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La gioventù fuori fuoco
Non esiste ancora una storiografia consolidata in grado di raccontare e spiegare
il terrorismo italiano. Ed è stato il cinema, più che la letteratura, a cercare
di riempire questa sorta di vuoto storiografico. Negli ultimi anni, da La meglio
gioventù di Marco Tullio Giordana a Buongiorno notte di Marco Belloccio, i
titoli sull'argomento si sono moltiplicati, proponendo ricostruzioni e
rappresentazioni più o meno riuscite.
Non sono mancate le polemiche sia sulle tesi interpretative avanzate dai vari
film, sia sulle loro scelte narrative; molte delle accuse erano però viziate da
una pretesa di «verità» che è del tutto incongrua se rivolta al cinema. Lo
sappiamo tutti: il film non si limita a raccontare la realtà, ma intende
rappresentarla, metterla in scena, proporla non ai lettori ma agli spettatori.
Il rapporto tra cinema e terrorismo non può essere quindi analizzato al di fuori
dello specifico cinematografico. Per questo appare veramente eccellente il
lavoro fatto da Federico Greco e Mazzino Montinari in Fuori fuoco, Cinema,
ribelli e rivoluzionari (ora in dvd, Flying Production 2006): è un film che ha
come argomento proprio il modo in cui il cinema italiano ha raccontato gli «anni
di piombo». L'idea di partenza è stata quella di far incontrare Maya Sansa e
Francesco Piccioni: il 26 novembre 2002, mentre l'attrice va a sostenere il
provino per interpretare il ruolo della brigatista Anna Laura Braghetti nel film
di Bellocchio, il suo sguardo incrocia quello dell'ex brigatista degli Anni 80,
che sta scontando il suo 23° anno di reclusione ed è uscito in semilibertà. Da
quel giorno e da quell'incontro partono due percorsi paralleli: da un lato la
memoria dei protagonisti dei quegli eventi sanguinosi (Pasquale Abatangelo,
Geraldine Collotti, lo stesso Piccioni), dall'altro gli autori di alcuni dei
racconti cinematograficamente più riusciti di quegli stessi eventi (Marco
Bellocchio, lo sceneggiatore di La meglio gioventù Stefano Rulli, Giuseppe
Ferrara, Mimmo Calopresti).
I primi negano a quelle rappresentazioni ogni rapporto con la realtà dei propri
vissuti; i secondi rivendicano la dimensione estetica della loro narrazione,
riaffermano un'ispirazione che nasce solo dalle loro coscienze individuali e
dalla soggettività dei propri sguardi. I due percorsi non si incontrano mai. E
restano ostinatamente separati nonostante che gli intellettuali intervistati
(Erri De Luca, Giuseppe Bianconi, Valerio Evangelisti, Pino Cacucci, Marco
Clementi, tra gli altri), tentino di raccordare memoria e storia, ricordi ed
eventi, oblio e rimozione.
Alla fine, Greco e Montinari tirano le fila della loro ricerca; e, non a caso,
propongono in Giù la testa (1971) di Sergio Leone l'unico vero grande film in
grado di restituirci oggi lo spirito di quegli anni. Rod Steiger, ribelle che
non crede alla rivoluzione, aiuta James Coburn, rivoluzionario di professione, a
seppellire le sue illusioni sul «Dio che è fallito»: i rivoluzionari hanno
sempre massacrato i ribelli e sempre i ribelli hanno dovuto lottare contro
quelli che erano stati rivoluzionari.
GIOVANNI DE LUNA 12/10/2007
L’idea alla base del documentario è molto affascinante: mettere a fuoco gli anni di piombo – con una particolare attenzione per l’esperienza delle Brigate rosse – ripercorrendo le varie tappe attraverso le quali il cinema italiano si è occupato e ha cercato di raccontare quel fenomeno. Capire in che modo quella straordinaria cartina di tornasole dello stato d’animo di una nazione che è l’industria cinematografica si è avvicinata a un periodo storico eccezionale, che ha gettato le premesse dell’Italia di oggi, per raccontarlo anche, e soprattutto, a chi non c’era: intento difficilissimo, sia per la vicinanza temporale di quei fatti, non ancora sedimentatisi completamente nel grande contenitore della Storia, sia – soprattutto – per la quantità e qualità di stati d’animo contrastanti che ancora oggi quegli eventi sono in grado di far emergere in quel poco che rimane della coscienza collettiva del Paese. Di qui, appunto, la difficoltà di mettere a fuoco quel frangente storico. Difficoltà che, a nostro parere, nonostante la grande mole dei contributi offerti, emerge anche da questo lavoro del giovane regista Federico Greco (già autore di importanti documentari, tra i quali un ottimo lavoro sulla carriere di Stankley Kubrick Stanley and Us e in procinto di esordire con la sua prima pellicola cinematografica, Road to L.) e di Mazzino Montinari, docente di Storia e critica del cinema e tra i responsabili della rivista di settore Close Up.
