottò come una sorta di vera e propria filosofia del suo modo
di scrivere.
Un'altra parte integrante del cortometraggio, è interamente costituita da
testimonianze vere di abitanti del luogo, affiancate da altre di studiosi di
folklore e di misteri italiani. In questo punto, il lavoro di Greco e Leggio
assume un approccio più marcatamente “americano” nel modo di esporre il
materiale da documentare. Il montaggio si fa serrato, e le fasi salienti delle
varie interviste si incastrano come un mosaico, per dare allo spettatore una
panoramica globale della vicenda. Si costruisce così un suggestivo identikit di
un potenziale homo-saurus, una sorta di creatura antropo-anfibica la cui specie,
secondo i Racconti del Filò, abiterebbe da millenni le zone lagunari del
territorio. La similitudine con l’immonda stirpe degli uomini-pesce del racconto
La maschera di Innsmouth (1931) è notevole, anche per tutta una serie
di inquietanti riferimenti a case dell’entroterra del Polesine, totalmente
disabitate e dalle finestre sbarrate da assi. Inoltre, il fondamentale racconto
Il richiamo di Cthulhu è stato scritto da HPL proprio verso la fine del
1926, anche se il celebre Dagon, che rappresenta il germe iniziale di
tutti i miti di Cthulhu, è datato 1917, ovvero nove anni prima. Ad ogni modo
Lovecraft, a detta del diario in questione, sembra si sia immerso totalmente
nelle varie leggende locali, le quali cambiano a seconda delle aree del delta
del Po, ma che hanno come denominatore comune la presenza di questi esseri
ibridi tra l’umano e l’anfibio.
Altra protagonista del manoscritto è Loreo (Rovigo), una piccola cittadina che sorge sulla bisettrice del canale che collega l’Adige al Po orientale. Il parallelismo con la lovecraftiana Innsmouth è molto forte: le lugubri e fatiscenti catapecchie dalle finestre sbarrate, come a voler celare qualche orribile abominio mai sopito. L’odore lacustre e putrescente di qualcosa che è sedimentato da tanti (troppi) anni in uno stato di totale decadenza ed abbandono, ed anche la dettagliata piantina di Innsmouth, che HPL disegnò in coincidenza con la stesura del racconto, come se avesse già visitato quei luoghi riprodotti con tanta precisione. Ma la cosa che più colpisce di tutta questa serie di parallelismi è, probabilmente, la citazione nel manoscritto della Confraternita della S.S. Trinità dei “Fradei” di Loreo. Questa sorta di confraternita segreta, nata nel 1606 ed in seguito riconosciuta dal Vescovo, sembra essere davvero avvolta da un’aurea di mistero. Gli adepti sono vestiti di un saio rosso amaranto, e si riuniscono da tutta Italia agli inizi di agosto per celebrare una sorta di rito notturno, nel quale è proibito l’ingresso ai visitatori. Tra l’altro sembra che le persone del luogo abbiano come una vaga reticenza a parlarne, ed i sacerdoti ne accennano appena, in modo vago e imbarazzato. Davvero inquietante il parallelismo tra questi “frati rossi” ed un celebre topos lovecraftiano, ovvero quello delle sette segrete dedite al culto dei vari dei come Cthulhu, Dagon, etc…
Molto belle e suggestive le musiche, con un vasto impiego di eleganti e sontuosi synth contrapposti ad alcuni pittoreschi canti popolari, mentre risulta insufficiente la durata del filmato. La sensazione finale lasciata dal documentario è, infatti, di tutta una serie di questioni sollevate ma non approfondite. Numerosi sono gli spunti da cogliere al volo, ma per esaminarne il reale significato e verificare la veridicità del documento bisognerà aspettare l’esito degli esperti. In definitiva, questo H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia rappresenta un ottimo lavoro visto a sè stante; gli autori hanno dato prova di sensibilità, buon gusto, e di un sapiente uso delle tempistiche nel definire o meno alcuni aspetti del controverso manoscritto. Per saperne di più, non ci resta che attendere i prossimi risvolti che prenderà la vicenda. Intanto gustiamoci questa lunga e interessante intervista ai due autori, Federico Greco e Roberto Leggio, rilasciata per lo Splatter Container.
Intervista esclusiva a Roberto Leggio e Federico Greco
E' un onore per me intervistare Roberto Leggio e Federico Greco gli autori del
documentario:H.P.Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia
Prima di tutto mi piacerebbe che vi presentaste agli utenti della
Filmhorror.com, quindi comincerei con qualcosa di classico. Chi sono Roberto
Leggio e Federico Greco?
Roberto Leggio: Mi piace pensare di essere un giornalista di cinema, anche se la
definizione è abbastanza ristretta. Sono redattore della pagina degli spettacoli
per la rivista Progress e scrivo per altre testate nazionali. Oltre a questo mi
occupo di reportage di viaggio per una importante rivista del settore. Ma ad
ogni modo mi sono sempre considerato uno scrittore. Ho pubblicato tre libri
(Oltre l’alba, Effetti Elementari, A.G. Pinketts, l’ultimo cowboy
metropolitano), una serie infinita di novelle horror e noir, testi teatrali e un
paio di sceneggiature per il cinema che non hanno mai visto la luce. Ho diretto
però il mio primo cortometraggio (Breaking Glass) nel lontano 1987, una cosa
totalmente sperimentale che non ha mai avuto nessuna distribuzione. Oltre a
questo ho fatto il pittore, il grafico pubblicitario e il copy writer. Ipotesi
di un viaggio in Italia è la mia prima esperienza come documentarista.
