BANCHE ARMATE: FACCIAMO IL PUNTO
GIORGIO BERETTA
Lanciata nel 2000 su
iniziativa di tre riviste del mondo pacifista (Mosaico di pace, Nigrizia
e Missione Oggi), la Campagna di pressione sulle “banche armate
” ha cercato, fin dal suo inizio, di perseguire un duplice scopo:
da un lato favorire un controllo attivo dei cittadini sulle operazioni di
appoggio delle banche al commercio delle armi, dall'altro fornire
informazioni per un ripensamento dei criteri di gestione dei propri risparmi
. In questi quattro anni sono state numerose le azioni di singoli e
associazioni che, rispondendo all'invito dei promotori della campagna, hanno
inviato alla propria banca una lettera chiedendo chiarificazioni in merito
alle operazioni di appoggio all'export di armi italiane documentate dai dati
forniti dalla Relazione prevista dalla legge 185/'90 che ogni anno la
presidenza del Consiglio trasmette al parlamento. Dati che vengono
puntualmente riportati sul sito della Campagna (www.banchearmate.it)
corredati da precise analisi. Un'attività di pressione che ha condotto
alcuni istituti di credito a prendere posizione.
Chi esce e chi... rientra
Tra le
prime risposte va ricordata quella del gruppo Unicredit, che già nel 2000 ha
manifestato agli organi di stampa la propria intenzione di uscire dal
settore. “Nel dicembre 2000 sono stati emessi dalla Direzione centrale
ordini di servizio che disponevano dal 1° gennaio 2001 di non assumere più
nuovi contratti di questo tipo, sapendo che sarebbe stato però
indispensabile un periodo transitorio per l'uscita definitiva da questo
mercato ” - spiega in una recente intervista Riccardo Della Valle,
responsabile Bilancio sociale ambientale di Unicredit. Nonostante le
dichiarazioni, anche nel 2003 Unicredit Banca d'Impresa continua però a
comparire nella tabella delle “nuove autorizzazioni” con 39 operazioni del
valore complessivo di 30,1 milioni di euro che rappresenta il 4,2% del
totale delle transazioni. Finora la spiegazione dei dirigenti del gruppo è
stata che “si stanno portando a termine impegni assunti negli anni
precedenti”. Una risposta che non dissipa del tutto le perplessità delle
associazioni. Va comunque riconosciuto che Unicredit ha notevolmente
ridotto le proprie operazioni nel settore se pensiamo che nel 1999 il
gruppo di provenienza di Unicredit (Unicredito Italiano) con 1248 miliardi
di lire ricopriva più della metà del totale degli importi autorizzati di
quell'anno.
Chi invece scompare - e crediamo definitivamente - dall'elenco delle
cosidette “banche armate”, è il gruppo Monte dei Paschi di Siena che
ormai da due anni ha praticamente interrotto i propri servizi d'appoggio
alla compravendita di armi . Un risultato quanto mai positivo per gli
attivisti della campagna e specialmente per il gruppo fiorentino, uno dei
più attivi nel settore.
Anche la Cassa di Risparmio di Firenze non appare nell'elenco del
2004. Ma l'acquisizione lo scorso anno della Cassa di Risparmio di La
Spezia, tradizionalmente uno degli istituti di riferimento della Oto-Melara,
dovrebbe portare le operazioni svolte dalla banca spezzina nell'elenco della
Cassa fiorentina. E non saranno poche visto che la Cassa di Risparmio di La
Spezia ha ricevuto solo lo scorso anno 47 autorizzazioni, per un totale di
oltre 34 milioni di euro (una percentuale che sfiora il 5% del totale) con
operazioni che spaziano dalla Nigeria al Sultanato del Brunei fino alla
Malesia.
Conferma invece anche nel 2003 la propria uscita dalla fornitura di servizi
al commercio delle armi la Banca Popolare di Bergamo-Credito Varesino, dallo
scorso anno fuse nel gruppo Banche Popolari Unite.
La novità dell'anno in corso riguarda uno degli istituti bancari
maggiormente attivi nel settore. Si tratta di Banca Intesa che, a seguito
delle pressioni dei correntisti e di una specifica iniziativa di
richiesta di trasparenza confluita nella “Campagna Manca Intesa” , ha
comunicato la decisione di “ sospendere la partecipazione a operazioni
finanziarie che riguardano l'esportazione, l'importazione e transito di armi
e di sistemi di arma, che rientrano nei casi previsti dalla legge
185/90”. Sebbene Banca Intesa si riservi di “valutare autonomamente
operazioni che, pur rientrando fra quelle previste dalla legge 185/90, non
abbiano caratteristiche tali da essere incoerenti con lo spirito di ‘banca
non-armata' (come ad es. operazioni di peacekeeping , in cui i
soldati Onu vanno comunque armati)”, l'istituto bancario si è impegnato a
dare tempestiva comunicazione di queste autorizzazioni attraverso il proprio
sito internet. Un passo significativo, soprattutto perché la banca ha
accolto la domanda di trasparenza dei cittadini e ha avviato un dialogo
con le associazioni promotrici della Campagna.