Fuori Fuoco, per circa un’ora di visione, alterna frammenti di sei pellicole che hanno affrontato l’argomento Brigate rosse (Il caso Moro, La mia generazione, La seconda volta, Piazza delle Cinque Lune, Buongiorno notte, La meglio gioventù) con i contributi di alcuni protagonisti diretti (e indiretti) di quegli anni: ribelli (Erri De Luca, Valerio Evangelisti, Pino Cacucci) e rivoluzionari non pentiti né dissociati (Francesco Piccioni, Geraldina Colotti e Pasquale Abatangelo) che descrivono il contesto politico e sociale in cui maturarono quelle scelte estreme e commentano i diversi modi in cui il cinema italiano ha cercato, tra alterne fortune e con risultati mai del tutto soddisfacenti, di raccontare quel frangente storico. Il tutto stenta però a decollare, si fatica a capire il significato ultimo dell’operazione, la gran mole di materiale offerto galleggia tra un intento documentario mai veramente approfondito e un (a tratti) fastidioso tono comprensivo-assolutorio che trasforma il rivoluzionario nella vittima o, peggio, nell’affascinante figura del fuorilegge in stile spaghetti western.
Trapela dal tutto un effetto-confusione che però non preclude la possibilità di provare almeno a trarre qualche punto fermo. Proviamo ad ipotizzarne alcuni, ad esempio:
- Che il cinema italiano ha finora fallito nel tentativo di descrivere e rivivere un momento storico di straordinaria importanza e dalle eccezionali potenzialità narrative. Probabilmente, per poter godere di una rilettura davvero efficace di quegli anni dovremo aspettare i contributi di una generazione del tutto estranea anagraficamente agli eventi in oggetto.
- Che, altrettanto probabilmente, per riuscire davvero a mettere a fuoco quel periodo storico serviranno ancora un po’ di anni, necessari a far sì che il coinvolgimento emotivo dei protagonisti passi finalmente in secondo piano rispetto alla ricostruzione storiografica del fatti. Senza fastidiosi ricatti reciproci. Senza la sempre più rivoltante e ipocrita contrapposizione vittima-carnefice.
Giuliano Boraso
http://bellariafilmfestival.blogspot.com/ - 4 6 2005
Giovedì mattina
Si comincia, come al solito, senza molte cerimonie. Due parole di benvenuto e subito si passa a presentare l'imponente documentario (83 minuti) fuori concorso, di Federico Greco e Mazzino Montinari: “Fuori Fuoco”. A presentare velocemente il lavoro c'è Greco, veterano bellariese, che cerca di spiegare la tesi esposta nel video. Il tema è trito e ritrito (il terrorismo italiano degli anni 70-80), l'approccio invece no: perchè il cinema italiano degli ultimi anni non è riuscito a rappresentare al meglio il terrorismo rosso? Il film cerca di dare una risposta a questo quesito intervistando registi, sceneggiatori, storici e brigatisti “irriducibili”, esponendo, al tempo stesso, la propria tesi: il terrorismo non può essere rappresentato appieno se non ci si limita a raccontare le cose, se si tenta, cioè, di interpretare quello che è successo, filtrandolo attraverso la propria coscienza politica o la propria visione artistica. E come riuscire a raccontare oggettivamente le cose se non ricorrendo al cinema di genere? Un cinema senza velleità artistiche o pseudo tali, che fa della forma la propria sostanza e che riuscirebbe (almeno, secondo gli autori) a rappresentare appieno il nocciolo della questione. Il film, pur dilungandosi molto, riesce ad essere sufficientemente affascinante e a tenere sempre viva l'attenzione dello spettatore. Tra gli intervistati, delle vere e proprie star: da Marco Bellocchio a Giuseppe Ferrara, da Maya Sansa a Aurelio Grimaldi. Applausi sul finale.
