Cercasi uscita
disperatamente (articolo apparso su Cineforum n° 403)
Parliamo qui di
moscerini, cioè di piccoli animaletti che volteggiano per le autostrade della
produzione e della distribuzione italiana, dove automobili fiammanti corrono ad
altissima velocità, senza rispettare il limite. I moscerini sono i nostri film
indipendenti in attesa di distribuzione. La domanda è: come riusciranno ad
evitare di spiaccicarsi sui parabrezza delle grosse major?
Innanzitutto, una
premessa: che un film sia in attesa di distribuzione non significa
necessariamente che non l’abbia ancora trovata. Il film di Gaglianone I
nostri anni è ancora nel suo limbo solo perché sta cercando
disperatamente il momento giusto per vedere la luce di un proiettore, con la
distribuzione della ‘Pablo’ di Gianluca Arcopinto. Questo accade, ovviamente per
altri motivi, anche per alcuni film americani promossi dalle grosse major – uno
per tutti, Rush hour, tra gli ultimi film di Jackie Chan. Ma nel caso
delle produzioni (ultra)indipendenti come quelle di cui tratteremo qui, il
problema si fa doppiamente difficile. Perché la marginalità
di questo cinema, ultimo baluardo del termine autorialità (c’è da
chiedersi se le due parole in Italia non siano legate da un destino grottesco),
significa in fin dei conti soprattutto marginalità di distribuzione. Non è una
novità che qui da noi si realizzino molti più film di quanti se ne vedano
poi in sala. Ma quanti credete che siano tra questi quelli indipendenti? Ebbene,
la maggior parte. E per la maggior parte di loro distribuzione significa
due o tre giorni di sala, due o tre sale in tutta Italia, nonostante il fatto
che spesso siamo di fronte a veri e propri piccoli capolavori (Girotondo,
giro intorno al mondo, di Davide Manuli
nel 1999, I nostri anni di Gaglianone quest’anno, casualmente entrambi
fotografati in bianco e nero). E un’altra cosa, per quanto forse ovvia: il
riferimento dell’ultra-indipendenza non è solo quello economico, ma anche
quello delle idee: politiche (Daniele Gaglianone con I nostri anni),
culturali (Fabio Rosi con L’ultima lezione), sociali (Il prezzo) e
di linguaggio (Franco Bertini con Tutt’apposto ed Eros Puglielli con
Tutta la conoscenza del mondo).
Anche per questo
sentiamo necessario augurarci che proprio questi film, in particolare, risolvano
il problema della loro distribuzione – cioè della loro visibilità – primo
e inalienabile approdo di un’opera cinematografica.
Fabio Rosi a
proposito del suo film, L’ultima lezione: “Nessun distributore lo ha
visto, è impossibile o quasi riuscire a farlo vedere: ne abbiamo contattati
parecchi, mettendo a disposizione copia e sala per proiezioni, anche singole.
Niente. Sembra che nessuno riesca ad organizzarsi per vedere un film del quale,
in ogni caso, si è parlato su tutti i mezzi di informazione: almeno la
curiosità! In ogni modo ora sembra che qualcosa si stia muovendo (siamo
tenacissimi), e forse almeno una dignità di risposta riusciremo ad
ottenerla. Se non altro abbiamo già avuto numerosissimi inviti (ma veramente
tanti) per proiettare e dibattere il film in università, scuole e cineclub di
tutta Italia. Forse è questo l'alveo naturale del film. E, sperando comunque in
una futura uscita in sala, sono queste le proiezioni che mi danno più
soddisfazione”. Il film è stato prodotto dalla River Film di Dario Formisano e
Roberto Gambacorta, piccola e coraggiosissima casa di produzione indipendente,
responsabile qualche anno fa di Isotta (di Maurizio Fiume) e di molti
cortometraggi di giovani talenti. Ed ora, con un notevole sforzo economico
(realizzato con i propri mezzi), di quest’ultimo lungometraggio per la sala.