Federico Greco: Da qualche tempo, soprattutto dopo Stanley and us – un docu-film
su Stanley Kubrick – mi occupo quasi prevalentemente di regia di documentari. E
quasi tutti dedicati al cinema. Un modo per continuare ad esercitarmi nel
mestiere che amo di più e contemporaneamente esplorarlo teoricamente. Non voglio
finire mai di imparare, così fare documentari sul cinema mi consente di
applicare quello che imparo mentre li faccio. Utile e dilettevole insomma. Ho
scritto anche molto, di cinema, per alcune riviste di critica (Cineforum) o come
semplice giornalista (Musica! di Repubblica, tra le altre). Ipotesi di un
viaggio in Italia è la mia unica incursione nella letteratura. E non poteva
esserci miglior inizio di Lovecraft.
Non resisto, questa dovrebbe essere l'ultima domanda, ma sono troppo curioso:
Cosa c'è di vero nel vostro documentario?
Roberto Leggio: Essendo un documentario, tutto quello che viene mostrato è
“vero”, altrimenti avremmo diretto una fiction, che non era nelle nostre
intenzioni.
Federico Greco: Non si chiamerebbe “documentario” se non fosse una
riorganizzazione di materiali ripresi dal “vero”. E’ chiaro che in alcuni
momenti abbiamo forzato un po’ la realtà, ma si fa sempre in post-produzione.
Come mai questo interesse intorno a Lovecraft?
Roberto Leggio: L’ho scoperto grazie ai romanzi di Urania nei lontani anni ’70.
Rimasi folgorato da due racconti in particolare, La cosa che sussurrava nel buio
e Il Modello di Pickman. Tieni presente che all’epoca reperire racconti di
Lovecraft era molto difficile, perché ancora non si era sviluppato intorno a lui
l’interesse di adesso. Per questo lo riscoprii verso la metà degli anni ’80,
quando Sugarco fece uscire quello che per l’epoca venne definita l’opera Omnia.
Di conseguenza divenni un buon estimatore di Lovecraft. Ma è stato solo quando
per un caso fortuito ho trovato il famoso manoscritto, che è al centro del
nostro documentario, ho iniziato a fare delle ricerche su di lui, sulla sua vita
e sulle sue traversie letterarie.
Federico Greco: Ho cominciato a leggere Lovecraft da adolescente. Poi l’avevo
ripreso in mano qualche anno più tardi, e da quando abbiamo cominciato a
lavorare al documentario e poi al film l’ho riletto tutto, dal primo all’ultimo
racconto. E’ sempre stato una sorta di calamita nei momenti in cui sentivo il
bisogno di esplorare tutto ciò che c’è di apparentemente inconoscibile. Una
sorta di viatico verso mondi alternativi nei quali, a scelta, potersi perdere o
dai quali decidere di tornare un po’ più consapevoli di se stessi.
Come sta andando il vostro documentario? So che presto sarete a Berlino.
Federico Greco: In realtà il documentario è un prodotto televisivo, che ha avuto
la fortuna di essere stato presentato a Venezia. Dopo la messa in onda su Studio
Universal credo ci sarà un’altra possibilità di vederlo su una rete RAI. Ma non
possiamo dire molto per il momento. Quello che in questi giorni è stato al
Mercato Internazionale di Berlino è il film, Road To L., nato riorganizzando in
sei mesi di post-produzione le quasi cento ore di materiale girato per il
documentario.
Visto che Filmhorror.com è un sito per registi indipendenti e amatoriali, ogni
consiglio è ben venuto. Potete raccontarci come è cominciato il vostro progetto?
Roberto Leggio: L’idea si è sviluppata pian piano poco dopo aver capito che il
manoscritto ritrovato poteva essere appartenuto proprio a Lovecraft. Tengo a
precisare che l’indizio maggiore mi è stato dato dalla firma riportata nella
cartolina allegata al documento. Sapevo, o meglio, mi sembrava di aver letto da
qualche parte, che Lovecraft amasse firmare le sue lettere con un’infinità di
pseudonimi. “Granpa Theo” era la più accreditata. Così ho cominciato a fare
delle indagini. Sapevo che Federico aveva come me una certa fascinazione sulla
letteratura di Lovecraft e quindi l’ho contattato dicendogli della scoperta che
avevo fatto e che quello che avevo tra le mani poteva essere un documento
originale. L’idea di farne un documentario è venuta dopo aver conosciuto
Sebastiano Fusco. In qualche modo è stato lui che ci ha spinto a ripercorre le
tracce e gli indizi riportati nel manoscritto. La difficoltà stava come poterlo
realizzare. A questo ci ha pensato Federico che avendo già diretto dei
documentari ha preso la palla al balzo, anche perché mentre io portavo avanti le
ricerche lui si impegnava come rendere in immagini un progetto del genere.
Quale consiglio dareste ad un regista amatoriale che ha intenzione di fare un
documentario come il vostro?
Federico Greco: Due consigli: 1) una buona idea; 2) credere nella propria buona
idea. Certo, il difficile è trovarla. Ma se si legge, si guarda, si ascolta e si
vive il più possibile, alla fine si è capaci di distinguerle le buone idee da
quelle stantie. Che ci girano intorno come mosche sulla carne andata a male,
cioè il cervello di chi non legge, guarda, ascolta e vive il più possibile. In
soldoni: se ci siamo riusciti noi ci può riuscire anche Schwarzenegger.
Torniamo ad analizzare il vostro documentario. Ho avuto l'impressione che
l'opera fosse destinata non solo al pubblico generico, ma anche e soprattutto
agli esperti. In effetti per apprezzarla fino in fondo forse bisogna conoscere
molto bene Lovecraft. Che ne dite?