Cineuropa.org - 1 6 2005
LIBERAZIONE - 27 5 2005
Anni di piombo, solo caos
e smarrimento nel nuovo film
di Greco e Montinari
Tante interviste nella pellicola ma nessuna risposta
Davide Turrini
Poche idee ma confuse, diceva Flaiano. Immagine sfuocata, come con le
diapositive proiettate in salotto sulla parete bianca: in controluce si vedono i
buchi dei chiodi tolti, la sagoma più bianca di qualcosa che è stato staccato
dal muro, una zanzara spiaccicata. Non puoi osservare con attenzione l'oggetto
in esame, c'è sempre il fantasma dello sfondo. Fuori fuoco (sottotitolo: Cinema,
ribelli e rivoluzionari), paga lo scotto del non detto, o del fatto dire ad
altri così alla rinfusa. «Vogliamo creare domande, evocare, non dare risposte»,
dicono Greco e Montinari. E così sia. Perché raccontare il periodo della lotta
armata tra i '60 e gli '80, in Italia, al cinema, è semplicemente tabù. Anche, e
soprattutto, per i due giovani autori. Evocare non significa necessariamente
raccontare. Ed evocando il tema e facendo di tutto per non sentenziare a
riguardo, c'è solo smarrimento e caos, parole d'ordine, amicizie e stima
personale. Gli intervistati ignari (tra gli altri Erri De Luca, Valerio
Evangelisti, Pino Cacucci, Geraldina Colotti, Pasquale Abatangelo, Francesco
Piccioni, ecc..) raccontano di tutto e in 79 minuti viene condensato
l'impossibile. Pietà per i vinti e i vincitori, per i giusti e quelli un po'
meno giusti, per i savi e per i reietti: Fuori fuoco è titolo, epigrafe e
paradigma del frastornato approccio con l'immagine che Greco e Montinari hanno.
Di certo, è agli atti, Buongiorno notte di Marco Bellocchio non è piaciuto a
nessuno. La Colotti: «E' un film caricaturale, mentre, per esempio, Il Belpaese
di Luciano Salce con Paolo Villaggio era sì grottesco ma mostrava con chiarezza
una realtà sconvolta»; Valerio Evangelisti: «Semmai Gli invisibili di Pasquale
Squitieri rappresenta di più la mia esperienza dell'epoca». Gli altri imputati
dell'uso strumentale e svuotato del mezzo cinema per raccontare un'epoca sono:
Giuseppe Ferrara (Il caso Moro, 1986) che spiega di com'era fiero quando il suo
film fece scalpore su tutti i quotidiani; Renzo Martinelli (Piazza delle cinque
lune, 2003) che non appare in video; Marco Tullio Giordana (La meglio gioventù,
2003) sostituito sullo schermo dall'ombra scrittoria di Stefano Rulli. Si
salvicchiano Mimmo Calopresti (La seconda volta, 1996) che rivendica la
superiorità del racconto minimo ed intimo rispetto alla Storia e Wilma Labate
che con La mia generazione ('96) disegna un carabiniere meschino e viscido e un
ex brigatista coerente e palpitante d'amore come un qualsiasi Steve Mcqueen
uscito di prigione in Getaway. Greco e Montinari dicono e fanno dire: così i
film non si fanno. E chiedono: la dignità storica di una scelta politica dov'è
finita? Ma le risposte, che, appunto, i due registi non cercano ma tentano di
dare, depistano e ingarbugliano. Pot-pourri e festival delle parole mancate,
Evangelisti traccia una direzione dicendo: «Le rivoluzioni le fanno i ribelli
poi subentrano i rivoluzionari: i primi vedono le zone d'ombra e reagiscono
creando il fuoco, incendiando qualcosa, i secondi arrivano dopo con i loro
schemi già pronti». De Luca incalza: «La volontà di giustizia di quel decennio
slittò lentamente in volontà di potenza e di ulteriori potenti non se ne sentiva
il bisogno.» Chiosa Cacucci: «Si voleva mettere in crisi, non prendere il
potere». Ma sono parole al vento, manca l'amalgama, la calcina, il filo e l'ago
per cucire un punto di vista che non c'è.
DISCOVERITALIA - 26 4 2005
CINEBAZAR - 22 4 2005
Presentato in concorso, nella sezione internazionale documentari del RIFF (Rome Independent Film Festival), il documentario FUORI FUOCO – CINEMA, RIBELLI E RIVOLUZIONARI di Federico Greco e Mazzino Montanari è un’operazione coraggiosa intrapresa da due giovani autori indipendenti che cerca di ricostruire una delle pagine storiche più buie e controverse del nostro paese: gli anni 70. Un epoca in cui donne e uomini si ribellarono ai sistemi dominanti cercando di affermare nuovi valori che colpissero l’intera sfera dell’esistenza umana. Lo spunto narrativo dal quale prende le mosse il documentario è originale: un'attrice (Maya Sansa) viene chiamata da Marco Bellocchio per interpretare Anna Laura Braghetti, brigatista rossa che partecipò al rapimento di Aldo Moro e quindi s’interroga di come può riuscire ad identificarsi nel personaggio. Francesco Piccioni, un ex brigatista ricorda i motivi delle sue scelte. I due si vedono ma non si incontrano mai.