Preterizione: nonostante la diretta emanazione, non faremo nessun paragone con
il libro di Ermanno Rea. Innanzi tutto perché il film è molto
liberamente tratto dal romanzo-saggio L’ultima lezione del
giornalista napoletano. Poi, perché la scelta di chiamare il film come il libro
ha avuto ragioni lontane dalla volontà del regista, che avrebbe preferito
Senza salutare, un titolo più vicino alla sceneggiatura così come si è
venuta formando nei cinque anni di lavoro che Fabio Rosi ha dedicato alla sua
prova cinematografica d’esordio. Il libro di Rea non può generare una
sceneggiatura senza che questa sia costretta a travisare completamente la
struttura del libro stesso, che non è narrativa tout-court, bensì altalenante
tra la riflessione sul genere del giallo alla Sciascia e la critica del pensiero
economico, tra il racconto dell’ultima lezione universitaria di Federico Caffè e
i percorsi della politica degli anni ’80 (ma di Craxi e Berlinguer nel film non
si parla, se non per allusioni indirette). Detto ciò, L’ultima lezione è
un film che cerca di dipanare quanto nel libro è sottaciuto in termini di
storia, amplificandone certe evocazioni e tentando di insufflarle nell’impianto
narrativo di un love affair tra due giovani studenti del professore di
economia, ripercorrendo tramite questa, come in uno specchio, i possibili
sentieri delle ipotesi sulla sua scomparsa. Un progetto, quello di Fabio Rosi,
che ha innanzi tutto il merito e il coraggio di confrontarsi con un tema
difficilissimo, per la complicata trama di storie personali e vicende politiche
che il mistero di Federico Caffè si trascina dietro dal 1987, anno della sua
scomparsa. Roberto Herlitzka (Caffè) e Paolo Sassanelli (un dirigente della
Consob di quell’epoca) tratteggiano i due termini antitetici di un periodo
chiave per la politica italiana. E lo fanno senza sbavature, Herlitzka
infilandosi come in un guanto nel personaggio schivo e contraddittorio di Caffè,
Sassanelli riuscendo a rimanere sobrio e convincente pur dovendo vestire i panni
paradigmatici del rampantismo corrotto e iattante di quegli stupidi anni.
Meno convincenti i due giovani protagonisti, Ignazio Oliva e Chiara Conti, un
po’ a disagio in questa prova (Oliva si era distinto con un’ottima prestazione
in un altro felice esordio, il primo Campiotti di Come due coccodrilli).
Per alcuni versi l’indipendenza così vigorosa del progetto produttivo si fa
sentire su alcuni aspetti tecnici, per altri offre al film ottimi momenti dal
punto di vista linguistico. Per esempio nel meccanismo – semplice ma efficace –
del ritorno della stessa inquadratura nel corridoio della facoltà di Economia e
Commercio di Caffè, un lento carrello al buio che segue prima i passi del
professore, e molto dopo – a giochi fatti – del giovane allievo. Oppure
nell’utilizzo diegetico della colonna effetti nella scena finale: un ottimo
esempio di utilizzo della carica espansiva dell’inquadratura, cara al cinema
hitckockiano. Un semplice suono fuori campo di un’automobile che si mette in
moto – sul primo piano di Herlitzka – prende energicamente posizione a favore
dell’ipotesi (tuttora la più accreditata) che non si sia trattato di un
suicidio, bensì di una fuga con l’aiuto di una seconda persona rimasta fino ad
oggi nell’ombra.“L’uovo di Colombo è ovvio dopo, non prima”. Così Fabio Rosi
chiude le sue riflessioni sulle vicende produttive di un film che ha avuto una
genesi di ben cinque anni, l’entusiasmo di tutti coloro cui veniva proposto, una
rassegna stampa corposissima, ma alla fine dei conti nessuna solerzia nel
facilitare il progetto. “Sono, in
definitiva, un po' sorpreso, non polemico, perché questa straordinaria storia
italiana la sono riuscita a girare io, con Dario e Roberto, con due lire e un
manipolo di giovani entusiasti con esperienza relativa”. In effetti a pensarci
bene suona strano che nessuna grossa casa di produzione con più mezzi abbia
pensato prima di gettarsi su un progetto così interessante. “Cinque
anni forse non sono nemmeno tanti, viste le lunghissime attese che di solito
impegnano gli esordienti: secondo me che in Italia c'è un tempo fisiologico di
attesa per realizzare i film, una voglia fisiologica di attesa, e non c'è nulla
da fare, bisogna aspettare, chi molto, chi moltissimo…”.
