Dove va il cinema digitale in Italia?
Finché non avremo tutti capito che il digitale non è un'aspirina contro il mal di portafoglio, cioè l'approdo di emergenza di un budget che non si riesce a chiudere, ma che è a tutti gli effetti un nuovo linguaggio (così come il cinema sonoro è un altro linguaggio rispetto al cinema muto), non ci saranno nuove estetiche.
La vedo abbastanza male, sinceramente.
Siamo circondati da esperimenti di cinema digitale più o meno a basso costo fini a se stessi,
dettati dall'entusiasmo che genera ogni nuova moda.
Il film girato in miniDV, a bassa risoluzione dunque, è come il nuovo look (dopo una sola stagione già desueto) dei jeans strappati, del casual spinto invece dell'elegante sobrio. E invece dovrebbe essere la conseguenza di una riflessione necessaria. Cioè: quando scrivo un film mi devo chiedere, tra le altre infinite cose, se sto scrivendo una storia per la pellicola o per il digitale. E per quale tipo di digitale? L'alta definzione? il MiniDV?
Il digitale "pesante" (HD) è diventato l'alternativa alla pellicola. E in effetti nasce come tale.
E tale deve rimanere. Dunque in questo caso non c'è da fare nessun discorso interessante. L'arte
cinematografica non ne avrà bisogno più di tanto per evolvere.
L'unico universo dove la sperimentazione è possibile e anzi auspicabile è quello del digitale leggero. E' quello che permette più facilmente le commistioni di genere tra fiction e documentario (Private ne è solo uno degli ultimi esempi). E' quello dove le nuovissime sensibilità cinematografiche, "grazie" al low budget, possono finalmente dire la loro. Anche se vorrei smentire una volta per tutte l'equazione che vuole "digitale" leggero uguale documentario. Si dice che la leggerezza dei mezzi tecnici necessari per il MiniDV consente un migliore e più discreto
approccio alla realtà, che il documentario deve appunto solo documentare e non ricostruire. Si dice che le telecamerine Sony o Canon sono il modo migliore per non intervenire in quella realtà, che permettono di mantenerla più pura e non contaminata dalla pesantezza dell'impianto mastodontico di un set in pellicola. Basta semplicemente citare il caso di Nicholas Philibert con il suo Essere e Avere per essere smentiti.
Il documentario, di grande successo non solo in Francia, è stato interamente realizzato in pellicola 35mm. Nonostante la macchina cinematografica si stesse infilando in un ambiente delicatissimo, soprattutto perché popolato di bambini. E se non bastasse pensiamo a tutto il cinema di De Seta, oppure di Felice Andreassi.
Non devono essere quindi i produttori a imporre il formato (pellicola o digitale) ma i registi. Anzi di più, gli sceneggiatori. Secondo me questa semplice regola è fondamentale perché il digitale e tutte le sue nuove evoluzioni si immettano in un circolo virtuoso. Solo se il digitale nasce dalla storia insomma, o fa nascere una storia, ha senso usarlo. Altrimenti è come scegliere il discount piuttosto che Auchan. Con lo stesso rischio: che da Auchan spesso si trovano prodotti dal costo minore e di qualità superiore che al discount.
Ecco dunque cosa penso della cosiddetta "rivoluzione" digitale (ovviamente di un solo aspetto, quello della ripresa, tralasciando per questioni di spazio l'altro, altrettanto importante ma dalle conclusioni diversissime, della proiezione e fruizione) attraverso un esempio che trovo molto significativo.
Nel primo film sonoro di Chaplin (Tempi moderni, 1936), molti anni dopo che il cinema parlato era divenuta una realtà (1928), la maschera del vagabondo deve affrontare il problema della parola. Charlot è stato per quasi vent'anni una maschera comica muta che doveva la sua efficacia proprio al suo mutismo e alle capacità acrobatiche e corporali di Chaplin.
Il regista sapeva molto bene che l'acquisto della parola era pericolosissimo per il suo personaggio e dunque gliela concede in modo graduale, proprio attraverso l'esperimento di Tempi moderni.
Nella sequenza in cui Charlot è costretto a ballare e cantare nel locale, Paulette Godard gli scrive il testo della canzone sui polsini bianchi, in modo che la possa leggere perché non ha il tempo di impararla a memoria. Ma dopo pochi secondi dall'inizio della danza, poco prima che Charlot inizi a cantare, i polsini scivolano via lontano e il vagabondo è costretto a improvvisare. Charolt/Chaplin sceglie così di cantare un testo senza significato, fatto di parole inventate sul momento, una sorta di esperanto.
Ho sempre pensato che questa sequenza fosse altamente emblematica di tutti i problemi che la nuova tecnologia del sonoro creava al linguaggio cinematografico.
Non a caso i primi film parlati sono quasi tutti inguardabili, liquidati giustamente come "teatro filmato". Chaplin invece, addirittura dopo otto anni da Il cantante di jazz, sceglie di accettare quello che all'epoca per molti autori era un compromesso difficile abituando il pubblico molto lentamente al nuovo personaggio capace di parlare (solo con ll grande dittatore Chaplin ha accolto in pieno il sonoro). E lo fa passare prima attraverso una via di mezzo: la parola sì, ma non portatrice di senso bensì di evocazione semantica. In breve, Charlot parla, ma ancora non è il parlato ad esprimere le sue emozioni bensì il corpo, il movimento, la musica che lo accompagnano.
L'attuale situazione dell'avvento del digitale è perfettamente rappresentata da quel fotogramma in cui Chaplin perde i polsini: gli autori (e non i dipendenti hollywoodiani di cui ci frega poco) stanno sperimentando la nuova tecnologia: Mike Figgis, Michael Mann, Ingmar Bergman (con tutti i problemi che spesso questi tentativi hanno inevitabilmente creato).
Nessuno (o quasi) l'ha accolta in pieno da subito: tutti hanno gettato via i polsini con quello che c'era scritto su. In attesa di capire.
Senza dunque pretendere di "cantare" un copione già scritto da altri come si fa troppo spesso, soprattutto in Italia, dove digitale significa alternativa economica e democratica all’attuale impasse di un’industria che non è mai stata tale. Paradossale, vero? Proprio qui dove il digitale potrebbe risollevare le sorti del cinema, qui dove l’artigianalità è sempre stato un valore assoluto (artigianalità non è il contrario di tecnologia, vedi Kubrick), se ne fa un uso distorto. Proprio qui che dovremmo gettare via i polsini e riflettere bene dove stiamo andando per rifondare il cinema e tornare ad essere grandi come negli anni ’50 e ‘60, fermiamo la musica e li andiamo a cercare, per cantare la solita solfa sperando che nessuno se ne accorga.
4 3 2005
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