L’intento dichiarato degli autori è di “non voler separare in modo netto le luci dalle ombre” di questa meravigliosa e tragica pagina della nostra storia. Greco e Montanari non hanno guardato i i personaggi intervistati (ex brigatisti, registi impegnati, scrittori e opinionisti) con il moralismo di chi si attribuisce il potere di separare i “buoni” dai “cattivi”. Piuttosto hanno inseguito le storie dei protagonisti vivendo insieme a loro le contraddizioni che ogni pensiero ribelle e rivoluzionario porta con sé. Dietro il loro lavoro di ricerca storico-politica c’è anche un’attenta analisi cinematografica. (il documentario si chiude visivamente come "Giù la testa") Analizzando alcuni dei film realizzati sul tema del terrorismo gli autori hanno cercato di scoprire se il cinema italiano si è fatto carico di queste contraddizioni o se ha ceduto all’idea di semplificare il quadro. Ma se l’intento di questo documentario è lodevole ed altamente ambizioso il risultato non è però riuscito in pieno. Si esce dalla sala con la consapevolezza di aver assistito a troppi lanci di sassi nello stagno senza averne potuto focalizzarne uno. Forse si doveva osare di più lanciando allo spettatore un messaggio più provocatorio. Fuori Fuoco ha comunque il pregio di far riflettere su un’epoca che troppo spesso cerchiamo di “rimuovere” dalla nostra memoria e dalla nostra coscienza.
CINECITTA' NEWS - 20 4 2005
Mazzino Montinari: Questi due personaggi sono mossi da ragioni
diverse. L'uomo, da persona che ha fatto parte delle Br, si chiede come
raccontare oggi la sua storia agli altri; viceversa l'attrice ha la necessità
di dover entrare in quella storia per doverla interpretare e cerca in essa una
chiave emotiva e/o razionale che la aiuti nell'impresa.
Federico Greco: Maya Sansa, con le sue riflessioni su Chiara,
il personaggio ispirato ad Anna Laura Braghetti, si fa interprete del nostro
punto di vista, della nostra difficoltà dichiarata a inquadrare la lotta
armata e comprenderla a fondo. E forse questa difficoltà nel mettere a fuoco
quegli avvenimenti appartiene alla maggior parte della nostra
generazione. Scorgiamo in quelle posizioni un aspetto di razionalità fin
troppo estremo.
Qual è la molla che vi ha spinto a dirigere Fuori fuoco?
Federico Greco: Siamo partiti dalla considerazione che in un anno, il
2003, venivano realizzati ben 4 lungometraggi intorno al Caso Moro: Piazza
delle cinque lune di Martinelli, La meglio gioventù di Marco
Tullio Giordana, La trilogia di Moro di Aurelio Grimaldi e
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. Certamente si trattava del 25°
anniversario dalla scomparsa del presidente della Dc, ma abbiamo cominciato a
chiederci perché registi e cineasti italiani non avessero tentato in tutti
questi anni di realizzare film al di fuori del contesto della strage di Via
Fani.
Fuori fuoco sembra prendere le distanze da una certa
cinematografia d'impegno e, in ultima analisi, individua nel genere
spaghetti-western il cinema di maggior impatto politico.
Mazzino Montinari: La nostra non vuole essere un'operazione
di recupero del cinema di genere tout-court. Non ci interessa Alvaro Vitali ma
film come Giù la testa di Sergio Leone.
Federico Greco: Un film come quello di Leone - ma sotto
questo profilo potevamo anche indicare Elephant di Gus Van Sant -
dimostra ancora una volta che al cinema appartengono le storie e non la
politica.
Geraldina Colotti, ex brigatista oggi scrittrice e giornalista del
"Manifesto", nel commentare la figura di Moro nel film di Bellocchio la
definisce 'post-moderna'...
Mazzino Montinari: Il XX secolo, chiuso com'è tra ideologie e
lotte di classe, è rappresentabile solo con motivazioni di tipo razionale. Su
questa base, infatti, chi ha militato durante gli anni '70 nella lotta
armata dice anche che l'esperienza della nuove BR è insensata, perché
antistorica, non inquadrabile in quel contesto. Ecco perché la
rappresentazione intima, il ritratto in un interno di Buongiorno, notte
non può essere condiviso né tanto meno approvato dalla Colotti.
RomaOne.it - 13 4 2005
Roma, 14 aprile 2005 - Buoni indicatori della vitalità di un festival
indipendente sono, anche se non esclusivamente, il numero e la varietà dei film
in concorso.
Sotto questi aspetti il Roma Indipendent Film Festival gode di una salute di
ferro. Giunto alla sua quarta edizione il Riff ha ampliato le sezioni e
incrementato la quantità di pellicole in gara. Indici senz'altro parziali, ma se
sommati all'aumento delle giornate dedicate alle proiezioni, alla qualità dei
contenuti delle opere e alla visibilità internazionale che gli consente
l'organizzazione, il giudizio assume un significato ancor più veritiero.