Si può obiettare
tutto quello che volete ad Amos Gitai per Kippur (e ne avrei voglia…), ma
certo non gli si può togliere il merito di aver immaginato un modo nuovo di
portare la guerra sullo schermo, lontano anni luce dalla spettacolarizzazione a
tutti i costi cui gli americani ci hanno abituato (Salvate il soldato Ryan);
ma loro le guerre recenti devono esorcizzarle in quanto errori di presidenti
presunti psicopatici (Nixon) o imposizioni hobbistiche; noi non le abbiamo
ancora sufficientemente riconosciute come necessarie, ma soprattutto in molti
casi non le ricordiamo più. Se nel film israeliano guerra è sinonimo di
de-retoricizzazione spinta al limite tramite piani sequenza ossessionatamene
lunghi e banalizzazione dello sguardo per farlo paradossalmente esplodere
nel senso contrario, ne I nostri anni Daniele Gaglianone recupera tutta
la sua esperienza ibrida di film e video-maker per esporre la sua personalissima
visione della lotta partigiana. Questo è un merito che film cugini e più
ricchi come Il partigiano Johnny non sembrano potersi attribuire. Sono
soprattutto le unità di luogo, tempo ed azione che forgiano la potenza delle
sequenze ambientate nelle montagne della Resistenza antifascista italiana dei
primi anni ’40. Unità cui aggiungerei quella cromatica del bianco e nero,
che aiuta la tragicità del racconto ad elevarsi al di sopra della contingenza e
ad entrare nel mito. E la commistione dei due linguaggi, cinema e video, quella
guerra la ambienta contemporaneamente anche nella mente di Alberto, settantenne,
costretto dai suoi rimorsi a ricordarne quotidianamente gli orrori come se
fossero accaduti ieri. Dal punto di vista esclusivamente linguistico I nostri
anni è l’approdo che ci si poteva aspettare da una prolifica carriera fatta
di documentari e cortometraggi sperimentali, che Daniele Gaglianone ha spesso e
volentieri dedicato proprio alla Resistenza (dal 1991 collabora con l'Archivio
Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino). “Cinema e video sono due
mezzi diversi e occorre essere consapevoli dei loro reciproci limiti. Comunque
io non sono un purista, credo anzi in una convivenza dei due linguaggi e
dei due dispositivi”. A Gaglianone, diversamente ancora da Il partigiano
Johnny ma anche da Porzus – che recuperano precisi pezzi di storia
d'Italia, episodi della guerra partigiana sottaciuti –, non interessa l’esatta
riconoscibilità dell’evento storico. La sua attenzione non è solo puntata sulla
memoria, ma sul significato che questa memoria assume oggi, sulle conseguenze
dei ricordi di chi ha vissuto l’orrore e chi no. “Per
uomini come Alberto non sono passati nemmeno due minuti da certi episodi e
allora il tempo diviene una trappola, un gioco crudele dove il passato non passa
e la memoria si trasforma in ossessione”.
Quando Alberto (uno strepitoso e bellissimo
Virgilio Biei, che sembra il nonno di Fabrizio Bentivoglio) chiede
all’infermiera dell’ospizio se il signore della stanza 101 sia Umberto Passoni,
capitàno di una brigata di camicie nere che torturò e uccise i suoi compagni, la
risposta vuota della ragazza ci offre con due linee di dialogo il panorama
desolante della perdita della memoria storica. E nel finale, quando sono
ammanettati dai carabinieri che poco prima li avevano inconsapevolmente aiutati,
Alberto e Natalino non riescono a trattenere le risate per il loro tentativo
malriuscito di vendetta. Forse perché adesso l’ossessione è stata esorcizzata,
l’orrore della memoria è rientrato nei ranghi di una quotidianità banale che non
è più, e mai più sarà, quella della guerra.