Roberto Leggio: Spero vivamente il contrario. Per il semplice motivo che già il
fatto di aver pensato di produrre un documentario alla “Lovecraft”, cercando
quindi di non snaturare le atmosfere dei suoi racconti, era un progetto alla
portata di tutti. Per prima cosa non abbiamo mai voluto dare una risposta
definitiva alla possibilità che il manoscritto sia originale. Tieni conto che il
documentario, in quanto tale, racconta proprio una storia che nasce attraverso
gli indizi e le tracce disseminate nel manoscritto. Era la fascinazione della
scoperta a farci andare avanti. Nel manoscritto si parla di paesini perduti
nell’immensità del delta, di finestre sbarrate, di leggende popolari e di una
setta religiosa che tiene uno strano rito. Ebbene in qualche modo noi abbiamo
toccato con mano tutto questo. Faccio presente però che di misteri alla “Casa
dalle finestre che ridono” non ne esistono. Gli unici misteri che legano il
nostro documentario al manoscritto ritrovato sono i “Racconti del Filò”, che
ancora adesso sono una grande fonte di cultura popolare e l’atmosfera magica che
rende il delta del Po uno dei posti più affascinanti d’Italia. Ecco perché alla
fine il documento ha soddisfatto più chi non conosce per nulla la letteratura di
Lovecraft che i cosiddetti fans. Si sono sentiti defraudati dalla filologia
lovecraftiana senza aver capito che invece per capire lovecraft bisogna andare
oltre il suo pensiero, scavare sotto le apparenze.
Federico Greco: Spero di no, perché la nostra idea era un’altra. Prendendo
spunto e pretesto dal ritrovamento, c’è venuto in mente che un documentario che
si muovesse sulle tracce di un antico manoscritto di Lovecraft in luoghi così
misteriosi poteva essere interessante per chiunque. In fondo Ipotesi di un
viaggio in Italia non è il classico saggio audiovisivo su Lovecraft. E non è né
un documentario “su” Lovecraft né “da” Lovecraft, ma “alla” Lovecraft. E questo
lo rende più universale, perché è comunque la storia di una ricerca inquietante
sulle tracce del passato e della vita di uno scrittore pesantemente radicato,
più o meno inconsciamente, nell’immaginario collettivo. E’, in fondo, una storia
che fa paura. E la paura non è un’emozione di nicchia. A dirla tutta, abbiamo
trovato un riscontro positivo molto più tra i non lovecraftiani che viceversa. E
questo ci ha un po’ perplesso. Ma alla fine abbiamo capito il motivo. Il
lovecraftiano si fissa sulla verosimiglianza filologica del manoscritto e la
respinge automaticamente, dimenticando così quello che gli sta raccontando ciò
che sta vedendo. Il profano invece si lascia andare alla storia – ogni
documentario deve necessariamente raccontare una storia – e viene preso dalle
atmosfere. Noi speriamo che dopo questa visione il profano sia diventato anche
lui, inconsapevolmente, un lovecraftiano. Cioè capace di riconoscere nelle
storie che lo circondano – scritte, per immagini o della vita reale – ciò che
c’è di inquietante e incomprensibile. E ragionare di conseguenza. In fondo la
grandezza di Lovecraft è nel messaggio di ognuno dei suoi racconti, fin dai
primissimi: l’uomo non è nulla se considerato all’interno dell’immensità di ciò
che lo circonda. E se cerca di comprendere rischia irreversibilmente di perdere
la sua sanità mentale. Solo se riesce a ragionare in questo modo l’umanità ha
qualche possibilità di salvarsi. Pare che ultimamente però nessuno che conta nel
mondo abbia mai letto Lovecraft.
E' stato difficile raggiungere gli esperti come Sebastiano Fusco e coinvolgerli
nel progetto?
Roberto Leggio: Assolutamente no. Fusco è stato il primo che abbiamo contattato
e quindi e appena gli abbiamo parlato di essere un possesso di un documento
appartenuto a Lovecraft si è illuminato e ci ha detto subito che avrebbe
partecipato attivamente. Ma a parte lui tutti gli altri sono entrati nel
progetto con molto entusiasmo.
Federico Greco: No, abbastanza facile. Si sono dimostrati tutti,
immancabilmente, entusiasti. Come noi nei loro confronti.
Fatemi il nome di uno scrittore, italiano o straniero non importa, che oggi
secondo voi più si avvicina allo stile di Lovecraft.
Roberto Leggio: In Italia, nessuno. Anche perché non esiste un vero filone.
All’estero la cosa è un po’ diversa, anche se da qualche decennio non vengono
più prodotti romanzi che si possano ascrivere al genere horror. Lo stile alla
“Lovecraft” è inimitale, anche se sappiano che lui ha ispirato buoni autori che
in qualche modo hanno riscritto le tematiche dell’horror. Su due piedi mi
vengono in mente Sprangue de Camp, Matheson, Laymont e Machen. Però se dovessi
dire chi sia il miglior scrittore tutt’ora esistente, senza esitazione direi
l’inglese James Herbert. Lui, al contrario di tutti gli altri, ha creato uno
stile tutto particolare che mescola sapientemente l’horror con il noir ed il
giallo.
Andiamo sul difficile. Il gioco della torre che ogni tanto faccio. Lovecraft,
Poe e Henry James. Chi buttate dalla torre? Perché?
Roberto Leggio: Si tratta di una risposta difficile. A primo acchito direi Poe,
perché la sua narrativa risente ancora della letteratura romantica dei primi
dell’ottocento. Però senza di lui il gotico, il mistero, la paura non avrebbero
creato scrittori come H. P. Lovecraft e Henry James e tutti gli altri che sono
venuti dopo.
Federico Greco: Lovecraft. Perché hai giocato sporco e l’hai messo a confronto
con due enormità della letteratura di tutti i tempi. Lovecraft è straordinario
ma ha grossi problemi di stile. Riflette su cose terribilmente importanti, ma le
dice con fatica. Non basta che fosse un genio enciclopedico, che abbia
influenzato la letteratura horror del Novecento e che faccia un po’ pena perché
era povero, incompreso e malato. Ma è anche vero che leggo più spesso Lovecraft
che Poe o James…
Quale è secondo voi il futuro dell'horror in Italia?