Appoggiato quest'anno anche dall'Assessorato alle Politiche Culturali del Comune
di Roma il direttore artistico del festival Fabrizio Ferrari ha potuto
beneficiare, per la conferenza stampa di apertura, della splendida sala Pietro
da Cortona dei Musei Capitolini. Un ambiente sicuramente commisurato
all'ambizioso progetto delllo staff diretto da Ferrari.
Le oltre 60 opere in concorso tra cui documentari, lungometraggi, corti digitali
e film d'animazione costituiscono il delizioso menu per gli appassionati
cinefili, un pubblico che trova sempre meno sale disposte a proiettare film
d'autore o opere prime di giovani filmakers. "Scopo principale del Riff -
spiega Ferrari - è proprio quello di far vedere film che non hanno alle spalle
la grande distribuzione. Tra questi ci sono molti film italiani pronti da molto
tempo ma fermi a bagnomaria in attesa di trovare qualcuno disposto a portarli
nella sale".
Una delle maggiori novità di quest'anno riguarda l'introduzione di una sezione
speciale dedicata ai documentari sui diritti umani: lavori provenienti
dall'Europa, dagli Usa, dal Medio Oriente e dall'Iraq descrivono la guerra dal
punto di vista dei civili, con le sue atrocità e le sue ingiustizie. Tra questi
sottolineiamo "Miguel, ne Terren" di Luis Jené ed Enric Mirò,
documentario vincitore del Festival Cinematografico Internazionale di Ginevra
2005, omaggio al reporter catalano Miguel Gil ucciso in Sierra Leone
nel 2000. Molto interessante anche "The Tenth Planet" di Melis Bird in
cui viene descritta, dall'insolito punto di vista di una giovane donna irachena,
la vita nella Baghdad distrutta dalla guerra.
Tre documentari offrono invece un omaggio al cinema italiano affrontando
anche tematiche importanti come la religione e il terrorismo. Per esempio "Fuori
Fuoco", nel quale gli autori Greco e Montinari raccolgono le testimonianze di
alcuni esponenti delle Brigate Rosse che parteciparono al delitto Moro.
Fra gli eventi speciali del Riff 2005 ci sarà la proiezione, in anteprima
nazionale, del film "Cuba Libre" del regista Juan Gerard. Ambientato nel
1958, ultimo anno della dittatura di Batista, la pellicola racconta la vita
nella Cuba pre-rivoluzionaria utilizzando materiale autobiografico del regista.
Il film ha tra i suoi protagonisti l'attore americano Harvey Keitel. È lo
stesso Juan Gerard, al suo primo lavoro, a raccontare tra l'incredulo e
l'emozionato il retroscena dell'incontro con il famoso "Cattivo Tenente": "Dopo
aver scritto la sceneggiatura insieme a mia moglie abbiamo iniziato a mandarla
in giro per cercare persone disposte a lavorarla. Avevamo pensato ad Harvey
Keitel per il ruolo di "Che" (il nonno del regista) ma sinceramente non
pensavamo che fosse disposto ad accettare. Un giorno squilla il telefono e
quando rispondo sento il vocione di Harvey che si diceva entusiasta del progetto
e pronto ad iniziare la lavorazione. Non ci potevo credere!".
Il Riff inizierà venerdì 15 aprile al cinema Nuovpo Olimpia. Nella serata
inaugurale verrà proiettato, per la prima volta in Italia, il film irlandese
"Omagh", scritto da Guy Hibbert e Paul Greengrass (Bourne Supremacy,
Bloody Sunday) e diretto da Pete Travis (Henry VIII, Other People's Children).
Vincitore del Discovery Award al Toronto Film Festival, il film racconta
la storia di una contea irlandese che nel 1998, a pochi giorni dal voto per il
referendum di pace, fu teatro di un terribile attentato da parte di un piccolo
gruppo dissidente dell'IRA.
Il film riceverà la menzione speciale Riff 2005 per la miglior opera di impegno
civile.
(C.Ce.)
Proiezioni:
Cinema Nuovo Olimpia, via in Lucina 16g
Mezzanino Giallo della Stazione Termini, via Giolitti 34
CINECITTA' NEWS - 13 4 2005
Quarta edizione per il RIFF, festival del cinema indipendente diretto da Fabrizio Ferrari e sostenuto dal Comune di Roma. Dal 15 al 22 aprile il cinema Nuovo Olimpia e il mezzanino della Stazione Termini di Roma ospiteranno numerose anteprime, tra cui quella di un film italiano piuttosto atteso, anche perché realizzato quasi contemporaneamente a Romanzo criminale di Michele Placido, I fatti della banda della Magliana di Daniele Costantini, coprodotto dall'Istituto Luce con Gabriella Buontempo e girato quasi interamente all'interno del carcere di Rebibbia, mescolando attori di teatro e detenuti. Per Luciano Sovena, AD del Luce, è fondamentale partecipare a manifestazioni medio-piccole come questa. "Ci si lamenta della tenuta minima dei film italiani nelle sale, ma poi tutti puntano a Cannes o Venezia rinunciando a importanti occasioni di visibilità come questa". L'Istituto Luce, a riprova del sostegno che intende dare a questa manifestazione, ha assicurato anche la distribuzione in sala del cortometraggio vincitore del RIFF 2005, mentre i corti proposti nelle passate edizioni saranno raccolti in un dvd a cura del festival.