“Non ci sono parole, non si può dire nulla e, di fronte a una ferita che
continua a sanguinare, considerazioni legittime e forse auspicabili in sede di
riflessione storico-politica sul necessario superamento del passato, si
infrangono contro il dolore soggettivo che non può essere né valutato né
giudicato”. Dove vedremo questo piccolo capolavoro? In quante sale? La scommessa
non vale la pena neanche di farla.
Non so se qualcuno ha presente la quadrilogia
in cinque parti di Douglas Adams che inizia con quell’esilarante romanzo
dal titolo Guida intergalattica per autostoppisti. Tra le altre
innumerevoli cose (è una vera e propria saga) vi si narra di una civiltà
extraterrestre che in un lontanissimo passato raggiunse le competenze
scientifiche per costruire un computer in grado di rispondere alla Domanda
Fondamentale. Insomma si cercava di raggiungere Tutta la Conoscenza del Mondo.
Passati milioni di anni a calcolare, alla fine la risposta alla Domanda
Fondamentale risultò essere “42”. La perplessità dell’intera razza aliena
obbligò gli scienziati a costruire un altro computer in grado di rispondere a
quest’altra domanda: “Qual è la Domanda Fondamentale?”. Il calcolatore che
avrebbe dovuto pensarci su stavolta aveva una caratteristica particolare:
era in grado di evolversi da solo, ed era composto perciò di pura materia
organica. Fu previsto che nel giro di qualche milione di anni avrebbe fornito la
risposta su quale fosse la domanda la cui risposta era “42”… Il nuovo computer
organico era (è) la Terra. E proprio in questi giorni sta per scaturire la
soluzione. Ma la Domanda Fondamentale non sarà mai dato di conoscerla, perché
una razza aliena nemica sta per distruggere il nostro pianeta…
Se questa fosse la storia di un film di Eros
Puglielli, il ventisettenne regista romano di Tutta la Conoscenza del Mondo
non la girerebbe mai, anche se lo spunto – ma soprattutto le conseguenze sui
personaggi – sarebbero pane per i suoi denti aguzzi. Non la girerebbe perché,
nonostante il talento ampiamente dimostrato negli anni, nessun produttore che
conti qui in Italia gli ha mai dato una possibilità reale, e nei suoi
ormai più di dieci anni di carriera (da quando girava i primi, spiazzanti
cortometraggi in VHS) non ha ancora trovato qualcuno in grado di metterlo nelle
condizioni di fare un film che non si riveli produttivamente (e poi
distributivamente) un’avventura quasi suicida. Per contro bisogna dare atto
all’avvocato Antonio Ciano, con la sua piccolissima e coraggiosa Nuvola Film, e
all’imprenditore Amedeo Bacigalupo (insieme all’intervento successivo di
Raicinema) – che hanno letteralmente racimolato i due miliardi necessari da
amici, colleghi e conoscenti – di aver offerto al regista quello che si è
rivelato il suo primo, vero, importante trampolino di lancio dopo l’esperienza
distributiva disastrata di Dorme: il Forum di Berlino. A dire la verità
Tutta la conoscenza del mondo sta facendo storcere un po’ il naso anche a
qualche vecchio (o nuovo) estimatore di Puglielli. Ma il motivo è facilmente
riconducibile all’assuefazione tutta italiana dei nostri osservatori nei
confronti del cinema di casa nostra. Talmente radicata da non riuscire a
scrollarsi di dosso inoculati pregiudizi neppure nei confronti del caso lampante
di Muccino. Se non c’è l’autorialità (dalla quale Puglielli fugge
esplicitamente, dichiarandosene lui stesso lontano) il regista italiano è
automaticamente relegato in zona Vanzina. A meno che – d’altra parte – non ci
sorprenda con effetti speciali. Per il realismo magico di uno dei più
nostri riconoscibili giovani filmakers, che ha il torto di non esser capace di
riconoscersi in nessuna categoria definita (da chi?), gli strali figli
dell’approssimazione e del pessimismo aprioristico stanno rischiando di
seppellire uno dei pochissimi registi su cui sentirei di scommettere. Da Berlino
la stampa italiana ha resocontato poco o niente su questo film. Eppure Tutta
la conoscenza del mondo rivela le armi di un giovane guerriero, capace di
non consentirti mai di prevedere dove metterà la macchina da presa e di
sorprenderti per inventiva e linguaggio laddove l’argomentazione è
apparentemente più debole. Puglielli racconta con il suo ultimo film la
voglia di vivere, osservando con un occhio leggerissimo e insieme sarcastico (ma
sempre in perfetto equilibrio) la duplicità dell’uomo e l’ironia che ne sgorga.