Roberto Leggio: Esiste veramente? L’horror non fa parte della nostra cultura. E’
un genere che è stato importato e quindi non ha creato granché. Valerio
Evangelisti e Eraldo Baldini possono ascriversi al genere, sempre che li si
voglia definire come scrittori di genere. Sono due bravi autori che forse non
hanno nemmeno il giusto risconto che meritano. Se vogliamo invece parlare
dell’horror al cinema allora mettiamoci pure una pietra sopra. Dario Argento non
è un cineasta capace di reggere il gioco. Non dirige un bel film da almeno
vent’anni e la cosa è sintomatica. Forse negli anni settanta con artigiani come
Mario Bava e Lucio Fulci, qualcosa si è fatto ma poi tutto è diventato nero.
Federico Greco: Schifoso. Non se ne fanno praticamente più da anni e non se ne
faranno per i prossimi dieci. E quando si fanno sono più brutti del più brutto
film di Al Adamson (che era ancora più incapace di Ed Wood!): vedi Il cartaio di
Dario Argento. In Italia il cinema horror è relegato in una nicchia indicata da
una bella targhetta con su scritto “spazzatura”. Idem nella letteratura. Valerio
Evangelisti, stupefacente scrittore “di genere”, in Italia non è nessuno mentre
all’estero è seguitissimo e premiato. Le storie di genere sono storie ideate da
“ribelli”, e il sistema non digerisce i ribelli. Quelli che sono succubi del
sistema poi, cioè la maggioranza degli italiani, semplicemente non li capiscono.
Che è più grave.
Se – raramente - si fa cinema horror lo si fa a basso costo. Non giudico cattivo
il cinema a basso costo, tutt’altro, ma giudico devastante il fatto che quando
qui si fanno film a basso costo il motivo è solo …il basso costo. E pochissimi
hanno capito che il basso costo – per esempio il digitale leggero – vuole
progetti ideati appositamente per questo tipo economico di cinema. Insomma, si
scrivono storie – magari anche belle – che andrebbero fatte con almeno 10
milioni di euro e si fanno con mezzo, se va bene. Siccome comunque i soldi non
si trovano neppure per il cinema “ufficiale”, vista anche la nuova legge
imperante, bisognerebbe scrivere storie intelligenti e originali che non puoi
che girare con meno di 200.000€. Se il budget sale vuol dire che il film non sta
funzionando. Ma vallo a spiegare a generazioni e generazioni di produttori
sanguisughe dei soldi pubblici…! Cioè i nostri attuali produttori. Mostrano
tutta la loro vigliaccheria quando sono di fronte a storie nuove o “diverse”,
cioè diverse da quelle storielle a basso profilo cui ci ha abituato l’ultimo
ventennio di cinema televisivo da quattro soldi. Se non c’è Accorsi non
finanziano il film. E purtroppo in queste settimane abbiamo visto che danno
questa politica ha fatto a un certo film che aveva ottime premesse e un ottimo
regista.
E i vostri progetti per il futuro?
Roberto Leggio: Ho molte cose in ballo. Innanzitutto quest’anno sarò impegnato
in reportage di viaggio che mi porteranno in giro per il mondo. Poi ho appena
finito di scrivere la sceneggiatura di una commedia e il soggetto di una storia
noir con risvolti horror. Mi sto muovendo per cercare un produttore intenzionato
a realizzare la commedia, anche se trovare una produzione in Italia diventa
sempre più difficile grazie alla legge capestro messa in atto da Urbani. Poi ho
sto terminando “Pop Friction”, il mio prossimo libro. Si tratta di un
esperimento letterario che si può riassumere come: racconti, pensieri e parole
del nuovo millennio. Una casa editrice sembra interessata… vediamo come va a
finire.
Federico Greco: Se hai pubblicato quello che ho detto poco più sopra, mi sa che
sarà dura. Molto dura… Comunque ho in testa due o tre idee, completamente
diverse una dall’altra, di diverso budget e con diverse ipotesi di cast. Mi
piacerebbe trarre un film da un romanzo di Manchette, il più grande scrittore
noir francese. Oppure un documentario sulla vita di Collodi all’epoca
dell’ideazione di Pinocchio (non della scrittura, ma dell’ideazione, è diverso).
E poi ho in testa un soggetto originale che sto scrivendo con un amico con cui
ho appena girato un documentario, che, guarda un po’, si chiama Fuori Fuoco:
Cinema, ribelli e rivoluzionari.
Quale è il racconto di Lovecraft che preferite?
Roberto Leggio: Colui che sussurrava nelle tenebre, Il Modello di Pickman,
L’orrore di Dunwich e La Maschera di Innsmouth che resta un fuori serie…
Federico Greco: La maschera di Innsmouth e Il colore venuto dallo spazio.
Se vi fosse chiesto di fare un film su un racconto di Lovecraft quale vi
sembrerebbe il più interessante da filmare?
Roberto Leggio: Senza esitazione direi Le Montagne della Follia. Naturalmente la
sceneggiatura dovrebbe essere una rilettura del racconto senza però snaturare lo
spirito di Lovecraft. In questo modo si eviterebbe di fare una porcheria come
quelle che sono state prodotte fino ad adesso.
Federico Greco: Beh, è come se l’avessimo già fatto con il documentario e poi
con il film Road To L.; dunque La maschera di Innsmouth. Anche se non credo sia
quello che più si presti a una trasposizione cinematografica. La musica di Eric
Zahn è forse il più adatto.
A Colori o in bianco e nero?
Roberto Leggio: I film di fantascienza si fanno solo a colori. Non si tratta di
una storia introspettiva, no?
