Artificial Intelligence (apparso su Cinemazip.it)
Non era mai successo che un
film fosse la combinazione di così diverse sensibilità, accomunate dall’amore
per la storia che racconta e dall’idea che ne è sottesa (e magari da un’amicizia
decennale consumatasi quasi esclusivamente via fax). Artificial Intelligence
è un ibrido, il parto di un leone con una gazzella, degno ospite dell’Isola del
dottor Moreau.
Papà Stanley ha fecondato il grembo di mamma Steven, ma il problema sta proprio
qui: mamma e papà non sono complementari perché sono dello stesso sesso (sono
entrambi registi), e il loro bambino (David/A.I.) non è un bambino
normale. E’ il frutto di una battaglia malandata di geni ostili l’un l’altro.
Inoltre era previsto che al parto assistesse anche il papà. E se è vero ciò che
Spielberg va in giro a dire che Stanley gli aveva chiesto di dirigere A.I.
preferendo solo produrlo, è anche vero che un produttore deve essere in
vita per produrre un film.
Dispiace insomma che A.I. sia diventato un film non di Kubrick, perché
l’idea di partenza è così grandiosa e complessa che fa male al cuore vederla
così sgonfiata di tutte le sue potenzialità da un esecutore frettoloso. “Stanley
mi ha chiesto di fare la regia del film perché lui avrebbe avuto problemi con
l’attore che interpreta David, il bambino undicenne. Con i suoi tempi di lavoro
nel frattempo sarebbe cresciuto e non ci sarebbe più stata la continuità”, dice
Spielberg.
Ma ci si dimentica dei tempi di lavorazione di Shining con il piccolo
Danny Lloyd, e di Barry Lyndon con Dominic Savage (il piccolo Lord
Bullingdon). Si sgonfia dunque qualsiasi motivazione che l’ex enfant prodige
del cinema hollywoodiano prova a propinare alla stampa.
D’altronde l’operazione era così ghiotta che non è difficile perdonare
all’entourage kubrickiano - primo fra tutti Jan Harlan - di aver ceduto alla
tentazione.
Non sapremo mai se Stanley avrebbe veramente consegnato ad un altro, chiunque
fosse, un progetto su cui lavorava da vent’anni. Ma altre cose le sappiamo.
Per esempio ci si chiedeva quanto Kubrick avrebbe mantenuto Spielberg nella
sceneggiatura. Purtroppo si è andati oltre le più rosee previsioni:
Spielberg deve aver lavorato solo nei week-end alla “revisione” della
sceneggiatura (magari mentre scriveva con l’altro lobo del cervello Minority
Report), altrimenti non si spiega come mai il film sia così simile nella
struttura, nei personaggi, nelle intenzioni generali al soggetto che Kubrick
aveva sviluppato con Brian Aldiss, Ian Watson e Sarah Maitland, tre dei suoi
collaboratori.
Se A.I. fosse diventato un film di Spielberg a tutti gli effetti sarebbe
stata la sua salvezza. E invece tocca assistere a forzate citazioni del cinema
kubrickiano snocciolate qua e là (una per tutte: l’inquadratura frontale
dell’automobile che accompagna Gigolo Joe, David e Teddy a Rouge City, è un
clone dell’inquadratura in Arancia Meccanica in cui i quattro drughi,
fatti di latte più, sfrecciano per le strade provinciali della Gran Bretagna
prima dello stupro). Oppure a John Williams che imita goffamente Ligeti e a
Kaminski che ricerca il tono fotografico di Eyes Wide Shut nel finalone
onirico.
E un’altra cosa: non era stato proprio Spielberg, una trentina di anni fa, a
insegnarci che al cinema gli extraterrestri è molto meglio non mostrarli (Incontri
ravvicinati del terzo tipo), soffermandosi piuttosto sulle facce di chi li
vede? De Palma ci aveva confortato in questa intuizione sbagliando
clamorosamente il finale di Mission to Mars. Che anche Spielberg,
l’eterno bambinone genialoide, possa invecchiare e rincoglionire? Che non sia,
come credevamo, solo un androide programmato per far soldi al botteghino? Che
anche lui, ogni tanto, abbia bisogno di dormire? E “sognarsi” di fare un bel
film da un’idea di Stanley…
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