L’adolescenza è la caratteristica di ognuno dei suoi personaggi, a dimostrazione
che anziani o giovani, socialmente riconosciuti o ignorati, tutti siamo degni di
derisione. Seppur affettuosamente.
Paragonabile a Leone Pompucci per la facilità con
cui sembra muovere la macchina da presa, Puglielli sembra il prodotto delle
acrobazie del primo Spielberg, veloce, dinamico, sicuro, e dei fuochi
d’artificio retorici del migliore Pennac. E un amante dell’atmosfera serena
della commedia americana degli anni ’50. Sembra capace di far apparire sulla
pellicola la sua idea del film e delle inquadrature con un semplice schiocco
delle dita. Eppure i suoi collaboratori vi racconterebbero di giorni di ripresa
in cui bisognava portare a casa 20 minuti di girato buono in 30 minuti di
tempo effettivo a disposizione (e forse quelli sono i momenti dove più che
altrove il film sembra fatto con dieci miliardi…). Oppure di attori
disposti a rinunciare al proprio compenso ed entrare in compartecipazione sugli
introiti. Puglielli vuole far divertire, e facendolo riesce a dirigere la
Mezzogiorno, Marco Bovini, Giorgio Albertazzi e Claudio Guain come se si fosse
girato in tre mesi, invece che in 15 settimane sparse qua e là in un anno e
mezzo.
Tutta la conoscenza del mondo non ha ancora
una distribuzione, ma spera di trovarla grazie a Berlino. Sempre che qualcuno si
accorga del film, visto che non è in lucano sottotitolato in ladino, né parla di
mafiose tettone maggiorate. E neppure – ma questo forse è un male – sa
esattamente a chi rivolgersi, come invece sanno quelli cha vanno in giro
stringendo fra i denti una mazzetta di euro per il primo giornalista disposto a
giurarsi un amicone.
Nella selezione ufficiale del ‘NoirinFestival di
Courmayeur’ 1999 un noir tutto italiano aveva meritato la Menzione Speciale
della Giuria e una certa indifferenza da parte di un pubblico distratto da
horror-blockbusters di basso livello quali Stigmata o Il collezionista
di ossa. E’ Il prezzo, film d’esordio di Rolando Stefanelli, che
aveva ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali (tra cui il David di
Donatello) con lo splendido cortometraggio in bianco e nero La matta dei
fiori (1997).
Il prezzo è già uscito in sala, ma qualcuno lo sapeva? O meglio ancora:
qualcuno l’ha visto? Eppure la prima prova di Stefanelli è solida sotto tutti i
punti di vista, convincente come quasi nessun esordio italiano degli ultimi anni
e indubbiamente portatrice di una visione molto personale, dura, spesso
addirittura inconciliabile con se stessa e con il suo autore. Stefano Dionisi è
Romano, un alcolizzato e disilluso professore che accetta di contrabbandare una
partita di droga fino in Olanda. Senza metterla al corrente, invita Alba, una
sua vecchia fiamma, per usarla come copertura e forse per provare a riaccendere
il rapporto. Chiara Caselli ottiene per questo ruolo una Menzione come Migliore
Attrice, e in effetti dimostra una notevole abilità nel sostenere il
personaggio, in bilico tra fragilità emotiva e sospetto, capace di dolcezza e
dedizione nei confronti di un uomo che vuole salvare dall’alcol e
dall’autodistruzione, ma anche di irremovibile durezza quando scopre di essere
stata raggirata. Ottima fotografia (Vincenzo Marano) e presa diretta miracolosa
per essere un film d’esordio italiano. E le splendide musiche jazz di Paolo
Fresu precisano il punto: la propria dignità è il prezzo da pagare se si ha
bisogno di soldi. Soldi con i quali, forse, si vuole ottenere una certa dignità.