Federico Greco: Al verde.
ROAD TO L. - L'OMBRA DI H. P. LOVECRAFT

Nel luglio del 2002 Roberto Leggio, un giornalista italiano, aggirandosi tra i banchi di antiquaria di un mercatino di Montecatini acquista un libro di Émile Zola. All’interno vi rinviene una busta di carta ingiallita contenente una quarantina di fogli compilati a mano con inchiostro blu e numerosi disegni. Scritto in lingua inglese, il manoscritto viene dimenticato per alcune settimane. Ma poi la curiosità fa la sua parte, e paga. Tra le pagine spunta una cartolina di Venezia degli anni ’20: è firmata "Granpa Theo" (Nonno Teobaldo). Si tratta di uno degli pseudonimi più usati dallo scrittore horror americano H. P. Lovecraft per siglare le oltre centomila lettere che ha scritto nell’arco della sua vita (Providence, 1890 – 1937). Leggio riconosce la firma e decide di rivolgersi ad un esperto, Sebastiano Fusco, insieme al suo collega giornalista e documentarista Federico Greco (Stanley and Us, 1999). La datazione del diario (1926) si incastrerebbe con alcuni momenti “in ombra” della vita dello scrittore, nonostante i biografi siano certi che Lovecraft non si sia mai spostato dal continente americano. Ma le prime analisi esteriori sullo stile e la grafia fanno propendere per una conferma dell’attribuzione. E così anche la ricerca documentaristica (H.P.Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia, trasmesso da Studio Universal), realizzata da Greco e Leggio, approfonditasi nell’estate del 2004. Un viaggio sulle tracce del diario, seguendo gli spostamenti italiani dell’autore fino al Delta del Po, passando attraverso la Biblioteca Marciana di Venezia.

Il risultato è sorprendente: se il manoscritto fosse stato redatto da Lovecraft, diverrebbe anche possibile che lo scrittore abbia tratto ispirazione da quell’esperienza straordinaria e insolita e l’abbia fatta confluire nei racconti che l’hanno reso celebre, in particolare La maschera di Innsmouth e Il richiamo di Cthulhu. Infatti, il viaggiatore avrebbe conosciuto e apprezzato i cosiddetti "Racconti del filò", la millenaria tradizione popolare del Polesine, i cui protagonisti sono terrificanti esseri acquatici che si aggirano per i canali e i paesini sperduti di una delle zone più suggestive e misteriose d’Italia. Ma questo è solo l'inizio del nostro cammino verso la conoscenza, perchè la Minerva Pictures Group insieme alla Digital Desk hanno deciso di realizzare da un simile avvenimento tuttora colmo di interrogativi, un lungometraggio per il grande schermo. ROAD TO L. (letteralmente Strada per L. – cioè Loreo, il paesino in cui Lovecraft e i membri della troupe hanno fatto base; ma anche, per assonanza, Strada per l’inferno), può essere considerato come un film racchiuso dentro un documentario, in quanto narrerà gli inquietanti eventi che sono capitati alla troupe durante i loro giorni di estenuanti riprese condotte nel Polesine. La voce narrante dello scrittore di Providence che ci accompagnerà durante la visione di ROAD TO L. sarà quella del grande Robert Englund, un nome che non fà altro che confermare l'interesse che sta generando questo progetto. Lo Splatter Container vi anticipa che a breve pubblicheremo un ricco Speciale ed un'intervista agli Autori, nel frattempo vi offriamo il Trailer della pellicola, la quale dovrebbe uscire subito dopo il periodo estivo.
Titolo: ROAD TO L.
Regia:
Federico Greco, Roberto Leggio
Produzione:
Minerva Pictures Group Digital Desk
Sito Ufficiale : www.digitaldesk.it/roadtol/Roadtol.html
di Federico Greco e Roberto Leggio
Il grande autore gotico fu in Veneto nel 1926?
Secondo le biografie ufficiali, H.P. Lovecraft non lasciò
mai il continente americano e la sua amata cittadina di Providence. Questo,
almeno, era nelle convinzioni fino a poco tempo fa. La verità infatti potrebbe
essere nascosta in un vecchio manoscritto ingiallito dal tempo, ritrovato da
Roberto Leggio e Federico Greco addirittura in
una bancarella di antiquariato. Scritto in forma di diario, il manoscritto è
datato maggio 1926. Il testo descrive le tappe di un misterioso viaggio, partito
dalla costa orientale degli Stati Uniti e approdato in Veneto, che segue un
particolare percorso attraverso la "Terra dei Grandi Fiumi", il Polesine, nel
rodigino, fazzoletto di terra e acqua circondato dalle province di Verona,
Padova, Venezia e Ferrara. Al diario si alternano degli appunti che formano una
sorta di canovaccio per la successiva stesura di racconti dell'orrore. Come si
sa, H.P. Lovecraft aveva effettivamente questa mania di tracciare "scheletri" di
storie. A una più attenta lettura, questi appunti presentano evidenti richiami
ai Racconti del Filò e alle leggende del Polesine stesso. Il manoscritto
è indirizzato ad Alfred Galpin (uno dei pupilli di Lovecraft) e reca la firma
Grandpa Theo, pseudonimo con cui l'autore americano si firmava a parenti e
amici.
Queste sono le premesse dell'inquietante documentario intitolato H.P.
Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia, presentato al Festival del
cinema di Venezia e andato in onda su Studio Universal la notte di Halloween. Il
documentario, insomma, avanza l'ipotesi che il più grande autore gotico del
ventesimo secolo abbia compiuto un viaggio di ricerca e di studio
nell'umidissima zona del Delta del Po, fermandosi con ogni probabilità anche a
Loreo, nel Basso Polesine, piccolo paese a metà strada fra l'Adige e il Po (oggi
circa 3000 abitanti). Chi lo sa, forse alla ricerca di uno di quegli antichi
uomini-pesce nascosti sulla Terra da milioni di anni, che i pescatori vedevano
affiorare dall'acqua e dalla bruma.