Un'altra anticipazione avrà come protagonista Harvey Keitel: il festival proporrà infatti Cuba libre del portoricano Juan Gerard, ambientato nel 1958, ultimo anno del regime di Batista. Si tratta di un racconto autobiografico ispirato alle vicende del nonno del regista, qui alla sua prima esperienza cinematografica dopo essere stato direttore di festival e critico cinematografico. Nel cast c'è anche il Che Guevara dei Diari della motocicletta Gael Garcia Bernal.
Fortissima l'attenzione ai documentari e all'impegno civile (anche attraverso dibattiti sulla censura e sui diritti umani). Molti film girati nelle aree calde del pianeta - dall'Irak alla Sierra Leone, dal Darfur al Brasile - saranno proposti al pubblico della rassegna. Tra gli italiani si segnalano invece Fuori fuoco di Federico Greco e Mazzino Montinari che si muove tra cinema e anni di piombo con la complicità di Maya Sansa; The Big Question di Cabras e Molinari, che è una sorta di backstage di The Passion; Figli di Roma città aperta di Laura Muscardin, che raccoglie testimonianze di chi lavorò sul set del mitico film di Rossellini. Un Premio intitolato Nuove Visioni andrà al regista Paolo Sorrentino.
LE MONDE - 07.02.04
Cette scène onirique dans laquelle Aldo Moro se sauve, du moins dans le rêve de l'un de ses geôliers, est l'un des moments les plus poignants du dernier film intimiste de Marco Bellocchio, Buongiorno, notte, qui, se basant en partie sur Le Prisonnier, le livre de Laura Braghetti, une ancienne "brigadiste" impliquée dans l'enlèvement, a choisi d'évoquer à sa façon le drame humain de Moro et sa lente agonie dans la "prison du peuple".
Il a pourtant suffi de cette petite entorse artistique du cinéaste avec l'Histoire pour que surgissent mille polémiques. Comme si, au moment où réapparaissent des groupuscules anarchistes et terroristes, dont certains ont repris à leur compte le vieux sigle des Brigades rouges, l'Italie, traumatisée, se rendait compte qu'elle n'a jamais réussi à tourner sereinement la page des "années de plomb" - entre 1970 et la fin des années 1980. Et, contrainte de regarder vers le passé, ne supporte pas que l'on y touche. Un passé lourd à porter, il est vrai.
Grèves massives, utopies révolutionnaires sanglantes des Brigades rouges en lointain écho des attentats d'extrême droite, jeux dangereux du pouvoir avec la Mafia et les services secrets sur fond d'affrontement idéologique entre l'Est et l'Ouest : l'enlèvement de Moro en plein Rome, où son escorte fut massacrée, le 16 mars 1978, au moment crucial où sa politique du "compromis historique" devait faire participer au pouvoir le Parti communiste, avait été le point d'orgue de cette époque troublée. L'Etat, bien qu'impuissant à retrouver l'otage, avait refusé toute négociation et les BR avaient mené à terme une exécution qui paraissait bien inutile. Les Italiens, eux, n'ont jamais tout à fait compris le pourquoi de ces deux logiques et les intérêts occultes, apparemment en jeu.
"On m'a beaucoup critiqué pour cette scène où Moro est libéré, explique, un peu embarrassé, Marco Bellocchio, mais elle exprime mon sentiment, ce que j'aimerais qui soit vrai aujourd'hui. Je m'oppose à l'Histoire. Mon film ne cherche pas à expliquer, c'est une libre interprétation qui montre la perverse normalité de gens capables de tuer quelqu'un à froid au nom d'une idée, ce qui aboutit à leur déshumanisation totale. Cette affaire Moro, qui est la tragédie suprême de tant de vicissitudes italiennes, a laissé une blessure dans nos esprits. Le remords est là et ne part pas."
Vingt-cinq ans après, la plupart des brigadistes, après de lourdes peines, écrivent des livres ou se réhabilitent dans des centres sociaux ; le mur de Berlin a fini par tomber, même en Italie ; les communistes sont devenus des Démocrates de gauche et la Deuxième République s'est imposée sur les ruines de cette anomalie italienne qu'était la vieille Démocratie chrétienne, cette "baleine blanche" qui occupait presque tout l'espace politique.