Anche in amore. Ma Stefanelli, dicevamo, è duro. E nessuno dei due, né Romano né
Alba si salvano dall’accusa implicita del regista di non poter fare a meno di
dipendere non da droghe o dall’intransigenza borghese, ma dal cosiddetto
pensiero negativo. Un film ignorato prima di tutto dalla
distribuzione che l’ha inserito nel proprio listino. Una campagna promozionale
appena sufficiente per non cadere nell’inadempimento contrattuale, poi un oblio
immeritato.
Tuttapposto, di Franco Bertini, è il
secondo film della nostra rosa di cinque che curiosamente sceglie la strada
della commedia, più o meno all’italiana. Non mi sembra un caso. L’indipendenza
non è più legata necessariamente all’autorialità seriosa (lo è mai stata?), o
alla sperimentazione su argomenti forti. I film di Puglielli e Bertini
dimostrano qualcosa che rovescia un modus pensandi ormai obsoleto: la
necessità di fare cinema a tutti i costi, nelle condizioni più proibitive
possibili come quelle che caratterizzano questi esordi, non deriva solo
dall’esorcizzazione di oscure ossessioni o dall’appartenenza a movimenti e
manifesti politici o culturali, ma sempre più spesso da singoli progetti slegati
da qualunque ambito produttivo (magari lo trovano strada facendo) e appartenenti
ad individualità forti che emergono nel mare magnum di decine di altri tentativi
mai o mal approdati sugli schermi. E con sempre maggior frequenza queste
iniziative, appunto, sono caratterizzate da una leggerezza di fondo che non vuol
più aggrapparsi ad ipocrite dichiarazioni autoriali. Forse perché non va più di
moda. Forse perché ad essere autori non ci si guadagna. O forse perché in certi
ambienti, diversamente da quelli ufficiali, paradossalmente si respira una
maggiore libertà intellettuale.
Il film di Bertini in più suggerisce che il digitale
in sostituzione della pellicola può essere un ottima scelta quando – in una
commedia – c’è l’esigenza di stare dietro agli attori più che ad ogni altra
cosa, di lasciar loro spazio e il tempo anche di improvvisare. Il nastro video
sicuramente consente più leggerezza e più libertà di ri-girare, fino al ciak
buono. Ma quello buono sul serio. Pennellate che si possono modificare con altri
colori della tavolozza, se è necessario, visto che pennelli e colori costano un
po’ di meno che nel passato e che sono più facili da usare. Il che può
significare però, abbastanza spesso, lasciarsi andare al ‘come viene viene’. A
proposito di attori, Tuttapposto ne fa il suo punto forte, affidando il
film nelle mani di interpreti ancora in odor di gavetta ma molto attenti ad
adeguarsi alla compattezza stilistica del progetto, sotto la direzione del vero
demiurgo del film, il regista. Lele Vannoli per esempio ha alle spalle decine di
ruoli da caratterista, comprimario o spalla, e siamo convinti che tra breve
troverà una strada meno impervia da percorrere.
Per chiudere, ci pare necessario – una coscienza
civica che scalpita ce lo impone – dare le seguenti informazioni. Giusto
per vedere velocemente cosa succede dall’altra parte, dentro le
automobili fiammanti.
Le ultime notizie che arrivano dal fronte dei
finanziamenti pubblici ai film di fiction di produzione nazionale riguardano gli
ennesimi brocchi della scuderia Cecchi Gori: “…la commissione per il credito
cinematografico ha deciso di ammettere al finanziamento due film di
produzione nazionale - Commedia sexy di Claudio Bigagli (2.885 milioni), E
adesso...sesso di Carlo Vanzina (2.826 milioni)”. I precedenti più immediati
sono Zora la vampira e Al momento giusto. Nonché, ma qui Cecchi
Gori stranamente non c’entra, l’ultimo film di Tinto Brass Angelo nero.
Non ci sembrano necessari altri commenti. Queste
sembrano proprio essere le fiammanti automobili che sfrecciano sull’autostrada.
Speriamo solo che i moscerini non muoiano tutti, e
che magari qualcuno si infili nel radiatore di una mercedes blu, emulando
gremlins di dantiana memoria…
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