La calligrafia del documento, gli pseudonimi usati, lo stile della narrazione
non sembrerebbero lasciare dubbi. Ma - affermano i due autori in un'intervista -
non si pretende di dimostrare qualcosa di certo, con questo documentario, solo
una possibilità.
A collaborare con loro, il professor Sebastiano Fusco, il più
importante e rigoroso esperto lovecraftiano d'Italia. Dopo un'attenta analisi,
Fusco afferma entusiasticamente che il documento potrebbe realmente essere stato
scritto da Lovecraft (inoltre, Alfred Galpin sarebbe vissuto gli ultimi anni
della sua vita proprio a Montecatini, luogo di ritrovo del manoscritto).
Alla ricerca si aggiunge allora il professor Gianni Sparapan, antropologo e
storico del Polesine. I quattro intraprendono un viaggio di ricerca attraverso
il Delta del Po, al fine di verificare l'ipotesi del viaggio del '26 di
Lovecraft e di una sua lettura dei Racconti del Filò per prendere
l'ispirazione a storie successive al '26, come The Shadow over Innsmouth, The
Dunwich Horror, The Call of Chtulhu, History of Necronomicon. Quei racconti,
cioè, che hanno conferito la maggiore notorietà a Lovecraft. I filò,
nella tradizione veneta, si svolgevano perlopiù in inverno, nelle stalle al
caldo del fiato degli animali, per chiacchierare, raccontarsi le ultime novità
provenienti dal paese e parlare dei raccolti. Gli uomini bevevano vino e
giocavano a carte mentre le donne filavano. In quelle occasioni si raccontavano
anche storie fantastiche di mostri e creature fatate... E' dalle leggende venete
che Lovecraft prende spunto per la stesura di alcune sue storie?
Il manoscritto diventa infine una sorta di "mappa", che i ricercatori seguono
minuziosamente, da Venezia alle lande più sperdute del Polesine, sulle tracce di
un turista di sicuro fuori dal comune. Nel film, oltre ai due autori, a
Sebastiano Fusco e a Gianni Sparapan, anche le testimonianze di alcuni tra i
maggiori esperti di Lovecraft e dei misteri italiani, tra i quali, il "padre" di
Martyn Mistere Alfredo Castelli e lo scrittore Carlo
Lucarelli.
È Loreo la città dei misteri di Lovecraft
La suggestiva tesi nel documentario su un ipotetico viaggio dello scrittore nel Delta
"Una landa enorme, piatta, desolata e deserta" sono le parole che pare abbia usato H.P. Lovecraft, nientemeno, per descrivere il Polesine quando, nel 1926, venne a cercare suggestioni sul Delta. Su questa ipotesi, formulata intorno a un manoscritto del famoso scrittore americano, rinvenuto in un mercatino d'antiquariato a Montecatini Terme, si basa la ricerca di Roberto Leggio e Federico Greco, autori del documentario "H.P. Lovecraft - ipotesi di un viaggio in Italia" andato in onda l'altra sera alle 20.30 su Studio Universal, canale del pacchetto Sky.
Il documentario dura mezz'ora circa e parte da un filò inscenato dalle Ciara-melle, da Chiara Crepaldi, qualche amico figurante e alcuni volti del teatro amatoriale polesano (i titoli di coda citano tra i ringraziamenti il Teatro Insieme di Sarzano), di sfondo le note malinconiche e striscianti di "Tera e Acqua". Sullo schermo scorrono immagini raccolte tra Loreo, Santa Maria in Punta, Porto Tolle. Sono immagini del Delta, viste e riviste, facenti parte dell'iconografia tradizionale e con un tocco inquietante nel viaggio notturno verso Santa Maria in Punta, ma questa volta a condurre il viaggio è lo sguardo di Lovecraft, venuto in questa landa per verificare la fondatezza di certe leggende popolari che lo avevano incuriosito.
Il più convinto di questo viaggio in Italia pare essere Eraldo Baldini: lo scrittore ravennate dichiara di avere da sempre pensato che i paesaggi descritti da Lovecraft assomigliavano troppo a quelli che lui ha avuto sotto gli occhi fin da bambino. In particolare le ricerche condotte hanno messo sotto la lente d'ingrandimento i miti di Chtulhu, del Necronomicon e di "The Shadow over Innsmouth", la cittadina descritta in questo racconto sembra infatti ricalcare la geografia di Loreo citata nella lettera con una "L.", sede della confraternita dei "Fradei de Loreo", sulla quale il documentario non riesce a indagare a fondo, ma soprattutto il luogo delle finestre sbarrate, delle case apparentemente disabitate, dalle quali fuoriesce un distinto rumore di stoviglie.
Nessun riferimento specifico invece ad altre leggende che circolano in merito a fatti misteriosi accaduti nel Delta del Po, tramandati dalla popolazione del luogo, leggende su cui sarebbe altrettanto necessario un maggiore approfondimento.
A Sebastiano Di Gennaro (direttore Centro Ufologico Usac) e Renzo Munari (pescatore del Delta), il compito di descrivere l'uomo anfibio, ossessivamente disegnato nel manoscritto di Lovecraft, avvistato da più di una persona, proprio in quel periodo e anche successivamente sul Delta. Tra queste poche certezze certificate da esperti o testimoni diretti, il viaggio continua con l'ausilio dei racconti di Gianni Sparapan, le affermazioni di Chiara Crepaldi, le convizioni di Alfredo Castelli, di Gianfranco De Turris e i continui dubbi di Sebastiano Fusco, il più importante studioso italiano di Lovecraft che ha eseguito la perizia calligrafica sul manoscritto, ma non osa affermare che questo viaggio sia avvenuto veramente. Se così fosse, il ritratto biografico dello scrittore cambierebbe totalmente, infatti una peculiarità della sua vita che si pensa abbia condizionato tutta la sua produzione letteraria è il non essersi mai mosso da Providence, cosa che ne fa di conseguenza uno scrittore dalla fantasia molto fervida, alimentata esclusivamente dalle continue letture e da un complicato mondo interiore. Questo viaggio in Polesine cambierebbe completamente la prospettiva.