Alors, est-ce enfin le moment d'opérer une relecture de ces années ? On pourrait le croire. Au printemps 2003, pour l'anniversaire de la mort de Moro, un florilège de nouveaux livres est sorti ; il y a eu des pièces de théâtre, des soirées musicales, des lectures publiques. Sept sites Internet traitent en permanence ce thème. Sur l'un d'eux, un jeune internaute a écrit : "La vérité sur ces journées atroces est un devoir envers tous les Italiens." A Rome, un sondage auprès d'élèves du secondaire montrera qu'à leurs yeux la tragédie d'Aldo Moro est "l'événement le plus important du XXe siècle en Italie, après la seconde guerre mondiale". Quant au cinéma, coup sur coup sont sortis des films qui traitent du passé et qui ont eu un succès inattendu.
L'Italie s'est penchée avec nostalgie sur sa jeunesse, avec la saga familiale édulcorée Nos meilleures années, de Marco Tullio Giordana, à l'origine une série télévisée suivie par 8 millions de téléspectateurs ; de même, elle a suivi avec indulgence les adolescents frondeurs de Mai 68, dépeints dans The Dreamers, de Bernardo Bertolucci. Quant à aller vraiment au fond des "années de plomb" et de l'affaire Moro, un autre cinéaste l'a tenté, Renzo Martinelli. Son film Piazza delle Cinque Lune, allusion à un lieu symbolique de la politique romaine, est sorti dans un silence hostile. Et, pourtant, il était question d'Histoire. Trop même, car, confie Renzo Martinelli : "J'ai fait tout un travail d'enquête, reconstituant même en studio l'attentat contre l'escorte de Moro. Les brigadistes interrogés en prison ont menti." Et d'énumérer toutes les anomalies dénoncées par son film : il y avait d'autres tireurs que ceux reconnus par les BR ; la prison de Moro n'a sans doute pas été unique et, surtout, la Stasi allemande, la CIA et le Mossad ont été impliqués.
Mais pourquoi le film a-t-il été si ignoré ? "Parce que j'ai mis les pieds dans le plat. On veut nous faire avaler la version officielle, à savoir les BR ont agi seules, l'Etat a fait ce qu'il devait faire. C'est-à-dire : "Rentrez chez vous, il n'y a rien à voir !" Mais nous, les cinéastes, avons le devoir de briser l'omerta et le politiquement correct imposé par la classe dirigeante."
Un point de vue partagé par Alberto Franceschini. Cet homme énergique qui, avec son pull à crémaillère, ressemble à quelque prêtre ouvrier, même si, après dix-huit ans de prison, il a tourné la page, est, après tout, une autorité en matière de Brigades rouges : c'est lui qui les a fondées à la fin des années 1960 avec ses amis Renato Curcio et Mara Cagol. Pour l'heure, il peste contre la circulation qui l'a fait arriver en retard au siège de l'organisation sociale qu'il dirige en banlieue, mais l'argument lui plaît : "Il faut bien comprendre que si certains veulent savoir - moi le premier, qui étais déjà en prison au moment de cette affaire Moro, qui a sonné le glas des BR -, beaucoup préféreraient écrire le mot "fin" sur tout cela. Notamment à droite et dans la presse du régime, car il reste des points obscurs qui mettraient beaucoup de gens dans l'embarras. Les magistrats, eux, se sentent trahis par les services secrets, qui ne leur ont pas tout dit, et mes ex-compagnons brigadistes se taisent pour sauver le "mythe" des BR, mouvement révolutionnaire indépendant. Evidemment, si, comme il m'arrive de le penser, les BR ont bien enlevé Moro, mais commanditées par certains services secrets qui ont assumé une partie de la "gestion" du séquestre, le mythe s'effondre."
Pour Alberto Franceschini, la vérité, c'est qu'Aldo Moro, avec sa politique d'ouverture au PCI, aurait gêné les subtils équilibres de Yalta en Italie. De plus, les révélations de l'otage, faites par écrit aux BR, durant sa captivité, et qui seront retrouvées en deux fois, à plusieurs années de distance, de façon rocambolesque, auraient signé sa perte : "Moro, conclut-il, c'est l'équivalent italien de l'affaire Kennedy. Il y a eu cinq procès, chacun a résolu quelques détails, mais posé plus de questions encore."