Le “banche armate” del 2003
La
“Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo
dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e dei
prodotti ad alta tecnologia ” trasmessa dalla presidenza del
Consiglio al parlamento nel marzo scorso, riporta per il 2003 un forte
aumento delle consegne effettuate - che crescono quasi del 30% rispetto
all'anno precedente passando dai 487,2 milioni di euro del 2002 ai
629,6 milioni dello scorso anno. Ma sono state soprattutto le nuove
autorizzazioni a destare numerosi interrogativi. Innanzitutto l'ammontare
delle autorizzazioni all'esportazione rilasciate dal governo per l'anno 2003
fa segnalare la cifra record dell'ultimo quadriennio toccando 1
miliardo e 282 milioni di euro, con un incremento che sfiora il 40%
(39,36%) rispetto ai 920 milioni di euro del 2002. Autorizzazioni, quelle
del 2003, che per il 72,3% riguardano Paesi non Nato, e per il 53% sono
rilasciate per contratti verso Paesi del Sud del mondo spesso nelle “aree
calde” del pianeta ed addirittura a Paesi verso i quali è in vigore
l'embargo da parte dell'Unione europea, come nel caso della Cina.
In un anno di forte crescita dell'export di armi, sono aumentate anche le
attività degli istituti di credito, ai quali sono state concesse
complessivamente 707 autorizzazioni per lo svolgimento di transazioni
bancarie relative ad esportazioni e importazioni sia temporanee che
definitive, pari ad un valore di oltre 1 miliardo e 155 milioni di euro
. Tale cifra segna il top dell'ultimo
decennio con un aumento del 50 % rispetto al 2002. Un giro d'affari che ha
portato alle banche compensi di intermediazione per oltre 42,6 milioni di
euro. Tre quarti delle transazioni degli oltre 722 milioni di euro di
esportazioni definitive sono state negoziate da cinque istituti
bancari: Banca di Roma, che con oltre 224,3 milioni si aggiudica oltre il
30% delle operazioni; il Gruppo Bancario S. Paolo IMI che con 91,7 milioni
euro migliora lo share dell'anno precedente, quando era del 10%,
toccando il 12,7%; Banca Intesa (88,8 milioni euro di transazioni per il
12,3% del totale) che con Intesa BCI (operazioni per 8,5 milioni euro pari
all'1,2%) porta al 13,5% la sua performance complessiva (era del 7%
lo scorso anno); la Société Générale (70 milioni di euro pari al 9,7%) che
si aggiudica la mega fornitura alla Malesia, e Banca Nazionale del Lavoro
(BNL) che con 108 operazioni del valore 69,6 milioni euro raggiunge il 9,6%.
Ciò segnala un calo rispetto agli ultimi due anni, quando ricopriva il 18%
del totale.
Le tesorerie disarmate
Da qualche anno diversi gruppi locali hanno iniziato a chiedere ai propri Comuni di adottare un regolamento etico nella scelta della tesoreria comunale. Accogliendo le richieste della Campagna di pressione sulle banche armate, lo scorso anno la Rete di Lilliput ha dato vita alla Campagna tesorerie disarmate . L'iniziativa chiede che nei bandi per le gare d'appalto per le tesorerie degli enti locali e pubblici non territoriali venga inserita una voce relativa al finanziamento del commercio di armi e propone di assegnare un punteggio negativo agli istituti di credito che forniscono i propri servizi al commercio delle armi, ed uno positivo a quelli che non sono implicati in alcun modo in attività di compravendita di armi . L'iniziativa ha preso il via nel Comune di Pavia e si sta estendendo ad altre città, come Ladispoli, Firenze e Palermo.
Le prossime iniziative
Lo
scorso luglio, in occasione dell'assemblea annuale dell'Associazione delle
banche italiane (ABI), le associazioni hanno infatti inviato una lettera al
direttore generale dell'ABI chiedendo di appoggiare ufficialmente le scelte
annunciate Banca Intesa ed altri istituti bancari di non fornire
finanziamenti al commercio delle armi e di invitare le altre banche
italiane, oggi coinvolte nella vendita di armi ad intraprendere a loro
volta un percorso di responsabilità e trasparenza . L'ABI ha risposto
comunicando la disponibilità ad incontrare in sede privata alcuni
rappresentanti dell'iniziativa. Una disponibilità che sarà da valutare nel
merito, ma che rappresenta un segnale positivo anche a fronte
dell'atteggiamento ostile dei dirigenti della Banca regionale europea (Bre,
gruppo Banca Lombarda e Piemontese). Coinvolta per una fornitura al Belgio
di kit per mitragliatrici aviotrasportabili della ditta Aerea (poco
più di un milione di euro), nel gennaio scorso Bre Banca ha citato in
tribunale “La masca” un settimanale di Cuneo, sede della banca, che aveva
riportato i dati della Relazione governativa. Iniziativa ritirata solo
dopo una totale smentita da parte del periodico richiesta dalla banca.
E di “banche armate” e finanza etica per la pace si parlerà anche al
prossimo convegno dell'Associazione finanza etica in programma a Firenze e
Bologna, rispettivamente il 18 e 20 novembre 2004.
Rimane comunque fondamentale che associazioni e gruppi del mondo pacifista
si attivino sia nel chiedere trasparenza agli istituti bancari e fondazioni
collegate ai medesimi, anche trasferendo i propri conti bancari verso
istituti di credito non coinvolti nel commercio delle armi, sia invitando i
propri associati a fare altrettanto. L'impegno per la promozione della pace
passa anche da qui.
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