CINEMA “ENERGETICO”
Se in Italia c’è stato – l’uso del verbo al passato è doveroso – un tipo di cinema capace di fare inchiesta laddove la televisione e la stampa venivano meno, a questa categoria apparteneva sicuramente il film Il caso Mattei. Palma d’oro a Cannes nel 1972 – ex-aequo con La classe operaia va in paradiso (anche questo un pamphlet politico-sociale di ampio respiro) – la pellicola di Francesco Rosi è pienamente ascrivibile al periodo del cinema italiano “militante”. Gian Maria Volonté, in una delle sue rare interpretazioni volutamente “sottotono”, incarna Enrico Mattei, presidente dell’AGIP e dell’ENI deciso a non svendere l’industria dell’energia italiana e a fare accordi con Russia e Medio Oriente contro il monopolio delle “Sette sorelle”. Lo stile quasi documentaristico regala al film un aspetto realistico e convincente, anche se l’impostazione è quella della fantapolitica, visto che gli sceneggiatori decidono di seguire una teoria “complottista” per far luce sulla morte dell’industriale italiano nel 1962. Nonostante però tale teoria appaia abbastanza attraente dal punto di vista storico, è proprio lì il problema del film, come di molti altri a metà strada tra il giornalismo e la fiction: l’utilizzo del cinema come uno scandaglio storico, in cui la mimesi con i personaggi reali è in primo piano. Così facendo in alcuni casi è facile perdere di vista la reale potenzialità che fa del cinema una straordinaria macchina di edificazione dell’immaginario collettivo. Inevitabili dunque le critiche al film da parte della stampa, come d’altronde in ogni altro caso simile a questo di cinema di impegno civile (vedi anche l’ultimo Bellocchio su Moro): Mattei è disegnato come un eroe e se ne perde la reale complessità.
Ma non poteva che andare così: in un paese dove la televisione fa di tutto per evitare di informare il suo pubblico, in Italia non rimaneva che la macchina dei sogni a poter offrire spunti realisti. Solo che l’ha fatto tradendo la sua potenzialità di narrare in maniera epica. Tra i pochissimi di sempre, fu Sergio Leone a capirlo. E infatti, tra pochissimi, Sergio Leone non è stato capito. Ed oggi viene rivalutato non come uno dei veri, validi autori (insieme per esempio a Petri) di cinema politico, ma come un semplice seppur geniale regista “di genere”. Che sia il cinema di genere, quello “alto” intendiamoci, il cinema con maggiore “energia” di tutti i tempi?
Federico Greco
© Liberazione 28 1 2006
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