Per il momento lo scopo del breve documentario sembra essere quello di sollevare il dubbio piuttosto che di avallare la scoperta, ma dai titoli di coda (nei quali compare il nome dell'ex sindaco di Ariano storpiato da Biolcati in "Bioccati") si intuisce l'esistenza di un girato molto più lungo e pieno di dettagli che non sono entrati nel montaggio.
Barbara Chinaglia
2 11 2004
Quel viaggio misterioso di Lovecraft
Aldo Grasso, 2 novembre 2004 (pagina nazionale degli Spettacoli)
(...)
Alla fine anche il pro-Cesare Battisti Muller è scivolato sulla buccia
di banana ideologica, dando del “nazista” a Maurizio Cabona del
Giornale per aver mostrato entusiasmo per il documentario su Lovecraft, al
quale ha collaborato lo studioso de Turris, “nazista” anche lui.
Il buon Anselmi ha abbozzato una difesa, e uno dei presenti ha chiesto a
Muller se i colpevoli avessero attaccato manifesti esaltando Hitler, come
certa sinistra ha fatto per Stalin l’inverno scorso: pare di no.
11 Settembre 2004
Il 31 ottobre non andate al cinema: rimante a casa a vedere la TV. Sul canale
specializzato "STUDIO UNIVERSAL" alle 20.30 andrà in onda un documentario
imperdibile per tutti gli amanti della letteratura dell'orrore: H.P. Lovecraft -
Ipotesi di un Viaggio in Italia, di Roberto Leggio e Federico Greco. Presentato
al festival di Venezia, nel corso di una proiezione - evento a bordo di un
battello ancorato alle porte del cimitero monumentale di San Michele, il
documentario propone una tesi affascinate e, per molti versi, rivoluzionaria: la
teoria di un viaggio italiano di uno dei massimi scrittori horror del XX secolo.
Lo spunto da cui parte la trama è il ritrovamento casuale e fortunato da parte
degli autori, su una bancarella di Montecatini, di un inedito diario olografo
del grande e visionario scrittore americano. La calligrafia, gli pseudonimi
usati, lo stile della narrazione non sembrano lasciare dubbi sull'autenticità
del racconto. L'ipotesi del viaggio non è del tutto bizzarra se si pensa che
nella biografia ufficiale di Lovecraft c'è un "buco" di due anni in cui si sa
dove sia stato lo scrittore. Ma perché Lovecraft, che era notoriamente un uomo
stanziale, sarebbe stato attratto proprio dall'Italia e, in particolare dal
Polesine? Il documentario risponde a questo interrogativo raccontando le antiche
tradizioni e leggende popolari di queste terre che, con il loro fascino carico
di mistero ed orrori, avrebbe attratto la fantasia del geniale scrittore. Così
eccolo, secondo il diario ritrovato, solcare, nel 1926, l'oceano alla volta
dell'Italia, giungere a Venezia, immergersi nel sapere antico e magico della
biblioteca Marciana. Lo attraggono, in particolare, i racconti del mare e del
fiume che parlano di strane creature acquatiche, di una ritualità consumata
nelle notti senza luna da confraternite che si tramandano segreti millenari.
Lovecraft si ferma a Loreo, uno sperduto paesi del Basso Polesine, i pescatori
narrano di incontri fuggenti con uomini-pesce, intravisti nella bruma, di orme
gigantesche ritrovate nella rena del fiume. L'atmosfera è terrificante, le
imposte sbarrate delle case al cui interno si odono sussurri e rade parole al
vento. Elementi, suggestioni, viaggi onirici che ritroviamo intatti nelle opere
maggiori dello scrittore, che pare aver elaborato la complessità dei miti di
Cthulhu da quella che potrebbe essere stata una delle esperienze più
coinvolgenti della sua vita.
Il documentario ci fa conoscere l'uomo Lovecraft attraverso le sue manie (i
misteri e l'oltre della natura umana, la passione per i racconti epistolari) e
le parola dei maggiori esperti e conoscitori della sua letteratura. Il montaggio
é avvincente, pur nella sua linearità, ed è accompagnato da una scelta musicale
molto evocativa. Questo documentario è come un quadro di Magritte: semplice
all'apparenza ma carico di simbolismi e suggestioni.
Giudizio: * * * *
[di Cristiana Paternò]
Amare Lovecraft ed essere italiani ha sempre significato che almeno un
brandello della propria immaginazione dovesse correre verso lidi stranieri per
trovare il suo nutrimento. Alzi la mano chi non ha mai provato a scrivere, o
almeno pensato di farlo, un racconto "alla Lovecraft" ambientato nel New
England.
Ebbene, non serve - non è mai servito - andare tanto lontano. I miti di
Cthulhu sono qui, a pochi chilometri da noi; Dagon e gli Uomini-Pesce di
Innsmouth abitano accanto a noi. A sostenerlo sono due giornalisti,
Federico Greco e Roberto Leggio nel documentario
All has read, La vera storia di Lovecraft in Italia, una produzione della
Digitaldesk presentata in questi giorni alla Mostra del Cinema di
Venezia. Un documentario che farà discutere a lungo, basato su una lettera che
potrebbe avere, tra esperti ed estimatori di H.P. Lovecraft,
l'effetto di un terremoto, perché scritta da H.P. Lovecraft durante un
viaggio in Italia (!) compiuto alla ricerca di materiale per le proprie
creazioni letterarie.