"Président, n'est-il pas temps de tout dire ?" Dans son salon cossu encombré de dossiers et de photos, dont une d'Aldo Moro, dont la dédicace prend une tonalité grinçante pour qui la regarde aujourd'hui ("Avec toute ma reconnaissance et grande cordialité"), celui qui fut justement le ministre de l'intérieur chargé des recherches, au moment de l'enlèvement, l'ex-président de la République Francesco Cossiga, lève les yeux au ciel : "Dire quoi ? Que, pendant des années, je me réveillais la nuit en me disant que je l'avais tué en maintenant le front de la fermeté face aux Brigades rouges ? Que cela a été le pire traumatisme de ma vie ?" Et il montre ses mains marquées de taches apparues, dit-il, tout d'un coup à cette époque, ainsi que ses cheveux blancs. Alors, d'un geste, il balaye la question : "A quoi bon ces échafaudages permanents de gens qui voient la main américaine, celle de Thatcher, de Giscard, de Dieu sait qui ? Les Brigades rouges ont tué Moro. C'est assez terrible comme cela, mais c'est tout."
La réponse ne contente pas Giovanni Moro, fils de l'homme politique assassiné. Avec cette réserve courtoise qui évoque son père, ce sociologue, qui dirige une fondation pour l'action civique, ne s'est pas résigné : "L'establishment résiste encore. Au début, il y avait même de l'hostilité envers nous, la famille, qui avions boycotté les funérailles officielles, mais c'est très net, petit à petit la société civile veut faire les comptes avec le passé. Les jeunes ont besoin de savoir dans quel pays ils vivent, pourquoi, entre le terrorisme "noir" et le "rouge", l'Italie a le triste record mondial de tueries sans explications ?"
Sur l'"affaire" proprement dite, Giovanni Moro note juste qu'"aucune enquête n'a pu expliquer pourquoi l'Etat n'a ni négocié ni recherché activement -son- père". Ce qu'il déplore, ce sont aussi les occasions perdues : "A la fin de la Première République, chacun aurait pu assumer ses responsabilités, quelles qu'elles soient. Même en Afrique du Sud, ils ont su créer une commission pour la réconciliation nationale ! Mais non. Quand Berlusconi est arrivé au pouvoir, en 1994, c'était une autre occasion, mais, avec sa rhétorique sur les communistes, qui pourtant n'existent plus, il a recréé artificiellement le climat d'affrontement idéologique droite-gauche : la vérité historique, "bloquée", continue à servir d'arme politique entre adversaires."
Un "blocage" particulièrement ressenti à gauche. Exception faite de la journaliste Rossana Rossanda, qui n'avait pas eu peur de reconnaître que les Brigades rouges, même en mal, faisaient partie de "l'album de famille", la gauche italienne rejette toujours ces cousins embarrassants. "Il faut comprendre, dit simplement Valentino Parlato, qui fut directeur d'Il Manifesto, le journal de la gauche intellectuelle. A l'époque, le PC allait entrer au gouvernement, il voulait se montrer "étatiste", légaliste, se démarquer des BR, nées dans l'utopie révolutionnaire des grands mouvements sociaux, dont il réprouvait la violence. Le résultat, c'est qu'aujourd'hui les BR, qui se sentaient "l'avant-garde" de la gauche communiste, se sentent "trahies", et que la gauche, elle, a rétrogradé, devenant plus frileuse."
Et maintenant ? L'avocat d'Eleonora Moro, la veuve, annonce qu'il demandera sous peu la réouverture du dossier. Il y aurait de nouveaux indices, la piste de "l'Est" cette fois... Las d'attendre cette vérité finale qui ne vient pas, deux très jeunes cinéastes, Mazzino Montinari et Federico Greco, préparent, eux aussi, un long documentaire apolitique, dans lequel, disent-ils, "sans rien démontrer, nous ferons parler tout le monde. Y compris, ce qui était impensable, les brigadistes qui ne sont pas repentis, ceux qui ont trinqué dans les usines à la mort de Moro et tous ceux qui ne cadrent pas dans le révisionnisme ambiant. L'Italie est assez adulte pour regarder la vérité en face". Dans ce film, il y aura Geraldina Colotti, une brigadiste de la deuxième génération qui a survécu à une fusillade et qui achève, en semi-liberté, une longue peine de prison. Geraldina n'est pas repentie : "Nous avons payé pour nos erreurs, concède-t-elle,mais qu'on ne nous enlève pas notre dignité : nous avions un projet politique et une grande assise sociale. Il faut raconter cela aussi aux jeunes Italiens."
Alors, Geraldina a pris la plume et écrit un livre pour les adolescents, Le Secret, une histoire familiale émouvante marquée par le terrorisme. Tout y est, sauf la propagande. Le livre est devenu un succès de librairie. Un matin, dans son bureau sous haute protection, à Rome, le chef de la Digos, l'office chargé des enquêtes antiterroristes, nous confiera : "Mon fils de 13 ans m'a posé des questions sur les Brigades rouges. Je lui ai offert le livre de Geraldina Colotti, c'est ce que j'ai trouvé de mieux pour comprendre..."
Marie-Claude Decamps
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