1926. Qualcuno che si firma Grandpa Theo scrive dall'Italia, ad
Alfred Galpin, una lettera (magari mai spedita) con
inequivolcabili disegni di creature anfibie, per metà pesce e per metà umane. La
lettera, ritrovata per caso in un mercatino di Montecatini Terme, sarebbe quasi
certamente un autografo di Lovecraft (Grandpa Theo era infatti uno degli
pseudonimi con cui spesso HPL si firmava). In tanti, esperti e studiosi, sono
pronti a metterci la mano sul fuoco: il documento è vero e le creature disegnate
altro non sarebbero che studi sulle leggende del Polesine.
Insomma, dobbiamo pensare al celebre Homo Saurus, sorta di ibrido tra
un essere umano e un alligatore, alto due metri e mezzo, versione padana dello
Yeti (i cui avvistamenti sono tutti recenti e le "radici storiche" ben lontane
dall'essere documentate), come a un progenitore delle creature d'incubo
inventate da Lovecraft? Dobbiamo davvero immaginare HPL a spasso tra Chioggia e
Venezia, ad annottare sul suo taccuino le leggende del posto, leggende che
diventeranno la colonna vertebrale dei racconti successivi, primo tra tutti quel
La maschera di Innsmouth che scriverà nel 1931?
Diciamo la verità: per credere in un viaggio in Italia di Lovecraft
bisognerebbe, innanzitutto, ignorare del tutto la sua biografia. Nel 1926 il
gentiluomo di Providence era appena tornato nella città natale dalla "cattività
newyorkese", stava separandosi dalla moglie e le ristrettezze economiche in cui
viveva erano quasi insopportabili. Dove avrebbe trovato il denaro per un viaggio
in Italia? E, soprattutto, perché non farne parola con nessuno, mai. Proprio
nell'estate del '26 scriveva, nell'introduzione al saggio Supernatural Horror
in Literature: "Sono nato a Providence, Rhode Island - dove, se si escludono
due interruzioni di nessuna importanza, ho sempre vissuto..." Possibile che una
delle due interruzioni fosse quella italiana?
No, certo che no, ma ciò non sminuisce affatto l'importanza della lettera
ritrovava a Montecatini. E' infatti molto più probabile che fosse Alfred Galpin
a trovarsi in Italia e che dal nostro paese scrivesse a Lovecraft. Quella
firmata Grandpa Theo sarebbe sì una lettera di Lovecraft, ma
spedita da Providence, ovviamente in risposta alle missive dell'amico. Come
detto, il discorso rimane in buona sostanza lo stesso: le leggende nostrane
sarebbero davvero una delle fonti a cui Lovecraft ha attinto per alcune sue
creazioni letterarie, anche se non in virtù di un'improbabilissima indagine sul
campo bensì per interposto viaggiatore (Galpin, appunto).
Speriamo di scoprire qualche dettaglio in più, e darvene notizia anche prima
della notte di Halloween, quando il documentario sarà trasmesso in prima visione
da Studio Universal.

Nel corso di una proiezione - evento a bordo di un battello ancorato alle porte
del cimitero monumentale di San Michele, Studio Universal ha presentato il
documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi di un Viaggio in Italia, di Roberto
Leggio e Federico Greco.
Si tratta dello sviluppo filmico di una ricerca importante e, per molti versi,
rivoluzionaria. Lo spunto, il ritrovamento casuale e fortunato da parte degli
autori, su una bancarella di Montecatini, di un inedito diario olografo del
grande e visionario scrittore americano. La calligrafia, gli pseudonimi usati,
lo stile della narrazione non sembrano lasciare dubbi sull’autenticità del
racconto.
Nelle pieghe oscure della sua vita, Lovecraft avrebbe celato un viaggio in
Italia, tanto più sorprendente e ricco di significati, dato che la sua biografia
ufficiale e l’epistolario a noi giunto, comunque solo parziale, non ne parlano.
Sono le antiche tradizioni e leggende popolari ad affascinare e quasi
ossessionare la sua brama di conoscenza. Così eccolo, in quest’ipotesi
tutt’altro che fantastica, solcare, nel 1926, l’oceano alla volta dell’Italia,
giungere a Venezia, immergersi nel sapere antico e magico della biblioteca
Marciana.
Per Lovecraft la superstizione non è mai tale poiché vi è sempre una realtà da
indagare. I racconti del mare e del fiume gli parlano di strane creature
acquatiche, di una ritualità consumata nelle notti senza luna da confraternite
che si tramandano verità millenarie. Lovecraft è adesso nei paesi del delta del
Po. In quei luoghi dove la sera, di fronte al fuoco del camino, i pescatori
narrano di incontri fuggenti con uomini-rana, intravisti nella bruma, di orme
gigantesche ritrovate nella rena del fiume. L’atmosfera è decadente, le imposte
sbarrate delle case, che ricordano un passato prosperoso e vitale che non è più,
si animano di sussurri e rade parole al vento. Elementi, suggestioni, viaggi
onirici che ritroviamo intatti nelle opere maggiori dello scrittore, che pare
aver elaborato la complessità dei miti di Cthulu da quella che potrebbe essere
stata una delle esperienze più coinvolgenti della sua vita.
Il documentario, che andrà in onda il 31 ottobre alle 20,30 su Studio Universal,
è davvero ben fatto e approfondito, curato nel montaggio e nella scelta
dell’accompagnamento musicale, macabro ed evocativo ed è capace di avvicinare lo
spettatore ad uno dei personaggi più misteriosi e controversi della letteratura
contemporanea.
giudizio: * * * *
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
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